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Mondiale
, 11 Giugno 2026

Mondiale 2026, Tshabalala #1 - Sei figurine e un matrimonio


Come 16 anni fa, Messico e Sudafrica inaugurano il Mondiale e siamo pronti a farci travolgere dalle emozioni.

Oggi comincia il Mondiale, il settimo della mia vita, il sesto vissuto con cognizione di causa, il terzo consecutivo senza l'Italia e a me rode il fegato, non tanto perché l'ultima volta che ho visto un gol azzurro in un Mondiale portavo ancora i pantaloni alla zuava e facevo il primo anno di liceo. Ma mannaggia alla miseria, come viene in mente alle persone di sposarsi l'11 giugno? Il caldo asfissiante che annebbia la mente e riscalda il vino, l'umidità delle campagne pugliesi che inzuppa la camicia, le ore di attesa infinite dinnanzi agli sposi in posa mentre desideri solo fiondarti sul delizioso buffet di antipasti di pesce.

La sperlunga di cozze tarantine troneggia tronfia sulla tavolata con la stessa spavalderia di Ibrahimovic che esulta sotto la Curva Nord il 9 febbraio 2020. Ma soprattutto: o gli sposi hanno previsto e organizzato un bel maxi schermo per assistere alla partita inaugurale dei Mondiali oppure farò come Berbatov e non mi vedranno mai a destinazione. Spero almeno di tornare a casa in tempo per slacciare la cintura, mettermi in infradito, prepararmi un bel bicchiere spumeggiante di citrosodina e sparire dal mondo e i suoi patemi per quelle due ore necessarie per farmi spezzare il cuore dalla vera nazionale padrona di casa.

Messico-Sudafrica. Se avessi un euro per ogni volta che ho deciso di organizzare la mia vita attorno a una sfida tra queste due avrei €2, che è il 100% in più rispetto a ciò che c'è ora sul mio conto in banca e che è comunque tanto considerando che 16 anni fa di nuovo per Sudafrica-Messico la mia giornata si era fermata.

L'11 giugno 2010 ero a casa da solo, seduto a gambe incrociate sul divano, fresco fresco di fine della quinta elementare, senza un pensiero per la testa che fosse uno, innamorato più che mai dello sport che mi aveva appena regalato un triplete e che stava per offrirmi uno spettacolo che, forse sono le pupille della nostalgia a parlare, non mi avrebbe più riproposto.

L'epopea dell'Inter di Mourinho, l'Italia che si presentava da campione in carica, la consapevolezza di vivere per la prima volta un evento del genere in modo cosciente, critico: rispetto a sei anni prima sapevo chi fossero Drogba ed Henry, nei mesi precedenti ero andato in overdose di prodotti calcistici a tema Sudafrica 2010 — come quell'incredibile videogioco ufficiale per la Nintendo Wii -, ero rimasto vittima di quella esplosione di colore e allegria che fu quell'edizione, frastornato dal rumore delle Vuvuzelas e dalle note di Shakira e degli K'naan.

Soprattutto, quello stramaledetto e meraviglioso album delle figurine. Prima degli interessi amorosi, prima dei compiti in classe, prima degli esami all'università e dei concorsi pubblici, prima dell'ansia sociale a insegnarmi cosa fossero l'attesa e la frustrazione fu la caccia a completare l'album di quella edizione dei Mondiali. Gesù, cosa avrei potuto fare con tutti quei soldi spesi!

Per mesi e mesi, tutta la mia famiglia fu presa da una spasmodica e febbrile voglia di saccheggiare le edicole prima della mia città e poi persino della mia provincia e della regione, tutto per permettermi di completare quel fottutissimo album. C'è da dire che in quel periodo ero malato e venni ricoverato per ben due volte all'ospedale in poche settimane, ma forse mio zio esagerava lo stesso.

Lui non mi portava in regalo le bustine delle figurine: lui mi portava, due tre volte a settimana, l'intera confezione in vendita nell'edicola di volta in volta più vicina. Mi dispiace zio, davvero, perché tutti quei soldi alla fine sono finiti in doppioni che ho conservato per un po' per poi non poter impedire a mia madre di buttarli come un ladro nella notte qualche mese dopo. A cos'è servito spendere il PIL di Timor Est in figurine?

Quell'album non l'ho mai finito. Ci sono andato a tanto così ma, 16 anni dopo, continuano a mancarmi sei giocatori: Angelos Charisteas della Grecia (per uno scherzo del destino), Jozy Altidore degli USA, Dirk Kuyt dei Paesi Bassi, Abdoulaye Meite della Costa d'Avorio, Marcos Senna della Spagna e Mati Fernandez del Cile.

Negli anni successivi, il pensiero è tornato spesso a quell'album che ho continuato a conservare anche se ha accusato il passare del tempo, al tabellino finale dei risultati che ho aggiornato fino al quarto di finale tra Olanda e Brasile, quello del calcione di Felipe Melo, a quel Mondiale che sento di aver vissuto anch'io da protagonista e che in fin dei conti ho amato intensamente e seguito fino al gol allo scadere di Iniesta.

Quando il mio cuore oranje batteva per Sneijder tanto che gli amici dei miei genitori avevano cominciato a soprannominarmi Stekelenburg, alla gioia che il gol di Tshabalala ha instillato in me nonostante fossi nato a migliaia di chilometri di distanza da Bloemfontein, la gioia di assistere e partecipare ad un'infinita festa caotica, colorata, viva e vera, anche se la squadra per cui tifavo era uscita un mese prima delle altre.

Oggi inizia il Mondiale 2026 e mentre mi sto annodando la cravatta più pesante della mia vita ho ripreso in mano quell'album. Un Mondiale di calcio rimarrebbe l'evento sportivo più importante anche se a giocarlo fossero le rappresentative di Introdacqua, Ostuni e Trezzano sul Naviglio, anche se viene disputato nel contesto più triste e inospitale della storia recente e anche se, per la terza edizione consecutiva, non potremo riscoprirci comunità.

Ho cercato sul sito della Panini se fossero disponibili le figurine di quel Mondiale: ci sono ancora tutte, tranne quella di Mati Fernandez, forse perché qualche tifoso milanista ha deciso di farle sparire per lenire qualche brutto ricordo di qualche stagione fa. Non finirò mai quell'album, così come il Sudafrica non passerà mai quella fase a gironi e Robben non riuscirà mai a finalizzare il contropiede a tu per tu con Casillas.

Però quanto mi sono emozionato per quelle figurine, quanto ho gioito per quella rete, quanto ho sofferto per quella finale. Stasera torno a casa, mi metto comodo comodo e con il crudo di mare ancora sullo stomaco mi guarderò Messico-Sudafrica, qualunque cosa accada. Perché sedici anni dopo sono ancora pronto a farmi travolgere dalle emozioni, anche se non sono più un bambino e non faccio più la collezione delle figurine.

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto e l'abusivismo edilizio. Ha studiato a Bologna, dove si è laureato in giurisprudenza, e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema, quasi quanto fare oscuri riferimenti alla storia o alla politica. Ha sul comodino una sua foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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