
Lettere dal Mondiale #0: Al pallone
La prima di una serie di lettere che approfondiranno diversi aspetti e che verranno dedicate a diversi protagonisti di questo Mondiale 2026.
Caro pallone,
la prima lettera dal Mondiale è tutta per te.
La più importante competizione per nazionali è alle porte ed eccomi qui. Come quel bambino che ero. Come quei bambini che siamo stati. Avevo quattro anni quando con gli occhi ero a Pasadena, 17 luglio 1994. Certo, è stato un inizio parecchio traumatico. Uno di quelli che potrebbe allontanarti per sempre da questo mondo.
Quando Roberto Baggio calciò alto, cominciai a piangere così forte e disperato che chiesi a mio padre di togliere la bandiera dal balcone. Togliila. Non voglio più vederla. Non voglio più niente. La preghiera laica era andata storta e il mondo intero poteva sparire, compresa quella bandiera che sventolava sul balcone, come se ancora ci fosse qualcosa da festeggiare dopo quel tiro volato alto.

L'altro rumore è invece metallico. È la traversa di Luigi Di Biagio, Parigi 1998, contro la Francia. Tung. Un suono che dura tre secondi e dura una vita. Quella palla che rimbalza, va fuori e con lei vanno fuori le speranze di undici milioni di italiani davanti alla televisione. Insomma, tu rimbalzi sulla traversa e mi insegni, ripensandoci, che la vita è anche una questione di dettagli. Molto prima di Match Point di Woody Allen, c'è stata l'esultanza della pelata di Barthez.
L'unica grande verità è che il tifo ti arriva addosso, non sai da dove viene e non sai dove ti porta. Quando finisce sei stremato e vorresti che non finisse mai. Come tutte le grandi passioni, non ne esci. Ed alla fine, se ci riflettiamo, è merito tuo. Di te che rimbalzi, a volte svogliato, a volte elettrico, a volte cullato da piedi sapienti, altre volte da scarpari. A volte sorridi ai più forti, a volte, invece, diventi lo strumento della “revencha”.
Per questo ti scrivo, alle porte di questo Mondiale 2026, così particolare - eufemismo -, organizzato da Canada, Messico e soprattutto USA. Un progetto nato come celebrazione della cooperazione continentale che oggi galleggia su fondali diplomatici complicatissimi, tra dazi, muri e richieste di rilocazione di confini.
A te che sul campo verde o su uno di terra battuta, al polo o all'equatore, resti il giocattolo più democratico del mondo. Uno spiazzo, due pietre per porta, quattro mocciosi scalzi e tu sei lì. Disponibile, senza chiedere documenti né fare distinzioni. In Brasile, in Nigeria, in Corea del Sud, a Napoli. Tutti capiscono il tuo linguaggio. Tutti, con te tra i piedi, sono uguali. Almeno per novanta minuti, almeno fino al fischio finale.
Guarda cos'hanno combinato.
Pensavamo di aver visto tutto in Russia e Qatar. Invece oggi ci sono ragazzi iraqeni che si allenano in Turchia perché i visti americani arrivano col contagocce. L'Iran in guerra con l'America ha dovuto spostare il ritiro da Tucson a Tijuana, al confine tra il Messico e la California, perché Washington non sapeva bene se farli entrare o lasciarli fuori. Il presidente federale iraniano respinto in Canada per via del suo passato coi Pasdaran. La federazione ad aspettare garanzie dalla FIFA come se chiedesse l'elemosina.
"Lo sport trascende i confini", ha scritto l'ambasciatore americano ad Ankara, ringraziando la sua ambasciata per aver smaltito le pratiche. Bella frase, per i social o per i baci perugina. Ma prima aveva smesso di essere vera per parecchie settimane.
Perché poi ci sono i senegalesi, gli algerini, i capoverdiani, i tifosi della Costa d'Avorio. Loro per entrare negli Stati Uniti devono versare una cauzione da $5k a $15k a testa. Il "Visa Bond Pilot Program" dell'amministrazione Trump. La FIFA dice che si sta muovendo. La FIFA dice sempre molte cose. Nel frattempo il Mondiale è arrivato.
Il talento non ha più dogana, dicevano, ma amaramente possiamo dire che dipende dal passaporto.
E poi ci sono i soldi, caro pallone.
La finale al MetLife Stadium: il biglietto più economico parte da 4000 dollari. Il più caro sfiora i 200.000. Un posto in curva all'Azteca di Città del Messico per la partita inaugurale, Messico contro Sudafrica, 11 giugno — costa tra i 3000 e i 10.000dollari, in un Paese dove lo stipendio medio mensile è quattrocento dollari.
Quattrocento dollari al mese. Diecimila per una partita.
Eri il simbolo dello sport dei poveri. Lo sport del popolo. Attorno a te hanno costruito un circo che magari chiamano pure industria ma in realtà puzza di speculazione pura. Ci sono state le proteste, le indagini dei procuratori generali di New York e del New Jersey, gli articoli che documentavano aumenti del venticinque per cento sui prezzi in pochi mesi.
La FIFA ha risposto con una fascia a 60 dollari per partita. Sessanta dollari. Prego, accomodatevi, il calcio è di tutti. Ma il parcheggio vicino al MetLife costa 225 dollari — quello per disabili compreso. Avevano promesso, nel dossier di candidatura, centinaia di migliaia di biglietti a 21 dollari. Quella promessa è rimasta sepolta sotto i fogli, a fare compagnia agli altri sogni infranti. Un mandato di comparizione alla FIFA il 27 maggio. Due settimane prima dell'inizio. Benvenuti al Mondiale.
Come avrebbe detto Albert Camus, che tra i pali ci stava davvero, lui, portiere dell'università di Algeri "Tutto quello che so della moralità e degli obblighi degli uomini, lo devo al calcio." C'è da sperare che Infantino non l'abbia mai letto.
Eppure...
Eppure tu sei ancora e sempre lì, rotondo e perfetto, impermeabile all'idiozia degli esseri umani.
Continui il tuo viaggio. Dalla mattina del 13 luglio 1930 a Montevideo, quando Lucien Laurent, operaio della Peugeot che si era preso un permesso di due mesi per attraversare l'Atlantico su un piroscafo, calciò al volo e segnò il primo gol della storia dei Mondiali contro il Messico. Poi tornò alla catena di montaggio. Per anni non si rese nemmeno conto di cosa aveva fatto. Solo da vecchio capì. Ecco cosa sei, caro pallone: qualcosa di più grande di chi ti calcia.
Da quel destro al volo a Pasadena, da Pasadena a Berlino 2006, da Berlino ad oggi. Attraverso gioie e dolori e miserie umane. Sempre tu.
E adesso pensa a cosa sta per succedere.
Pensa alla Repubblica Democratica del Congo. Torna a un Mondiale per la prima volta dal 1974, quando si chiamava ancora Zaire. 52 anni. Un paio di generazioni che non hanno mai visto la propria nazionale su quel palcoscenico. E adesso ci sono undici ragazzi pronti a entrare in campo contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Pensa a cosa significa un gol, per loro. Non una vittoria. Un gol.
Pensa all'Uzbekistan. Prima volta assoluta in un mondiale. In panchina c'è Fabio Cannavaro, l'uomo che alzò la coppa a Berlino.
E poi c'è Curaçao. Un'isola di 156.000 abitanti di fronte alle coste del Venezuela, la nazione meno popolosa di sempre ad arrivare a un Mondiale. 156.000 persone. Meno di Brescia. Li trovi nel Gruppo E, con la Germania. Ma quando scenderanno in campo, quei pochi centomila abitanti di un'isola caraibica guarderanno uno schermo si sentiranno parte di questo mondo pazzo. Perché hanno una storia da raccontare. E avere una storia da raccontare è l'unica cosa che conta davvero.
Questo sei tu, caro pallone. Questo fai. Dai voce a chi non ce l'ha. Rendi storici i momenti ordinari. Trasformi undici uomini in un popolo intero.
Allora ti scrivo, caro pallone, per confessarti una cosa.
Sappiamo tutto. Sappiamo dei visti usati come arma politica, delle cauzioni per i senegalesi, dei prezzi dinamici, dei mandati di comparizione, dei Pasdaran, dei cartelli messicani, degli show all'intervallo che nulla hanno a che vedere con te. Sappiamo che Infantino conta i miliardi mentre noi contiamo gli spiccioli. Sappiamo che ci hanno tradito le promesse.
Sappiamo, soprattutto, che NON abbiamo la schiena dritta perché abbassiamo la testa di fronte a tutto questo, mettiamo mano al portafoglio, incassiamo le ingiustizie e diciamo va bene, purché tu rotoli. Purché quei novanta minuti arrivino.
Siamo vittime consenzienti di questa fede assurda. Schiavi felici di una sfera di cuoio che non ci ha mai chiesto scusa per niente o a cui non abbiamo mai chiesto scusa per tutto il resto.
Perché basta una parabola, una traiettoria che si incurva nell'angolo alto, un portiere che si tuffa e non arriva, una scivolata di un difensore, un’invenzione e improvvisamente non c'è più nessun Infantino, nessun visto, nessuna cauzione, nessun parcheggio a trecento dollari. Niente. Tutto scompare e rimane solamente quell'urlo che sale dal petto come qualcosa che non riesci a trattenere.

Ecco cosa sei, caro pallone. Una malattia senza cura. Una magia senza spiegazione. Un magnete che attira anche chi conosce il trucco, anche chi sa benissimo dove sono nascosti i fili. E tutto questo nel mondiale si amplifica. Prende corpo. Si anima. Diventa qualcosa che non ha nome in nessuna lingua ma che tutti riconoscono.
Torneremo. Torneremo sempre.
E questa, probabilmente, è la nostra colpa più grande.
La pelota no se mancha.
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