
Altre sei squadre da tifare al Mondiale
Altro giro, altra corsa: il Mondiale è alle porte, e bisogna decidere per chi tifare: ecco altre sei squadre interessanti che dovreste tenere in considerazione.
A stretto giro con l'articolo uscito ieri, la redazione di Sportellate ha chiesto ai suoi autori di raccontarci il perché bisognerebbe simpatizzare questa o quella squadra al Mondiale del 2026, il terzo consecutivo senza Italia. Le opzioni sono tante, ben 48, la scelta da fare è tutt'altro che semplice e di ritrovarsi impreparati al match inaugurale non se ne parla proprio. Dunque, bando alle ciance: cerchiamo di capire perché dovreste tifare per le nazionali proposte oggi.
Brasile, di Danilo Cappella
- Possibilità di vittoria finale: 7/10
- Haram ball: 9/10
- Stella della squadra: Vinicius Jr.
- One-to-watch: Endrick/Rayan
- Motivo principale per tifare Brasile: Carlo Ancelotti
Ai nastri di partenza del Mondiale in arrivo, il Brasile non si presenta come favorito assoluto. Secondo bookmakers e addetti ai lavori, le big europee partono davanti nelle gerarchie e persino gli acerrimi rivali – e campioni in carica – dell’Argentina godono di maggiore considerazione per il trionfo finale.
Eppure, tifare per la nazionale verdeoro offre stimoli diversi, riassumibili in un nome e un cognome: Carlo Ancelotti. Vedere l’uomo del pragmatismo europeo, della gestione dei campioni e dell’equilibrio tattico alla guida della patria del joga bonito e del calcio bailado è una sfida al limite del filosofico. Il tecnico di Reggiolo è tra i più vincenti nella storia di questo sport, ma nonostante un palmarès difficilmente eguagliabile, viene spesso additato di aver ottenuto così tanto per sola benevolenza della dea bendata.
Risulta tuttavia riduttivo – al limite dell’offensivo – pensare che una simile striscia di successi sia figlia della mera fortuna solo perché espressa attraverso un calcio non sempre spumeggiante. Più di tutti i numeri e della statistica che potrebbe venirgli in soccorso, a parlare per Ancelotti sono la devozione degli uomini che ha allenato e l’interesse della cultura di massa: basti pensare che Paolo Sorrentino – non l’ultimo arrivato tra i registi – sta preparando un documentario sulla sua vita e carriera, iniziando le riprese proprio in concomitanza col ritiro premondiale. E quale finale migliore ci sarebbe per un film del genere, se non il gradino più alto del podio?
Ma ad intrecciarsi con la storia dell’allenatore italiano ce ne sono altre che possono spingere a sostenere la Seleção: la convocazione di Neymar, ad esempio. Anche l’attaccante del Santos ha vissuto una carriera piena di giudizi contrastanti: da un lato chi ne ha sempre apprezzato le indiscutibili doti tecniche, dall’altro chi ha mal digerito qualche atteggiamento provocatorio e antisportivo di troppo. Questo, però, è il suo ultimo ballo, il definitivo passaggio di testimone a Vinicius Junior: anche in questo caso, la vittoria finale sarebbe chiusura perfetta di un cerchio.
A completare il quadro, ci sono le storie dei convocati più giovani: Endrick e Rayan, due predestinati non ancora ventenni pronti a prendersi la scena. Il primo, reduce da un impatto devastante in prestito a Lione; il secondo, gioiello del Bournemouth, già pronto al grande salto verso il Liverpool per ricongiungersi con l’allenatore che lo ha lanciato
In fondo, se le storie di outsider sono sorprendenti e affascinanti, quelle che restituiscono certezze sono accomodanti e offrono un senso di rassicurante familiarità. Il Brasile che trionfa è quasi legge, tuttavia una vittoria mondiale manca dal 2002: sarà ora di tornare a vedere i festeggiamenti più colorati del pianeta?
Uzbekistan, di Giacomo Rizzi
- Possibilità di vittoria finale: 1/10
- Haram ball: 8/10
- Stella della squadra: Eldor Shomurodov
- One-to-watch: Abbosek Fayzullaev
- Motivo principale per tifare Uzbekistan: c’è un motivo valido per non farlo?
Scegliere la nazionale da tifare dopo che la tua ha fallito miseramente la qualificazione è una questione troppo importante per essere presa alla leggera. Optare per paesi dalla tradizione calcistica forte può sembrare una buona idea, ma se tifate una squadra che ha vinto quattro Mondiali, sapete quanto una sconfitta prematura o pesante possa fare più male di qualsiasi altra cosa. Soprattutto se la caduta arriva da molto in alto. Quindi, perché non godersi un un Mondiale da outsider?
Ad esempio, tifando per una squadra che gioca questo torneo per la prima volta, che sta vivendo la sua favola e che giocherà tutte le partite del suo girone sulle ali dell’entusiasmo. Intanto dobbiamo ringraziare la FIFA che, allargando il Mondiale a 48 squadre, ci dà molte più possibilità di scelte esotiche. Tra le tante, in tal senso, la migliore è senza dubbio l’Uzbekistan.
Intanto, in panchina c’è Fabio Cannavaro, il capitano. Colui che ha alzato la coppa nel 2006, vent’anni fa, nell’ultimo Mondiale giocato dignitosamente dall’Italia. Un atto di fedeltà alla nostra storia, molto più del Brasile di Ancelotti o della Turchia di Montella. Qualcuno obbietterà che si tratta di un allenatore arrivato solo dopo che la squadra ha ottenuto la qualificazione sotto la guida di Timur Kapadze, che prima di essere CT era stato una leggenda da calciatore della sua nazionale, e su questo c’è margine di discussione. effettivamente. Ad ogni modo, Kapadze ci sarà, come assistente di Cannavaro al Mondiale.

Inoltre, il soprannome dei calciatori dell’Uzbekistan è i lupi bianchi. Animali bellissimi ed eleganti. E questo forse già basterebbe.
Parliamo di una nazionale alla sua prima partecipazione al Mondiale, nonché la prima nazione dell’Asia Centrale a qualificarsi. Una squadra con tanti giovani di buon livello, cresciuti grazie a ingenti investimenti in infrastrutture, che - tra le altre cose - ha partecipato alle ultime Olimpiadi. I nomi più in rampa di lancio sono il difensore Khusanov e l’esterno Fayzullaev, senza contare il feticcio ex Serie A Shomurodov.
Nell’ultima amichevole con il Canada, l'Uzbekistan ha perso per 2-0. Ci sta, direte voi, contro una squadra più forte. Ma vi invito a recuperare la partita, per poter capire che i lupi bianchi fanno sul serio. Se non avete il tempo di farlo, vi basti sapere che, tra le altre cose, l’Uzbekistan ha creato più xG degli avversari (0.99, che diventano 0.83 considerando solo i tiri in porta). Insomma, ci sarà da divertirsi a questo Mondiale.
Sarò sincero con voi: le possibilità di passaggio del turno sono esigue. Il Gruppo K ospita Portogallo, Colombia e Repubblica Democratica del Congo. L’esordio dell'Uzbekistan sarà con la nazionale sudamericana e sarebbe auspicabile quantomeno un pareggio per avere possibilità di sognare. Ecco, tra i lati negativi, che ci richiederanno molta fedeltà per seguire la squadra di Cannavaro, ci sono gli orari delle partite. Il 18 giugno alle 4 di mattino contro la Colombia, il 23 alle 19 con il Portogallo e il 28 alle una e mezza di notte con la RD del Congo.
Io vi ho avvisato in tempo, programmate bene le ferie e forza lupi bianchi.
Marocco, di Marcello Brescia
- Possibilità di vittoria finale: 6/10
- Haram ball: 5/10
- Stella della squadra: Achraf Hakimi
- One-to-watch: Ayyoub Bouaddi
- Motivo principale per tifare Marocco: c’è un cerchio da chiudere
Inizierò mettendo le mani avanti, in modo tale da allontanare subito l’amaro calice: dopo le ben note vicende dell’ultima finale di Coppa d’Africa, il Marocco non guida certo la classifica delle Nazionali più simpatiche del pianeta, anzi. In effetti, non è proprio semplicissimo parteggiare per un movimento calcistico (da intendere in questo caso come somma di addendi quali la rosa, lo staff tecnico, la federazione e la tifoseria) macchiatosi di comportamenti decisamente antisportivi in occasione del duello con il Senegal, risoltosi di fatto in un tribunale, e non sul prato del Moulay Abdallah di Rabat.
Quest’incresciosa vicenda, del resto, non poteva che lasciare degli enormi strascichi in un ambiente al tritolo come quello dei Leoni dell’Atlante, costretti a cambiare guida tecnica a soli 3 mesi dalla partenza per il Nord America. La cocente delusione per la sconfitta davanti al proprio pubblico ha infatti portato alle clamorose dimissioni di Walid Regragui, non proprio un CT qualunque. Parliamo pur sempre del miglior allenatore della storia del Marocco, se non dell’intero calcio africano, mai avventuratosi oltre i quarti di finale di una Coppa del Mondo prima dell’impresa marocchina del 2022: le semifinali del Mondiale, raggiunte dopo aver sbattuto fuori due dirimpettaie odiate (e un tempo fin troppo invadenti) come Spagna e Portogallo.

Non perdiamo però il filo del discorso: al posto di Regragui è stato infatti ingaggiato Mohamed Ouahbi (belga di passaporto, ma di chiara provenienza maghrebina), ex selezionatore dell’Under-23, e trovatosi catapultato alla guida della Nazionale maggiore, che arriva negli USA accompagnata da un enorme carico di aspettative. In primis, sul Marocco grava un peso storico non da poco: riconfermarsi ad alti livelli dopo il grande exploit avuto in Qatar, riuscendo laddove fallirono il Camerun nel ’94 (fuori ai gironi), il Senegal nel 2006 (che non si qualificò nemmeno) e il Ghana nel 2014 (anch’esso out dopo la fase a gruppi).
Hakimi e compagni, tuttavia, hanno tutte le carte in regola per farcela: la rosa attuale dispone di ancor più qualità rispetto a quella che esaltò mezzo mondo per la sua strenua fase difensiva quasi 4 anni or sono. Da allora, il Marocco ha infatti aggiunto al proprio motore elementi come Saibari, El Mourabet e Brahim Díaz, dando anche ulteriore centralità ai già presenti Abde ed El Khannouss; una batteria di talento destinata ad arricchire ulteriormente la cifra d’estro della squadra di Ouahbi dal centrocampo in su.
Discorso a parte, invece, per quanto riguarda Ayyoub Bouaddi: il diciottenne mediano del Lille è il più giovane dell’intera spedizione marocchina, e dopo aver giocato per praticamente tutte le nazionali giovanili della Francia, ha deciso di rappresentare il proprio Paese d’origine; pur partendo dietro ad El Aynaoui nelle gerarchie, una saggezza tecnica come la sua non può che far comodo ad una squadra che, almeno sulla carta, non parte sconfitta in partenza contro nessun avversario al mondo.
Colombia, di Giuseppe Allegrini
- Possibilità di vittoria finale: 5/10
- Haram ball: 5/10
- Stella della squadra: Luis Díaz
- One to watch: Yerry Mina
- Motivo principale: Gabriel García Márquez
Se il tuo autore preferito è Gabriel García Márquez non puoi non avere una simpatia per la Colombia. Non puoi non averla se hai passato un’estate a Macondo con la famiglia Buendía; se hai aspettato con Florentino Ariza per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni che Fermina Daza rimanesse vedova; se hai divorato in un pomeriggio Cronaca di una morte annunciata sapendo dalla prima riga come sarebbe finita, se ti sei perso nei deliri barocchi de L’autunno del patriarca. Se provi simpatia per quei villaggi e quelle spiagge caraibiche dove Remedios la Bella ascende al cielo trascinata dal vento insieme alle lenzuola bianche e dove una pioggia di piccoli fiori gialli cade su Macondo alla morte del patriarca.
La Colombia del calcio è un pezzo della stessa storia. Ogni quattro anni arriva, fa intravedere qualcosa di enorme, e poi il destino le scrive un finale diverso. Come in García Márquez, del resto. I cafeteros arrivano con un livello di aspettativa che non si vedeva dal 2014. Non quello del 1994, quello mitologico di Valderrama e Asprilla che si chiuse con l’autogol di Escobar e con Escobar ucciso a Medellín dieci giorni dopo. Ma un’aspettativa vera: questa è la squadra che ha battuto Argentina e Brasile in casa, che ha mancato il 2022 e ci torna con la rabbia di chi sa di essersi perso un’edizione.
La guida è dell’argentino Néstor Lorenzo, al primo Mondiale da CT. Gioca con un 4-2-3-1 pieno di giocatori tecnici e di velocità sulle corsie esterne. Al centro c’è ancora James Rodríguez. Dodici anni dopo la Scarpa d’Oro e quella volée contro l’Uruguay a Brasile 2014. Ha trentacinque anni e non gioca più a certi livelli da tempo, ma resta il regista naturale dei cafeteros.
Con Arias e Ríos alle spalle orchestra il possesso innescando Luis Díaz e Luis Suárez, quasi trenta gol allo Sporting quest’anno. In difesa Jhon Lucumí del Bologna e Yerry Mina del Cagliari, lo stesso che nel 2018 segnò di testa all’Inghilterra agli ottavi. Il girone non è stato favorevole: Gruppo K con il Portogallo, il Congo e l’Uzbekistan. Ma la Colombia ha il vantaggio di rendere meglio quando nessuno se lo aspetta.
Chi segue il calcio si affeziona a quelle squadre che sbucano fuori in un Mondiale e ci rimangono dentro per sempre. Il Marocco 2022, la Croazia 2018, l’Uruguay 2010 di Forlán. E la Colombia del 2014: non arrivò in semifinale, eppure è rimasta nella coscienza collettiva per il gol di James, per quella sensazione dolorosa che ci fosse una squadra pronta ad arrivare in fondo e che si fermò ai quarti senza Radamel Falcao. Ai cafeteros manca ancora la semifinale di un Mondiale. Tifare Colombia significa aspettare con loro, come Florentino Ariza, un epilogo promesso da troppo tempo.
Olanda, di Umberto Zimarri
- Possibilità di vittoria finale: 6/10
- Haram ball: 7,5/10
- Stella della squadra: Malen
- One-to-watch: Crysencio Summerville
- Motivo per tifare Olanda: perché collettivismo e individualità si fondono sempre in una bellezza effimera
C'è una maglia. È arancione, il colore del tramonto. Il colore della cosa più bella del giorno che però dura cinque minuti e poi sparisce. Ecco. Quella è la bellezza effimera del calcio olandese.
Cees Nooteboom, uno scrittore olandese del Novecento, nei suoi romanzi ha inserito personaggi che inseguono qualcosa che non riescono mai ad afferrare del tutto. Quella tensione irrisolta diventa essa stessa la storia. Guardando le vicende calcistiche olandesi viene da pensare che Nooteboom abbia descritto anche questo.
Nel 1974 a Monaco di Baviera, in campo c'è un uomo che si chiama Johan Cruyff. Ha deciso di ridisegnare la fisica e fare una rivoluzione culturale, giocando a calcio. Anzi, diventando l'emblema del calcio totale. Da quel momento in poi, ad Amsterdam e dintorni il calcio diventerà un manifesto. Un'idea. Un modo di stare al mondo. Perderanno in finale contro la Germania.
Nel 1978 in Argentina, Cruyff non c'è ma arrivano in finale lo stesso. Perdono ancora. Ai tempi supplementari. Al novantesimo minuto, sull'1-1, Rob Rensenbrink anticipò il portiere argentino con la porta sguarnita e colpì il palo. Cinque centimetri.
Siamo a Johannesburg, 2010. Troviamo un'Olanda diversa: più cinica e difensiva. Ma ci sono la visione di Wesley Sneijder e i dribbling di Arjen Robben. Arrivano in finale contro la Spagna del tiki-taka. E perdono. Al 116° minuto. Come se l'universo avesse detto loro "non solo non alzerete la coppa, ma ho deciso di farvi soffrire il più possibile".
Tre finali mondiali. Zero coppe.
Qualsiasi altra nazione avrebbe smesso di sognare, costruendo squadre concrete e drammaticamente pragmatiche. Loro no. Mi piace pensare che ogni nazionale dei tulipani continui a credere che il calcio sia una forma d'espressione. Che il movimento, la fluidità, l'intelligenza collettiva abbiano un senso anche se alla fine non bastano. Che esista la profonda, ma silenziosa, convinzione che il calcio debba essere qualcosa, non solo un risultato.
Allora perché tifare Olanda in questo Mondiale? Tiferà Olanda chi crede nel dogma del 4-3-3, nelle geometrie e negli inserimenti di Reijnders, nell'eleganza old-style di Frenkie De Jong, nelle falcate di Gakpo, nel Malen versione deluxe visto nella Capitale, nella corsa potente di Dumfries, nella sicurezza (da ritrovare) di van Dijk.
Tiferà Olanda chi crede che ci sia qualcosa di profondamente umano in una squadra che arriva sempre a un passo dalla felicità e non smette di provarci. Tiferà Olanda chi vuole che stavolta vada diversamente. Chi crede che le storie prima o poi trovino il loro finale. Chi sa già che probabilmente non sarà così, ma li seguirà lo stesso fino all'ultimo minuto.
Sono tutti un po' così, i romantici, no?
Argentina, di Niccolò Frangipani
- Possibilità di vittoria finale: 7/10
- Haram ball: 4/10
- Stella della squadra: Lionel Messi
- One-to-watch: Valentin Barco
- Motivo principale per tifare Argentina: The Last Dance di Messi
Il motivo più facile che potrei giocarmi per convincervi a tifare Argentina è la massiccia presenza di giocatori di origine italiana. Tifare per l’Argentina è, in piccolo, come tifare per una sorta di nazionale surrogato della nazionale italiana. Ma, mettendo da parte le spinte campanilistiche, tifare per l’Albiceleste è tifare per una regina della storia dei mondiali.
Personalmente, uno dei primi ricordi che ho della Coppa del Mondo, è quello di un Messi imberbe che viene consigliato all’orecchio da Maradona a Sudafrica 2010. Quell’immagine è stata la genesi di una mistica – e di una rincorsa – che si è sublimata in Qatar: l’allievo che batte il maestro.
Questa narrazione, che francamente ha preso toni stucchevoli e retorici in molte occasioni, però ci aiuta a capire che cosa è stato quel Mondiale per Messi e per gli argentini. Il riscatto e la consacrazione per una generazione che è sempre stata vessata, vilipesa, sottovalutata, schernita, in campo e fuori. L’Argentina è un paese che si regge e si nutre delle sue contraddizioni e la nazionale di calcio contribuisce ad alimentarle.

Delle grandi nazionali presenti al Mondiale l’Argentina è quella che nelle mura domestiche soffre la situazione peggiore. Un campionato poco competitivo – due gironi che raggruppano trenta squadre – e i continui scandali di corruzione nella AFA – fra cui sembra rientrare anche Rodrigo de Paul – farebbero pensare ad una nazionale disastrata che in USA è degna solo del ruolo di comparsa.
Invece, come spesso è successo nella loro storia, gli argentini hanno trovato in questa situazione di svantaggio e precarietà un motivo per fare quadrato e sublimare il loro talento. Nel 1982-1986 successe con le Malvine e con Diego, oggi succede lo stesso con la macelleria sociale interna e Messi, seppur quest’ultimo non abbia preso posizioni di dissenso verso il governo di Milei, anzi.
Tornando sul lato più calcistico, l’Argentina è una squadra dinamica che gioca un 4-3-3 con variazioni molto interessanti dal centrocampo in su, dove Mac Allister, Enzo e de Paul compongono un trio in grado di scambiarsi le posizioni – e i compiti – a piacimento a seconda dell’avversario. È questa una delle caratteristiche più spiccate della nazionale di Scaloni: l’adattabilità. L’Argentina cambia, camaleonticamente, pelle a seconda dell’avversario, come hanno dimostrato l’ultima finale di Copa America e la partita contro la Francia.
A mio modo di vedere il giocatore più interessante dell’Albiceleste è Valentin Barco, che ha completato la sua evoluzione da terzino di spinta a mezz’ala di creazione e fantasia. Vederlo giocare è un piacere per gli occhi – anche se non potrà salire sul pallone – e il modo in cui interpreta il ruolo lo inserisce nella categoria di quei giocatori per cui vale la pena pagare il biglietto, insieme a Cherki, Olise e Lamine Yamal. Giocatori che scendono in campo come se stessero giocando una partita di sette contro sette con gli amici, leggeri e spensierati.
Facendovi guidare, invece, dal cuore dovreste tifare Argentina perché questo è – purtroppo – l’ultimo Mondiale di Messi. Un Ultimo Tango, come ricordato da Adidas, che ha il sapore amaro dell’addio ma anche del dolce derivante dalla certezza di aver dato – e vinto – tutto il possibile. Citando l’Indio Solari, mancato in queste ore, “las despedidas son esos dolores dulces” (Gli addii sono quei dolci dolori) e quello di Messi sarà – in ogni caso – un addio dolcissimo.
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