
Knicks-Spurs 111-115, Considerazioni Sparse
I tre playmaker in campo, Wembanyama e l’hero ball di Brunson: ecco gli aspetti più importanti di Gara 3, vinta dai San Antonio Spurs al Madison Square Garden contro i New York Knicks.
Con orgoglio, grinta e quella giusta, tanto quanto bella, irriverenza giovanile, i San Antonio Spurs vincono Gara 3 al Madison Square Garden e rovinano i piani di festa dei New York Knicks. Dopo una partita cominciata sulla falsa riga delle altre due, ovvero con i texani che toccano la doppia cifra di vantaggio nel primo quarto per poi dilapidarla in quello successivo, i padroni di casa chiudono dopo i primi ventiquattro minuti sul +7, con un secondo parziale vinto 42-18.
Sarebbe un punteggio che, dopo le prime due gare vinte sul filo del rasoio, lascerebbe davvero a pochissime squadre il margine per trovare la forza di reagire. E una di queste sono proprio i San Antonio Spurs. Victor Wembanyama, con 17 punti nel secondo tempo, prende il roster sulle spalle e chiama alla rimonta. Quella dei pentacampioni NBA è una vittoria corale, formata dalle triple di Julian Champagnie nel terzo quarto e dalle giocate clutch di De’Aaron Fox e Stephon Castle, quest’ultimo già incredibile nel primo tempo a tenere gli Spurs in partita.
L’attacco, la difesa e le rotazioni di Mitch Johnson
Dopo Gara 2, uno dei temi erano stati i minutaggi che il coach degli Spurs assegnava al suo backcourt. Bene, sono radicalmente cambiati. Champagnie, pur essendo un ottimo tiratore, ha visto diminuire di quasi dieci giri d’orologio il suo impiego in campo. Perché? Perché Mitch Johnson ha deciso di prediligere un quintetto con magari qualche spaziatura in meno, ma con più portatori di palla in campo. E, infatti, i minuti di Champagnie sono stati raccolti da Stephon Castle e Dylan Harper, che inversamente hanno visto il loro tempo sul parquet aumentare progressivamente.
E questo ha portato a un miglioramento non indifferente per quanto concerne la produzione offensiva. Banalmente gli Spurs hanno segnato di più che nelle prime due gare, dove avevano fatto rispettivamente 95 e 104 punti, ma soprattutto dopo l’esordio alle NBA Finals, coach Johnson era stato molto critico sui pochi assist realizzati, affermando che quello non era il basket degli Spurs. Con più point guard in campo, i giovani texani hanno chiuso con ben 28 assist e solo 8 palle perse: un dato in netto aumento rispetto ai 16-13 di Gara 1 e i 22-16 di Gara 2.
Non sarà stata una partita indimenticabile dal punto di vista dello scoring, ma in questa voce grandissimo merito va a De’Aaron Fox. L’ex Kings è stato probabilmente il più grande assente degli Spurs in queste Finals, ma se si tratta di giocare come facilitatore per i compagni, allora per San Antonio è semplicemente indispensabile averlo sul parquet. E se si prende anche la responsabilità del game winner a pochi secondi dalla fine, Fox dovrà essere l’x factor nelle prossime partite.

Difensivamente il match degli Spurs è stato giocato bene, ma a sprazzi. Nel primo quarto hanno lesinato i raddoppi, per evitare che i tiratori dei Knicks si trovassero liberi sul perimetro. Con l’andare della gara, invece, gli aiuti sono diventati più sistematici, e questo ha permesso a Josh Hart (spesso battezzato) e ad Anunoby di far male. L’inglese, specialmente, ha giocato una partita sontuosa chiusa con 28 punti, il 43% dall’arco e il 69% dal campo.
Towns e Brunson?
Rispetto alle prime due gare della serie, i Knicks sono stati maggiormente Brunson-centrici, e questo non può che giovare a San Antonio. Fino a ora l’uomo in più per New York era stato Karl-Anthony Towns, che in Gara 3 è stato anonimo, con soli 11 punti totalizzati, meno tiri tentati e un’efficienza molto ridotta rispetto alle due uscite precedenti. Il lungo dei Knicks, che era stato abile a portare fuori dal pitturato Wembanyama, spesso è stato accoppiato a Keldon Johnson, che per taglia è l’esterno degli Spurs che meglio si accoppia ai lunghi dei Knicks tant'è che ha fatto un lavoro eccezionale nel limarlo.
Se Brunson gioca hero-ball per gli Spurs è una grande notizia. Già in Gara 2 il suo eliocentrismo stava giocando un brutto scherzo ai Knicks (se non fosse stato per le ingenuità giovanili dei texani nei minuti finali) e questa partita ne è stata la dimostrazione. Il numero 11 dei Knicks ha messo 32 punti in cascina, con percentuali nettamente migliorate, ma allo stesso tempo l’attacco generale è sembrato più statico e spesso stagnato dai suoi isolamenti, con gli altri compagni come Mikal Bridges, Deuce McBride e Landry Shamet (oltre che al già citato Towns) che ne hanno pagato le conseguenze.
Appuntamento ora nella notte italiana tra mercoledì e giovedì, con una Gara 4 a New York che promette spettacolo. I Knicks sognano il 3-1, mentre San Antonio spera di ritornare in Texas su un 2-2 che saprebbe quasi di impresa.
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