
Sei squadre da tifare al Mondiale 2026
Il Mondiale che si giocherà in Messico, Canada e USA è alle porte: per che squadra tifare, in assenza dell'Italia?
Giovedì avrà inizio l'edizione numero 23 dei Mondiali di calcio: ad ospitare le 48 squadre che si sono qualificate saranno USA, Messico e Canada e, come ben sappiamo, tra queste non figura l'Italia, che nel corso della settimana scorsa si è regalata due entusiasmanti e prestigiosissime amichevoli con Lussemburgo e Grecia, schierando numerosi giovani accompagnati da capitan Gigio Donnarumma.
Non ce ne vogliano le nazionali che abbiamo affrontato in questo triste inizio di giugno, calcisticamente parlando. L'unico modo per poter sdrammatizzare, infatti, è proprio questo: tramite l'ironia, e non prendendosi troppo sul serio.
L'Italia e suoi tifosi guarderanno dunque il Mondiale per la terza volta di fila dal divano e, come se non bastasse, la competizione si svolgerà spesso a orari ostici, durante la notte, creando ancora più confusione, in aggiunta al fatto che questo sarà il Mondiale con più squadre a giocarsi l'ex Coppa Jules Rimet.
Per questo, abbiamo chiesto ai nostri autori di mettere un po' di ordine in questa tonnara indicandoci le squadre che simpatizzeranno e il perché delle loro scelte. Chissà che i nostri consigli non possano avvicinarvi a questa o a quella nazionale, facendovi vivere comunque il Mondiale con un qualche trasporto emotivo dato che gli azzurri, negli ultimi 12 anni, hanno deciso di non collaborare in tal senso.
Senegal, di Giovanni Papani
- Possibilità di vittoria finale: 5/10
- Haram ball: 4/10
- Stella della squadra: Sadio Mané
- One-to-watch: Ibrahim Mbaye
- Motivo principale per tifare Senegal: occasione di rivalsa per tutto il continente africano
Dei 1.248 giocatori che prenderanno parte alla spedizione in America del Nord, più di un centinaio sono nati in Francia (circa l’8% del totale) e, tra questi, ben 75 parteciperanno senza rappresentare i bleues. Questo dato ci dice due cose fondamentali, ovvero che la Francia è senza dubbio il posto migliore dove un bambino possa sognare di diventare calciatore, e che il colonialismo si tocca ancora con mano.
Tra i paesi più rappresentati da questi numeri c’è ovviamente il Senegal, formalmente indipendente dal 1960 ma che tuttora utilizza come moneta il Franco coloniale e come unica lingua ufficiale il francese. Il bello è che nel Girone I si sfideranno proprio i “leoni” e la Francia, e il fatto di schierarsi dalla parte dei colonizzati e degli schiavi invece che da quella degli oppressori sarebbe già un buon motivo per tifare Senegal, ma ci sono anche altre ragioni più strettamente calcistiche.
Un girone con Francia e Senegal si è già visto nel 2002 in Corea e Giappone, Mondiale di esordio della squadra africana e occasione nella quale i francesi, campioni del Mondo e di Europa in carica, si fecero eliminare malamente con un solo punto conquistato. Difficile che si ripeta un disastro del genere, ma il Girone I si prospetta sicuramente combattuto.
Un altro richiamo tra 2026 e 2002 è il secondo posto raggiunto in entrambe le occasioni dal Senegal in Coppa d’Africa. Certo, se dite ad un senegalese che quest’anno l’ha vinta il Marocco non vi farete sicuramente un amico, ma questa coincidenza potrebbe significare una grande cavalcata in Coppa del Mondo, come ventiquattro anni fa. E poi, in caso di vittoria finale, assisteremmo ad un primo storico trionfo per l’intero continente africano.
Un ulteriore motivo per tifare Senegal è la generazione d’oro che sta andando ormai verso il tramonto. Questa, quasi sicuramente, sarà l’ultima occasione per brillare per il recordman di presenze Idrissa Gana Gueye, per Kalidou Koulibaly, e ovviamente anche per uno dei giocatori africani più forti di tutti i tempi: Sadio Mané. L’esperienza di queste colonne portanti, come si è visto pochi mesi fa in Marocco, sarà perfetta per bilanciare la grande freschezza del resto della rosa. Fare bene in Nord America significherebbe far togliere un ultimo sfizio ai fenomeni sopra citati.
Se ancora non foste convinti, vi basti guardare i tifosi del Senegal. Ogni partita è una festa sugli spalti, con colori e balli, ma soprattutto con la Teranga, parola del vocabolario wolof che si potrebbe tradurre con “ospitalità”, che è il concetto principe della cultura senegalese. Teranga è ciò che permette a cristiani e musulmani presenti sul territorio di convivere nel rispetto reciproco, ma anche ciò che rende la popolazione così notoriamente pacifica e accogliente.

Scozia, di Danilo Cappella
- Possibilità di vittoria finale: 3/10
- Haram ball: 5/10
- Stella della squadra: Scott McTominay
- One-to-watch: Findlay Curtis
- Motivo principale per tifare Scozia: iconicità pura in ogni scelta
Dopo ventotto lunghi anni – l’ultima volta era stata nel 1998, in Francia – la Scozia torna alla fase finale di un campionato del mondo. La Tartan Army, nome dato ai sostenitori scozzesi facente riferimento al caratteristico disegno utilizzato nei kilt e alla marea di persone che seguono la squadra, vive con la speranza di superare la fase a gironi per la prima volta nella propria storia.
Tra i motivi che spingerebbero chiunque - tra i non scozzesi - a tifare per gli uomini di Steve Clarke c’è sicuramente la presenza di Scott McTominay: il centrocampista del Napoli rappresenta alla perfezione lo spirito scottish (anche se, a dirla tutta, è nato in Inghilterra). Ha iniziato in punta di piedi e senza fare troppo rumore è diventato cardine e leader trascinante, come un redivivo William Wallace dei giorni nostri.
In patria la sua centralità è ormai quasi culto, alimentato dall’iconica rovesciata contro la Danimarca con la quale il numero 8 ha sigillato il primato nel girone di qualificazione. Quel gol è diventato simbolo nazionale ad ogni livello: a Glasgow gli è stato dedicato un murale, mentre è stata stampata una banconota celebrativa a tiratura limitata (100 copie), i cui proventi sono destinati in beneficenza a sostegno delle persone senza fissa dimora.
Ma le iniziative per portare a sé i tifosi orfani delle proprie squadre al mondiale passano anche per il cinema: è stato infatti Ewan McGregor, in un caratteristico ed epico video, a diramare la lista dei convocati, a conferma di quanto sia importante e indissolubile il legame tra la squadra e la propria gente. Anche nelle parole del più giovane del gruppo, Findlay Curtis (reduce da 5 gol in 14 partite da gennaio in poi al Kilmarnock), c’è tutto l’orgoglio di esserci e il desiderio di sorprendere: “Avevo prenotato le vacanze a Tenerife con i miei genitori e ho dovuto disdire, ma sono decisamente più felice di essere qui!"
Insomma, la Scozia non avrà i favori del pronostico né le carte in regola per vincerlo questo Mondiale, ma le ha sicuramente per andare oltre i limiti raggiunti finora ed emozionare i propri tifosi e chiunque deciderà di adottare i suoi colori.
Germania, di Valerio Fontana
- Possibilità di vittoria finale: 8/10
- Haram ball: 3/10
- Stella della squadra: Kai Havertz
- One-to-watch: Aleksandar Pavlović
- Motivo principale per tifare Germania: la maglia più bella del Mondiale
Come in ogni Mondiale, non si può non inserire la Germania fra le nazionali favorite per la vittoria finale. Nonostante le due clamorose eliminazioni ai gironi nel 2018 e nel 2022 – peggior risultato della storia di una nazionale che aveva sempre superato la fase a gironi – la Nationalmannschaft si presenta al Mondiale americano con molte novità portate dall’allenatore Julian Nagelsmann, il più giovane della storia della nazionale.
Complice l’allargamento del Mondiale, i tedeschi troveranno un girone molto più agevole rispetto alle ultime due edizioni. La Costa D’Avorio è sì un avversario ostico, ma Curaçao ed Ecuador non sembrano in grado di impensierire Havertz e compagni.
In porta – non senza polemiche – il CT ex Bayern ha deciso di affidarsi ancora una volta al 40enne Manuel Neuer, nonostante quest’ultimo avesse lasciato la nazionale dopo gli Europei del 2024. In difesa, accanto all’esperienza di Antonio Rüdiger, scalpita Nico Schlotterbeck del Borussia Dortmund, probabilmente il migliore centrale dell’ultima Bundesliga. A centrocampo Nagelsmann si affiderà sicuramente al suo capitano Joshua Kimmich, probabilmente affiancato da un altro giocatore del Bayern, quell’Aleksandar Pavlović che si sta guadagnando i galloni di titolare sia con la Nazionale che con i bavaresi e che rappresenta la novità più intrigante di questa Germania.
Davanti, poi, la Germania può contare su un’eccezionale quantità di talento fra Wirtz, Musiala, la stella emergente di Lennart Karl pronto a spaccare le partite e soprattutto Kai Havertz. Il centravanti dell’Arsenal, al secondo Mondiale da titolare dopo quello in Qatar, sembra aver ormai fatto un grande salto di qualità anche a livello mentale ed è pronto per guidare l’attacco di una nazionale che negli ultimi quindici anni ha fatto fatica a produrre centravanti puri.
La storia della Germania nei Mondiali – seconda nazionali più titolata a pari merito con l’Italia – è sempre stata la storia del cattivo di turno. I tedeschi, infatti, vantano l’onore di aver sconfitto in finale due delle squadre più forti a non aver mai vinto la massima competizione per nazionali: l’Ungheria di Puskás nel 1954 e l’Olanda di Cruyff e del totalvoetball vent’anni dopo.
Furono due successi storici per l’allora Germania Ovest, con il primo che è considerato ancora oggi un passaggio fondamentale per “riammettere” la Germania nel mondo civile dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. Nel 1990, poi, il trionfo nell’anno della riunificazione, a segnare ancora una volta il ruolo importantissimo che il calcio ha avuto nella storia tedesca.
Nel 2014, infine, l’ultimo Mondiale vinto massacrando i brasiliani a casa loro. Qualsiasi altra nazionale si sarebbe fermata dopo 3/4 gol, loro hanno fatto piangere un paese intero.

Ma allora perché fare il tifo per loro? Perché, semplicemente, nella nostra vita avremmo tutti bisogno di un po’ di organizzazione tedesca. Avremmo tutti bisogno di lavorare o studiare in un contesto estremamente organizzato in cui non c’è bisogno di stare in ufficio dopo le cinque perché tanto fino a quell’ora siamo stati produttivi e non sono rimaste inevase fantomatiche emergenze improrogabili.
E poi perché io sono in Germania e vedersi le partite tutti insieme qui è uno spasso. Organizzazione e diligenza nei contesti formali, ma poi i tedeschi sanno divertirsi. Sanno stare all’aperto, sanno bere, sono bravissimi a fare comunità, anche più bravi di noi italiani. E mica vorrete togliermi il piacere di vedere battuti tutti i record di consumo di birra pro-capite no?
Uruguay, di Umberto Zimarri
- Possibilità di vittoria finale: 4,5/10
- Haram ball: 10/10
- Stella della squadra: Federico Valverde
- One-to-watch: Rodrigo Zalazar/Federico Viñas
- Motivo per tifare Uruguay: perché il calcio può ancora essere una cosa seria
Perché tifare Uruguay in questo mondiale? Ci sarebbero un’infinità di motivi ma proviamo ad elencare i principali.
Si inizia dalla storia calcistica mistica di questa nazione. Partiamo da un dato: l'Uruguay ha tre milioni e mezzo di abitanti. Meno della Lombardia. Meno di Los Angeles. Meno di qualunque cosa abbiate in testa quando pensate a una potenza calcistica mondiale. Eppure, questo paese minuscolo incastrato tra Argentina e Brasile, due giganti che lo schiacciano geograficamente e demograficamente, ha vinto due Mondiali. Il primo nel 1930, in casa, nel torneo che inaugurò l'intera storia della competizione. Il secondo nel 1950, al Maracaná di Rio de Janeiro, davanti a duecentomila brasiliani che erano lì per celebrare la loro vittoria e invece tornarono a casa in silenzio. Il Maracanazo.
Come ci riesce, un paese così piccolo? C'è una risposta ufficiale e una vera. Quella ufficiale è la garra charrúa: l'artiglio dei Charrúa, il popolo indigeno che abitava le rive del Rio de la Plata e che resistette ai colonizzatori spagnoli per secoli, fino a quando nel 1831, pochi anni dopo l'indipendenza, fu quasi completamente sterminato. L'Uruguay ha preso quella storia di resistenza feroce e ne ha fatto filosofia sportiva e un modo di stare in campo. Tradotto: non mollano mai e quando sei sicuro di averli battuti probabilmente non li hai battuti.
La trasposizione porta ad un altro mito celebre, quello del caudillo, il difensore o centrocampista centrale che funge da leader indiscusso della squadra. L’uomo capace di tenere insieme il gruppo, di alzare l'intensità nei momenti decisivi, di essere il punto di riferimento attorno a cui tutto il resto si organizza. Obdulio Varela lo fu nel 1950, capitano e anima del Maracanazo, l'uomo che prima della ripresa tenne la palla sotto il braccio il più a lungo possibile per non far riprendere fiato ai brasiliani. Ma lo sono stati anche Josè Nasazzi, Nèstor Goncalves e più recentemente Diego Godín.
La risposta vera, invece, è che in Uruguay il calcio è storia nazionale. Lo disse Ondino Viera, uno degli allenatori della Celeste, con una franchezza disarmante: "Le altre nazioni hanno la loro storia. L'Uruguay ha il calcio."
Il secondo motivo è Federico Valverde. Il giocatore più sottovalutato del pianeta. El Pajarito, l'uccellino, soprannome che suona quasi come una presa in giro per uno che in campo sembra una forza della natura. Ventisette anni, nato a Montevideo da una famiglia senza soldi: la madre vendeva vestiti e giochi per bambini per strada, il padre faceva la guardia giurata. A diciotto anni è al Real Madrid. Valverde gioca da centrocampista, da terzino, da ala, da mediano. Non ha mai sfigurato in nessuna di queste posizioni, anzi spesso è stato dominante.
Ha segnato una tripletta al Manchester City in Champions League quest'anno con la naturalezza di chi stava bevendo una birra al bar. Ha tecnica, fisicità, visione, la capacità di fare male in entrambe le fasi ed è la garra charrúa fatta giocatore moderno: l'intensità messa al servizio di qualcosa di più grande. Il nuovo caudillo, nato stavolta non in difesa ma a centrocampo, dove oggi si decidono le partite.
Il terzo motivo è Marcelo Bielsa. Il messia per chi cerca nel calcio qualcosa che va oltre il risultato. Bielsa è il tipo di personaggio per cui vale la pena seguire una squadra indipendentemente dalle possibilità di alzare il trofeo. È il calcio come ossessione filosofica e atto di fede laica. In un futbol sempre più omologato, lui è un'anomalia che cammina ed indica una strada.
Nato a Rosario nel 1955, stessa città di Leo Messi ed Ernesto Che Guevara, con cui condivide le origini geografiche e una certa tendenza a pretendere la rivoluzione permanente. Per tutti è El Loco. Non è certamente l’allenatore che ha vinto di più ma è certamente uno di quelli che ha ispirato di più, tra tutti Pep Guardiola. La storia del calcio moderno porta la sua impronta. Si definisce un istruttore. È ossessivo, paranoico, maniacale fino all’eccesso. Saluta poco e non dice buongiorno. Lui stesso si è definito tossico. Si ama o si odia. Non c’è altra strada.
"La felicità dei gol è l'ultima cosa che i poveri possono permettersi." Probabilmente stava parlando di calcio. Probabilmente no. Con lui i confini scompaiono. Tre motivi per appassionarci alla Celeste. Nessun motivo per scommettere su di loro. Quindi, eccoci qui…
Croazia, di Giacomo Visconti
- Possibilità di vittoria finale: 5/10
- Haram ball: 5/10
- Stella della squadra: Modrić
- One-to-watch: Sučić/Vušković
- Motivo per tifare Croazia: perché è una squadra alla quale piace giocare il ruolo di ammazza-grandi
Di motivi per tifare la Croazia ce ne sono, eccome. Innanzitutto, perché è una di quelle nazionali che, ultimamente, nelle competizioni dove a vincere sono le superpotenze e gli squadroni, è riuscita a mettere i bastoni fra le ruote a selezioni ben più attrezzate per arrivare fino in fondo. Basti pensare che nelle ultime due occasioni, gli scaccati sono riusciti ad arrivare sempre sul podio: nel 2018, al secondo posto, fermati solo da un Mbappé formato R9; nel 2022, al terzo posto, battendo un’altra outsider, il Marocco, nella finalina.
La Croazia è quindi una di quelle nazionali dallo sgambetto facile, alle quali piace fare brutti scherzi alle squadre più blasonate. Brasile, Inghilterra e Argentina sono alcune delle big che hanno perito sotto i colpi di Modrić e compagni, anche con risultati altisonanti. Se siete in cerca di partite dall’esito imprevedibile, dove a regnare è il caos, la follia croata può fare al caso vostro.

Tornando a Modrić, il centrocampista del Milan ci torna utile per introdurre un altro motivo per simpatizzare i Vatreni - che in croato significa “i focosi”, e ho detto tutto - ovvero la presenza di calciatori che, probabilmente, sono arrivati alla fine di un ciclo, almeno in nazionale.
Lo stesso ex Real, Perišić, Kovačić, Budimir, Kramaric, Pašalić: tutti profili navigati che probabilmente, per fattori anagrafici, giocheranno l’ultimo Mondiale da protagonisti della loro carriera. Prendendo come esempio Pašalić, il più giovane tra i calciatori appena elencati, spegnerà 35 candeline nel 2030, ragion per cui difficilmente rappresenterà una colonna portante nello scacchiere croato in vista del prossimo campionato del Mondo. Perché, dunque, non tifare per un ultimo ballo dignitoso di questi calciatori con la maglia biancorossa?
Lungi da me, tuttavia, rappresentare questa Croazia come una sorta di casa di riposo. Tutt’altro: Dalić vanta, nella sua selezione, un numero non esiguo di giocatori giovani e in rampa di lancio, intriganti, che possono sbocciare. Come Vušković, difensore del Tottenham, che quest’anno ha giocato nell’Amburgo, dando grande prova di sé; Sučić, centrocampista dell’Inter che ha ben figurato in Italia, in particolar modo negli ultimi mesi; Baturina, uno dei volti più interessanti del Como di Fàbregas; Matanović, pennellone di 1,95 metri che ha segnato 11 gol in Bundes con il Friburgo.
Oltre ad esservi equilibrio tra calciatori esperti e giovani con tanta voglia di prendere per mano questa Croazia e portarla più in fondo possibile, infine, nella nazionale di Dalić ci sono molti giocatori che militano o hanno militato in Serie A, il che può aiutare a rendere più familiare un Mondiale dove ci saranno tanti profili nuovi e sconosciuti.
Diabolica tendenza a far male alle squadre più forti; calciatori navigati che passeranno il testimone alle nuove generazioni; molti giocatori noti a noi italiani. La Croazia di sicuro non parte tra le favorite per accaparrarsi la Coppa, sia chiaro, però non si sa mai che non ci possa regalare qualche altra partita fuori dagli schemi.
Messico, di Giuseppe Allegrini
- Possibilità di vittoria finale: 5,5/10
- Livello di haramball: 8/10
- Stella della squadra: Julian Quiñones
- One-to-watch: Gilberto Mora
- Motivo principale: Vedere esplodere il fegato di Donald Trump
New York è la città natale di Donald Trump. È lì che suo padre Fred costruì mattone dopo mattone
il piccolo impero immobiliare della famiglia partendo da Jamaica Estates, nel Queens, in una villetta
Tudor che oggi vale milioni di dollari solo perché ci ha dormito da bambino il presidente. È lì che Donald crebbe e imparò da suo padre e dalla vita l'amore per la libertà (cit.), per poi trasferirsi a Manhattan a ventotto anni, erigere la sua Torre dorata sulla Quinta Avenue, e trasformarsi prima in personaggio televisivo, poi in scapestrato impresario edile e amico di frequentazioni indicibili, infine in inquilino della Casa Bianca per ben due volte non consecutive.
New York, o più precisamente East Rutherford nel New Jersey, a venti minuti da Manhattan, ospiterà il 19 luglio la finale di questo Mondiale. Al MetLife Stadium, lo stesso impianto in cui nel luglio del 2025 Trump si è aggirato sul palco della premiazione del Mondiale per Club come se avesse vinto lui, tenendosi alla fine il trofeo originale e lasciando al Chelsea, squadra vincitrice e dettaglio secondario, una replica. Un gesto che ha sintetizzato meglio di qualsiasi discorso tutto ciò che Trump rappresenta: l’idea che, in fondo, brillare di luce riflessa significhi pur sempre brillare, anche se ciò significa sminuire e degradare i meriti e la dignità degli altri.
Ecco la prima, forse la migliore ragione per tifare Messico. Immaginate Trump costretto a premiare
la nazionale messicana. Costretto a stringere la mano ai giocatori di quel popolo che, come se la civiltà finisse di qua dal Rio Grande, ha cercato in tutti i modi di osteggiare, di denigrare e umiliare, facendo del grande muro al confine col Messico la prima e più riconoscibile promessa della sua carriera politica e abbracciando in pieno quella visione del Mondo suprematista e razzista che vede nei latinoamericani, e nei messicani in particolare, comunità da allontanare se non da sfruttare o addirittura sottomettere.
L'intero Mondiale, dall'infame cerimonia di consegna del Premio per la Pace FIFA fino alla Finale del prossimo luglio, è pensato come una vetrina per il suo potere, per il suo ego e il Messico che arriva sul tetto del mondo sarebbe la negazione perfetta di questo monumento alla prepotenza, lo schiaffo più rumoroso che il calcio possa dare alla politica. Il Messico che porta su quel prato non solo undici giocatori, ma tutta la tradizione latinoamericana che la destra MAGA e suprematista vuole confinare oltre il muro.
Quella stessa tradizione che a febbraio di quest’anno, durante l’halftime show del Super Bowl, Bad Bunny ha portato dentro la cattedrale del football americano cantando in spagnolo davanti a centosessanta milioni di spettatori, costringendo l’America profonda a guardare e ad ascoltare ciò che vorrebbe ignorare. Basterebbe questo.
Ma ci sono altre ragioni, e ce ne sono di più solide di quanto i risultati della Tri farebbero pensare. Il Messico arriva a questo Mondiale con un peso specifico che il mero ranking - la nazionale di verde vestita occupa la quattordicesima posizione al mondo - non riesce a restituire. Nelle ultime sette edizioni il Messico è uscito agli ottavi sei volte consecutive, dal 1994 al 2018, e poi addirittura al primo turno in Qatar 2022.
I messicani hanno coniato un'espressione per racchiudere questa dinamica purtroppo ricorrente: la maldición del quinto partido, la maledizione della quinta partita. Quella che non arriva mai. Il miglior risultato della loro storia rimane il quarto di finale, ottenuto solo nel 1970 e nel 1986: entrambe le volte, in casa. Adesso, per la terza volta, il Mondiale torna in Messico, paese che nessun altro ha mai ospitato così tante volte e tutto suggerisce che, se la maledizione deve cadere, deve farlo adesso.
In panchina c’è Javier Aguirre, alla sua terza esperienza da CT della nazionale: era in campo da giocatore nel 1986, l’edizione del Mundial di Maradona ma anche dei quarti messicani persi ai rigori con la Germania Ovest. La Tri arriva al torneo dopo otto amichevoli di preparazione senza sconfitte, chiuse da un 5-1 alla Serbia, e con il quarantenne Guillermo “Memo” Ochoa convocato per il sesto Mondiale della carriera, traguardo che nessuno ha mai raggiunto se non Messi e Cristiano Ronaldo.
Il problema è il talento. Questa, dicono in patria, non è una generazione brillantissima, e la grande speranza Santi Gimenez arriva dalla sua peggior stagione in carriera, tra calo di forma e problemi fisici che lo hanno tenuto a lungo fuori nel 2026. Aguirre gli ha preferito davanti Raul Jimenez: anziano, vicino al congedo, eppure uno di quei giocatori iconici che con la maglia della nazionale si accendono e cambiano l’energia delle partite.
A reggere la mediana c’è il capitano Edson Alvarez, regista del West Ham; a illuminare il gioco il diciassettenne Gilberto Mora, che sta attirando l’attenzione di tutti con prestazioni incredibili; sulla fascia destra l’eclettico Julian Quiñones, reduce da trentasette gol in trentacinque presenze con l’Al-Qadsiah in Arabia Saudita. Una squadra senza fenomeni, ma con un’idea pragmatica e disciplinata, costruita per resistere ai momenti più che per dominarli.
Il vero motore, però, non è in campo. È sugli spalti. L’Azteca è insieme ispirazione e fardello, e nelle due edizioni casalinghe del 1970 e del 1986 la spinta del pubblico fu determinante. Questa è la cosa che giustifica davvero il tifo da fuori, da italiani che con il Messico non hanno nessun legame oltre quello, quasi sentimentale, del calcio guardato in tv.
Perché tifare Messico è, prima di tutto, tifare l’idea che ho avuto del Messico da bambino. Quando avevo otto, nove anni e infilavo nel lettore il DVD de I Tre Caballeros, quel film Disney del 1944 in cui Paperino vola in Sud America con Panchito Pistoles, il gallo rosso messicano col sombrero gigantesco e le pistole alla cintura, e José Carioca, il pappagallo brasiliano. Il momento in cui i tre arrivano ad Acapulco è una delle cose visivamente più potenti che la Disney abbia mai fatto: un’esplosione di colore, di musica, di mare turchese, di piñatas che si spaccano in cielo e fanno cadere addosso a Paperino caramelle, fuochi d’artificio, cuori. Una specie di trance cromatica.

Per uno che da bambino abitava nel sud Italia e l’America Latina la vedeva al massimo nei cartoni del
pomeriggio, il Messico era quella roba lì: il posto in cui i colori non sono mai stanchi, in cui la festa è strutturale, in cui anche il dolore, il Día de los Muertos, le ossa, gli scheletri danzanti, si veste di rosa shocking e di giallo girasole.
E poi c’è la leggenda fondativa: gli Aztechi che vagano per il Messico cercando il posto in cui costruire la loro capitale, e il loro dio Huitzilopochtli che gli aveva detto di fermarsi solo quando avessero visto un’aquila posata su un cactus mentre divora un serpente. La vedono su un’isola in mezzo a un lago, in una zona paludosa che chiunque altro avrebbe scartato. Lì fondano Tenochtitlán, che cinquecento anni dopo diventerà Città del Messico.
Quell’aquila col serpente nel becco è oggi sulla bandiera messicana, al centro del tricolore verde-bianco-rosso. È sulla maglia della nazionale. È il simbolo di un popolo che ha costruito la propria capitale dove gli era stato detto di costruirla, anche se il posto sembrava il meno adatto al mondo, e che ottocento anni dopo comincerà la sua rincorsa verso il destino proprio da lì, dall’Azteca, anche se la maledizione del quinto partido dice che non ce la farà mai.
Sarebbe bello che questa volta ce la facesse. Sarebbe bello che il popolo del gallo Panchito e dell’aquila sul cactus arrivasse fino a New York, sfondasse a pallonate i muri che razzismo e fascismo hanno costruito con cemento, ignoranza e indifferenza, e strappasse la Coppa dalle mani dell'uomo simbolo di tutto questo. Di solito Spartaco non fa una bella fine, speriamo allora in Cuauhtémoc, Benito Juárez, Pancho Villa e Emiliano Zapata.
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