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, 8 Giugno 2026

Cosa ci lascia la Serie A 2025/26


Lo scudetto dell'Inter, i fallimenti di Juve e Milan, Roma e Como in Champions, ma non solo: verdetti e opinioni sulla Serie A.

Due domeniche fa si è conclusa la 94esima edizione della Serie A a girone unico, e se lo Scudetto dell’Inter era già ufficiale da un mesetto – così come le retrocessioni di Pisa e Verona –, altri verdetti, invece, sono arrivati proprio all’ultima giornata, non senza sorprese.

Dietro i nerazzurri si è piazzato il Napoli di Antonio Conte, campione in carica ma alle prese per tutto il torneo con un’epidemia di infortuni che di fatto ha estromesso molto presto gli azzurri dalla lotta scudetto, costringendoli anzi a lottare fino alla penultima giornata per assicurarsi la piazza d’onore e la relativa qualificazione in Champions League.

Ma è dietro Inter e Napoli che si è consumata la bagarre più interessante di tutto il torneo, ovvero quella per le due posizioni rimanenti per l’accesso in Champions. In modo abbastanza impronosticabile fino a un mese fa, a spuntarla sono state la Roma di Gasperini – che torna a centrare la qualificazione alla massima competizione continentale dopo otto anni – e il sorprendente Como di Cesc Fàbregas, che al secondo anno nella massima serie si guadagna l'onore di ascoltare la musichetta della Champions.

Deluse e sconfitte, Milan e Juventus si devono accontentare di un posto in Europa League, al termine di una stagione che ha evidenziato quelli che – a mio avviso – sono i due problemi principali del calcio italiano attuale: società che non supportano gli allenatori, e tecnici con idee ormai non più efficaci.

In coda, infine, la Cremonese è andata ad aggiungersi a Pisa e Verona per quanto riguarda le retrocessioni in Serie B, al termine di un girone di ritorno a dir poco disastroso. I grigiorossi, infatti, dopo aver concluso il girone di andata al 13esimo posto, sono crollati facendo solo 12 punti nel girone di ritorno, permettendo quindi di salvarsi sia alla Fiorentina – che dopo un girone di andata terrificante è tornata a girare a livelli più consoni al livello della squadra – che ad un sorprendente Lecce.

Per i salentini è arrivata una storica quarta salvezza consecutiva, sugellando finalmente il lavoro di un allenatore tanto bravo quanto sfortunato come Eusebio Di Francesco.

Ma, dopo aver riassunto i verdetti principali del nostro campionato, andiamo più nel dettaglio su quello che questa edizione della Serie A – disputata nell’anno in cui la Nazionale ha fallito l’accesso al terzo mondiale consecutivo – ci lascia in eredità, cercando di analizzare gli eventi in modo più profondo di quanto suggeriscono i risultati.

Perché se è vero che, come disse un grande allenatore del passato, “il risultato è casuale, ma la prestazione no”, è altresì vero che una competizione lunga finisce per equilibrare tutti quegli episodi che, con la loro casualità, condizionano i singoli risultati, finendo per fornirci un quadro d’insieme al termine del quale risulta difficile dire che la classifica finale “non è giusta” o non rispecchia in modo corretto ciò che si è visto in campo per nove mesi.

Partendo dalla cima della classifica, lo scudetto dell’Inter è arrivato ben 11 punti di vantaggio sul Napoli secondo e 4 giornate di anticipo. Un risultato notevole se si considera che i nerazzurri avevano concluso il girone d’andata con soli 3 punti di vantaggio sul Milan, mentre al termine del campionato il vantaggio sui rivali cittadini era di ben 17 lunghezze.

Una volta presa la testa della classifica alla 15esima giornata, la squadra di Chivu non l’ha più mollata, allungando in modo decisivo già a gennaio e non patendo neanche il ritorno del Milan dopo la sconfitta nel derby di ritorno. Proprio la doppia sconfitta nel derby ha messo a nudo le difficoltà dell’Inter negli scontri diretti (solo 1 vittoria – tra l’altro in modo controverso – in 6 partite contro Napoli, Milan e Juventus) ma senza che questo pregiudicasse minimamente la corsa scudetto dei nerazzurri.

Inoltre, è vero che l’Inter ha faticato nelle partite sopracitate, ma è anche vero che, alla luce della classifica finale, si possono considerare sfide decisive anche quelle contro Roma e Como, in cui la squadra di Chivu ha raccolto 4 vittorie su 4 segnando ben 14 gol.

A mio avviso, oltre alla superiorità della rosa rispetto a quella dei concorrenti, le motivazioni del dominio in campionato della squadra di Chivu vanno ricercate soprattutto in un aspetto: l’Inter segna molto di più di tutte le altre squadre. I nerazzurri – forti anche di un reparto offensivo in cui Pio Esposito e Bonny hanno rappresentato un notevole upgrade nelle seconde linee rispetto allo scorso anno – hanno segnato 89 gol, ben 24 in più rispetto al Como, secondo migliore attacco, e 31 in più rispetto al Napoli arrivato secondo.

Lautaro Martínez, Thuram, ma anche lo stesso Pio Esposito al primo anno coi "grandi", hanno centrato tutti la doppia cifra stagionale di gol in tutte le competizioni. Questo, insieme alla grande stagione del neoacquisto Akanji e a quella di Federico Dimarco - giustamente eletto MVP del campionato - hanno consentito all'Inter di dominare gran parte delle partite di campionato disputate, anche al netto degli infortuni che hanno colpito alcuni giocatori chiave come Dumfries, Çalhanoğlu o lo stesso Lautaro nella seconda metà del campionato.

Il modo in cui l’Inter ha vinto questo scudetto ricorda molto il modo in cui lo aveva vinto nella stagione 2023/24 sotto la guida tecnica di Simone Inzaghi. In quell’annata, la Juve di Allegri era rimasta abbastanza attaccata ai nerazzurri fino a gennaio, ma faceva una fatica bestiale a vincere le partite, e infatti al giro di boa è crollata arrivando quarta per il rotto della cuffia. Quest’anno Allegri allenava il Milan, che ha provato a rimanere incollato all’Inter – sempre vincendo le partite in modo molto più faticoso rispetto ai neroazzurri – fino a metà gennaio salvo crollare e finire addirittura fuori dalla zona Champions nonostante un vantaggio di 8 punti a 8 giornate dalla fine.

Che cosa ci insegna questo? Ci insegna che alla lunga vincere le partite con margine, senza doversele sudare fino al novantesimo, paga, perché permette di risparmiare energie fisiche e mentali che risultano poi preziose quando le partite iniziano ad essere tante. Continuare a giocare in modo offensivo quando si va in vantaggio, infatti, non è un vezzo bensì è il modo migliore che c’è per mettersi al riparo da brutte sorprese e per arrivare più freschi alle fasi decisive del campionato. L’Inter – grazie anche ad una rosa superiore rispetto a quelle delle inseguitrici – lo ha capito bene, chi l’ha insidiata quest’anno meno. Ma ci torneremo.

Per concludere sui nerazzurri, però, resta il cruccio di una stagione negativa in Champions League. Dopo la finale dello scorso anno, infatti, l’Inter è stata eliminata ai playoff dal Bodø/Glimt in quella che è stata un’annata disastrosa per i club italiani nelle coppe. Ancora una volta la storia recente della Serie A ci insegna che chi ha la rosa più forte vince agevolmente se esce presto dalle coppe (Inter 2023/24 e 2025/26) mentre fatica se porta avanti il doppio impegno fino alla fine (sempre l’Inter lo scorso anno).

In ogni caso la vittoria dello scudetto di quest’anno darà a Chivu il credito necessario per pretendere rinforzi questa estate, in modo da poter puntare sia al bis in campionato che a disputare una Champions più all’altezza. L’allenatore rumeno – chiamato sulla panchina dell’Inter dopo una manciata di partite da professionista – ha dimostrato di saper reggere alla grande la pressione di una piazza esigente e soprattutto di saper gestire uno spogliatoio pieno di campioni.

Credo, infatti, che il grande lavoro di Chivu – che tatticamente non ha stravolto l’impianto di gioco di Simone Inzaghi – sia stato quello relativo alla sua credibilità. Nell’Inter ha quasi sempre giocato chi stava meglio, indipendentemente dal nome o dall’anzianità. E questo è qualcosa che i giocatori apprezzano, anche chi viene escluso lo apprezza, e probabilmente lo si apprezza molto di più se arriva da un allenatore praticamente esordiente.

Inoltre - ma qui si avevano pochi dubbi in merito - è stata bravissima la società a supportarlo sempre, anche dopo un inizio di campionato stentato. E anche qui, come vedremo, sta la differenza tra l'Inter e molte delle sue rivali.

Diversa, invece, è stata la stagione del Napoli di Antonio Conte. Se l’Inter ha fatto 6 punti in più rispetto allo scorso anno, la squadra campana ne ha fatti esattamente sei in meno. Al di là della differenza non così grande in termini di punti – e giustificabile con le 10 partite stagionali giocate in più fra Supercoppa e soprattutto Champions League – va detto che la squadra di Conte non è praticamente mai stata in lotta per il titolo.

Rispetto all’anno della difesa del terzo scudetto, il Napoli ha fatto decisamente meglio piazzandosi secondo e risultando, insieme proprio all’Inter, l’unica squadra ad aver fatto almeno 2 punti di media a partita. Anche nelle difficoltà di una stagione costellata da mille infortuni e in cui anche lui ha commesso degli errori – principalmente dovuti alle difficoltà ataviche nella gestione del doppio impegno –, ritengo che i meriti principali siano di Conte. Secondo posto e 76 punti: riuscite a credere che questa sia la stagione peggiore in carriera in Serie A per l’allenatore salentino?

Inoltre, al netto di un rapporto ambiguo col presidente De Laurentiis, il Napoli ha dimostrato ancora una volta di essere una società in grado di assecondare il proprio allenatore. Rotto Lukaku è arrivato subito Højlund e a gennaio è stato preso un giocatore molto interessante come Alisson Santos. Il ciclo di Conte è finito perché, dopo due anni, finiscono quasi tutte le avventure di Conte, ma è finito con un risultato comunque importante.

Chi prende Conte sa che arriveranno sempre risultati importanti ma sa anche che il rapporto durerà massimo due-tre anni. Un prendere o lasciare che una società come il Napoli con i bilanci in ordine ed un ottimo organico ha sfruttato perfettamente in questo biennio, ma che dall'anno prossimo si troverà una squadra i cui senatori sono stati davvero spremuti moltissimo.

La scelta di puntare su Massimiliano Allegri - che ancora una volta erediterà una squadra di Conte - sorprende da un punto di vista tecnico, visto che molte seconde linee del Napoli hanno bisogno di essere ancora svezzate tatticamente e tecnicamente, ma meno da quello di vista economico. Allegri è un allenatore molto aziendalista e questo probabilmente si sposerà con le esigenze di De Laurentiis che ha già annunciato - in un'esilarante conferenza stampa congiunta con Conte - che il prossimo mercato dei partenopei sarà improntato alla spending review.

Dietro Inter e Napoli – le due squadre più forti del campionato – troviamo la prima sorpresa di questa Serie A, ovvero la Roma di Giampiero Gasperini, che torna sul podio della Serie A dopo otto anni e lo fa dopo un girone di ritorno da montagne russe. Fino ad inizio marzo, infatti, i giallorossi erano stati stabilmente nelle prime quattro, salvo poi uscire dalla zona Champions in quello che sembrava il momento decisivo del campionato a causa del pari sanguinoso contro la Juve e di una brutta sconfitta a Como. Come accaduto anche con Mourinho e De Rossi, la Roma sembrava sciogliersi sul più bello ancora una volta.

A 7 giornate dalla fine, la Roma era a -9 dal Milan e con un solo punto di vantaggio sull’Atalanta. Molto più vicina alla qualificazione in Conference League che in Champions League. Eppure, Gasperini l’ha fatto ancora. Il tecnico piemontese ha centrato la terza qualificazione di fila nella massima competizione continentale e lo ha fatto vincendo 6 delle ultime 7 partite.

Gasperini ha plasmato la Roma a sua immagine e somiglianza, cogliendo un risultato mancato a predecessori più illustri di lui solo sulla carta. Lo ha fatto non solo innalzando la qualità del gioco dei giallorossi – cosa su cui c’erano pochi dubbi – ma anche sorprendendo in positivo su un altro aspetto: la compattezza e la gestione del gruppo. Lo spogliatoio giallorosso, infatti, nel momento di crisi di risultati e di maggior pressione esterna, si è compattato intorno al proprio leader. E non è scontato se pensiamo al fatto che Gasperini è stato spesso descritto come un grandissimo allenatore che però aveva difficoltà nell’entrare in empatia con i propri giocatori.

Ci sono stati tanti momenti in questa stagione in cui la Roma è sembrata sull’orlo di implodere: dopo il pareggio di Gatti al 93esimo dello scontro diretto contro la Juventus, dopo l’eliminazione dall’Europa League per mano del Bologna e soprattutto dopo le dichiarazioni incendiarie di Ranieri che hanno posto i Friedkin davanti ad un aut-aut: o me o Gasperini.

Per una volta, i proprietari statunitensi della Roma hanno sorpreso tutti scegliendo di coprire le spalle all’allenatore. Probabilmente, le ragioni di questa scelta vanno ricercate nel curriculum di Gasperini e in quello che lui aveva già costruito in questi mesi a Roma, ovvero un gruppo estremamente coeso e convinto della bontà del lavoro dell'allenatore piemontese. Un gruppo talmente schierato con l’allenatore che dopo le dichiarazioni di Ranieri è partita la rimonta che ha riportato la Roma in Champions League.

Decisivo è stato l’arrivo a gennaio di Malen, autentico MVP della seconda parte del campionato con 14 gol in 18 partite. Ma la bravura di Gasperini è stata quella di rimanere attaccato al treno Champions anche quando gli attaccanti della Roma facevano fatica non solo a segnare ma anche a tirare in porta o a vincere un duello col marcatore avversario.

Una volta arrivato l’olandese, Gasp ha cambiato il modo di giocare della squadra, che ha iniziato a segnare di più ma a concedere più gol, a dimostrazione di una flessibilità tattica che solo chi non lo conosce bene (o solo chi è ancora impantanato nella stucchevole polemica tra giochisti e risultatisti) poteva non aspettarsi.

Un grande centravanti, un grande portiere – insieme a Maignan il migliore del campionato in quel ruolo –, e un grandissimo allenatore. Questi i punti di forza della Roma in un campionato che alla fine l’ha premiata con la qualificazione in Champions e la possibilità che essa sia un punto di partenza preziosissimo.

Insieme alla Roma, infine, in Champions League ci va un’altra sorpresa – anche maggiore considerando che fino a due anni fa erano in Serie B – ma un’altra squadra che si è strameritata la qualificazione sul campo: il Como di Cesc Fàbregas.

E qui il discorso su cosa ci lascia questa edizione della Serie A si fa più interessante. Non è tanto nelle prime due posizioni – che sono finite alle due squadre più forti – bensì è nella lotta Champions che il rettangolo verde ha dato dei verdetti non solo sullo stato del nostro campionato ma sull’evoluzione del calcio in generale. Perché sulla carta Roma e Como erano certamente meno attrezzate di Milan e Juventus.

In primo luogo, Roma e soprattutto Como sono due squadre le cui le proprietà hanno lavorato venendo incontro agli allenatori. La Roma a gennaio ha accontentato Gasperini prendendogli Malen, e l’allenatore, una volta ottenuto ciò che chiedeva, ha centrato l’obiettivo. Il Como si è affidato totalmente a Fàbregas – spendendo tanto per profili che avevano tutto da dimostrare, ma che l’allenatore spagnolo riteneva funzionali al suo gioco –, e Fàbregas l’ha portato in Champions con la miglior difesa del torneo e il secondo miglior attacco.

Subito fuori la zona Champions troviamo un Milan che ha speso quanto il Como ma è stato dilaniato dalle lotte interne e la Juventus, che ha speso anch'essa quanto il Como, salvo poi iniziare la stagione con un allenatore in cui non credeva nessuno. Lo stesso Spalletti, che ha fatto bene da novembre in poi, comunque a gennaio non ha ottenuto i rinforzi richiesti e non è mai sembrato particolarmente supportato dalla società, mentre per quanto riguarda l'operato della dirigenza rossonera è semplicemente il manuale di tutto ciò che non andrebbe fatto.

Ma soprattutto, sono arrivate in Champions League due squadre che hanno avuto una proposta di gioco e non c’è arrivato il Milan, che non ha mai avuto una proposta che non fosse quella di attendere che gli eventi le consentissero di vincere, contando più sugli errori degli avversari che sui propri meriti. I 28 punti fatti dai rossoneri nel girone di ritorno rispecchiano molto meglio i dati sulla produzione offensiva e sui rischi corsi in difesa di quanto non facciano i 42 punti del girone di andata.

Roma e Como sono state coraggiose, affidandosi a due allenatori che, pur distanti anagraficamente, hanno ben recepito la direzione in cui sta andando il calcio moderno. Hanno avuti alti e bassi stagionali, ma Gasperini e Fàbregas hanno fatto un’impresa a portare in Champions League due squadre che hanno giocato molte più partite del Milan o che fatturano molto meno della Juventus.

Il Como ha speso tanto, sì è vero, ma come ha speso? Ha speso per ciò che voleva l’allenatore, e questo si può fare quando la dirigenza sa che il modo in cui l’allenatore giocherà ed è sicura che svilupperà valore nei giocatori comprati.

Il Milan ha comprato in modo disordinato, spesso non seguendo le direttive del proprio allenatore, ma che valore ha creato Allegri nei giocatori acquistati? Secondo Transfermakt, il Como (137mln) e la Roma (76mln) sono le due squadre il cui valore complessivo della rosa è salito di più nel corso di questa stagione, un altro motivo per cui ritengo la loro qualificazione in Champions più che meritata.

L’MVP stagionale del Milan è stato Luka Modrić che nonostante i suoi 41 anni insegna ancora calcio, e dopo di lui il portiere che è stato la principale causa dell’overperformance dei rossoneri nel girone di andata. Calato Modrić è calato il Milan, e siccome il calo di un over 40 è ampiamente pronosticabile, il fatto che il suo allenatore non abbia pensato a delle contromisure è molto grave.

Il mio giudizio sulla stagione del Milan, a differenza di quello della folta platea a sostegno del suo allenatore, non sarebbe cambiato se all’ultima giornata i rossoneri avessero battuto un Cagliari ormai salvo. Una stagione non si giudica sulla base di 1, 2 o 3 punti in più sui quali può incidere un palo o un errore arbitrale. Se anche il Milan fosse arrivato in Champions League, la direzione tecnica presa dai rossoneri sarebbe stata comunque quella sbagliata. E l’esonero di Allegri, arrivato neanche 24 ore dopo la fine del campionato, lascia pensare che la dirigenza milanista lo avesse deciso prima, indipendentemente – e a mio avviso giustamente – dal piazzamento finale.

Il Milan non ha mai costruito un calcio che puntasse a meritare la vittoria, come dimostrano i tantissimi punti persi contro squadre inferiori in quelle partite in cui dovevano essere i rossoneri a osare qualcosa in più. Con tutti i suoi limiti di rosa e di caos societario interno, il Milan non è mai riuscito ad evolversi rispetto alla squadra speculativa di inizio stagione, e alla fine il campo l’ha condannata, premiando invece i suoi opposti.

A dicembre il Milan è stata la prima squadra a vincere in casa del Como, in una partita in cui gli uomini di Fàbregas avrebbero meritato molto di più. Siccome in Italia si guarda solo il risultato, si era parlato di un grande Milan, di un Milan cinico e del suo allenatore che come al solito ne era venuto fuori alla grande. Fàbregas si era risentito, a fine partita disse più o meno che avrebbe parlato del risultato “visto che è l’unica cosa che interessa qui”.

Il risultato appunto. Sei mesi dopo, il risultato è che il Como dell’integralista offensivo Fàbregas va in Champions League con la miglior difesa mentre il Milan, il cui allenatore è capace di restituire la vista ai ciechi e la salute agli ammalati, è fuori dalla Champions League con la peggior differenza reti tra le prime sei, un girone di ritorno da retrocessione e ben tre vittorie in meno della Roma.

Ancora una volta, la mancanza di gioco del Milan non è la mancanza di un vezzo, è la mancanza di qualcosa fondamentale per vincere le partite, cioè per fare risultato. E anche sul piano di quella famosa mentalità che – secondo alcuni – solo gli allenatori esperti sarebbero in grado di fornire, passi avanti non se ne sono visti dato il suicidio nel finale di stagione, in cui praticamente il Milan ha vinto solo contro il Genoa e solo per due regali di quest’ultimo. Il Milan si era inizialmente messo nella situazione di avere solo pressioni negative, ma è finito per crollare sotto pressione negative. E questa è una colpa di tutti, Allegri e dirigenza.

E qui – a saperla e soprattutto volerla cogliere – sta la più grande lezione di questo campionato. La Roma, per esempio, ha perso tantissime partite: ben 11, nettamente il numero più alto fra le prime sette. I giallorossi, però, ne hanno vinte 23 – numero più alto da un’annata in cui alla Roma c’era ancora Totti – a dimostrazione del fatto che cercare attivamente di vincere le partite, anche a costo di trasformare qualche pareggio in sconfitta, paga.

E non solo paga questo, ma paga anche la flessibilità di Gasperini e di Fàbregas. Il primo ha stravolto il modo di giocare della squadra da gennaio in poi, il secondo ha cambiato almeno 3 moduli in modo stabile durante tutta la stagione. Il Como ha giocato principalmente col 4-2-3-1 ma ha anche spesso giocato con un centrocampista in più o a 3 dietro.

Chi è stato accusato dai soliti noti di essere integralista, o di essere solo bello ha centrato l’obiettivo grazie alla flessibilità. Mentre chi si faceva bello della sua presunta elasticità, è finito per cadere vittima sempre degli stessi errori e soprattutto ha finito per essere incapace di crescere durante la stagione, nonostante il vantaggio accumulato. Il Milan, anziché prendere fiducia e migliorare nelle prestazioni, è peggiorato nei risultati.

E se nella tua carriera hai fatto del risultato l’unico dogma (come se poi, di contro, ci fossero allenatori che non hanno nella vittoria l’obiettivo finale), quando poi manca il risultato, che cosa rimane? A che cosa ci si può aggrappare? Solo agli amici, che non mancano mai.

Proprio un giornalista molto famoso, e anche in buoni rapporti con Allegri, ha però avuto l’onestà di dire qualcosa che spiega bene l’involuzione del tecnico livornese. La sua sensazione, che mi sento di condividere, è che Allegri nella sua battaglia contro le ideologie nel calcio, sia finito per diventare schiavo della sua ideologia.

Ha additato come monoliti degli stili che invece non lo erano, salvo fossilizzarsi sul suo e non cambiarlo mai. Dai discorsi sul corto muso, sul calcio semplice, ecc., sono passati ormai 7 anni, che nel calcio – che è tutt’altro che semplice – sono un’enormità. La colpa di Allegri non è giocare male, non è il 5-3-2 del Milan, è quella di non essersi aggiornato. Al pari del calcio italiano in generale, la sensazione è che ci sia la convinzione quasi ideologica che le ricette di ieri siano ancora buone per oggi.

Poi, però, c’è il campo. E il campo dice, appunto, che in Champions League ci vanno gli stili di gioco di Gasperini e Fabregas che accettano il rischio. Mentre il Milan di Allegri, che per tutta la stagione ha cercato di controllare e minimizzare i rischi, resta fuori. Di corto muso per carità, ma il risultato richiesto non è stato centrato.

Assieme al Milan, l’altra grande delusa del campionato appena concluso è la Juventus di Luciano Spalletti. Chiaramente i bianconeri hanno pagato la partenza ad handicap con Igor Tudor – e soprattutto la scelta folle della società di proseguire con un allenatore preso per essere solo un traghettatore – ma in qualche modo il tecnico toscano era riuscito a raddrizzare il campionato della Juventus prima di un incredibile crollo finale.

A marzo i bianconeri avevano superato la Roma, e ad inizio aprile anche il Como. Il quarto posto sembrava ormai una formalità quando la squadra di Spalletti si è trovata ancora una volta vittima delle sue carenze di personalità, senza che l’allenatore riuscisse ad ovviare a questo problema. Prima l’osceno pareggio 0-0 contro il Milan con cui entrambe le squadre erano convinte di aver blindato la Champions (neanche Dante avrebbe pensato ad un contrappasso così), poi gli scivoloni interni contro Verona e Fiorentina, due squadre che non avevano più nulla da chiedere alla stagione.

La Juventus è il perfetto esempio di come l’assenza di una società forte e capace si riflette sul campo di gioco. I bianconeri sono sempre stati un modello di compattezza, di capacità di ponderazione delle scelte, di supporto ai propri allenatori. Da almeno un lustro a questa parte, tutto questo è venuto meno, e a farne le spese sono stati i vari Pirlo, Allegri, Thiago Motta e ora anche Spalletti.

Come ogni estate, per la Juventus si parla di grandi nomi, in particolare per il ruolo del centravanti (in cui la Juventus ha sintetizzato tutte le sue folli scelte di mercato degli ultimi anni), ma credo che sarebbe più opportuno partire dalla testa del pesce, strutturando una società in grado di operare sul mercato facendo scelte che siano in primo luogo tecniche e non dettate solo delle esigenze economiche del momento.

Una squadra che solitamente ha sempre lavorato bene e che invece stavolta è incappata in un’annata sottotono è invece l’Atalanta. In realtà il calo dei nerazzurri era abbastanza pronosticabile vista la separazione non certo indolore con Gasperini dopo tanti anni, ma la scelta di prendere Jurić al suo posto è sembrata un’altra di quelle scelte dettate dalle etichette (il tecnico croato è sempre stato indicato come un discepolo tattico del Gasp ma non è proprio così) piuttosto che da un’attenta ponderazione.

L’avvicendamento in panchina con Palladino ha poi provato a dare un senso alla stagione dei bergamaschi ma il brutto calo di aprile – al contrario di quanto avveniva invece sotto la guida di Gasperini – ha messo la pietra tombale sulle ambizioni dell’Atalanta, che comunque è riuscita a qualificarsi almeno alla Conference League, dove potrà e dovrà giocare un ruolo da protagonista.

L’anno prossimo i bergamaschi ripartiranno da Maurizio Sarri, che dopo Napoli, Juventus e Lazio, si accasa sulla panchina di un’altra big. E questo ci porta ad un’altra riflessione. Con l’arrivo di Spalletti sulla panchina della Juve, e Allegri che l’anno prossimo allenerà il Napoli, sembra che le big italiane siano incapaci di fare un passo oltre l’usato sicuro dei tecnici nostrani.

Gli allenatori citati hanno vinto trofei, sono stati innovatori nel loro ruolo ma – con l’eccezione di Spalletti al Napoli – i loro successi e le loro innovazioni appartengono al decennio calcistico precedente. Sembra che il calcio italiano continui ad essere restio al cambiamento, e che le big abbiano paura di tentare qualcosa di diverso, magari prendendo un allenatore straniero oppure consentendo il salto di categoria ai vari Italiano, De Rossi, Grosso, che tanto bene hanno fatto in questa stagione.

Un'immagine diventata virale nelle ultime settimane, e che ben rappresenta la tendenza dei club italiani.

La ragione penso risieda in vari aspetti, primo fra tutti il conservatorismo generale che permea il nostro paese ad ogni livello, in primis nella politica. E forse è illusorio sperare che il calcio possa fare eccezione.

Prendere allenatori giovani, magari anche stranieri, richiederebbe inoltre alle società il gravoso compito di difenderli. Lo abbiamo visto con il Milan lo scorso anno: la stagione 2024/25 è stata considerata da tutti gli addetti ai lavori come estremamente negativa, e il dito è stato subito puntato sul duo portoghese Fonseca – Conceiçao.

Eppure, un anno dopo il Milan di Allegri ha fatto solo 7 punti in più ma giocando ben 14 partite in meno, ma per le prime critiche all’allenatore livornese si è dovuto aspettare l’uscita dalle prime quattro all’ultima giornata. Al circoletto locale si danno tempo ed alibi, mentre a giovani e stranieri assunti a giugno si chiede di far i bambini con i baffi già ad ottobre.

Difendere gli allenatori – che poi significa difendere le proprie scelte come società – significa difenderli non solo se i risultati vanno male, ma doverli difendere fin da subito anche dalla nostra classe giornalistica, ostile a qualunque novità venga da fuori. “Ma che ora X (dove X è qualsiasi allenatore straniero) vuole insegnare il mestiere a noi italiani” è una frase ricorrente, così come a Roma anni fa erano ricorrenti le prese in giro a Luis Enrique.

Dieci anni dopo, l’allenatore catalano ha portato il PSG a vincere le sue due prime Champions League. “Ma coi campioni sono buoni tutti”, peccato che la Juventus dei campioni – del più grande campione passato per il campionato italiano negli ultimi dieci anni – poi fosse uscita con l’Ajax dei ragazzini ai quarti di finale, o che lo stesso Psg non avesse vinto la Champions con Mbappé, Messi e Neymar prima dell’arrivo di Luis Enrique. Insomma, il solito coacervo di luoghi comuni che continua a bloccare il nostro calcio mentre il resto del mondo si evolve a grande velocità.

Non mi sembra, infatti che i risultati (perché poi sempre lì si finisce) possano consentire alla scuola italiana di bearsi troppo. La Nazionale non va al Mondiale per la terza volta di fila, e per il quarto anno negli ultimi sei non abbiamo avuto squadre italiane ai quarti di Champions League. Forse, in assenza di enormi disponibilità economiche, sarebbe il caso di provare ad aprirci alle novità, anche accettando che i primi frutti non arriveranno dall’oggi al domani. Ma mi rendo conto che per il paese che ha festeggiato la fortunosa vittoria del Milan a Como come se fosse una guerra santa questo sia molto difficile.

Peccato, perché di spunti interessanti nella parte destra della classifica ce ne sarebbero eccome, tra il bel Sassuolo di Grosso che ha fermato quasi tutte le big, o il Cagliari dell’esordiente Pisacane che si è salvato mettendo in mostra due giocatori interessantissimi come Palestra e Kılıçsoy. O anche il Genoa di De Rossi, autore di un ottimo girone di ritorno.

Le migliori fra le altre sono state Sassuolo ed Udinese, che hanno avuto anche il grande merito di aver onorato il campionato fino all’ultimo, dando filo da torcere a molte big (i neroverdi hanno battuto Milan e Como, i friulani Milan, Roma e Napoli) anche quando non avevano più nulla da chiedere al campionato. Le squadre di Grosso e Runjaić, grazie a due leader tecnici come Laurienté e Zaniolo, si sono giocate fino all’ultimo il nono posto con la Lazio di Sarri.

I biancocelesti sono stati autori di una stagione estremamente anonima, iniziata con il blocco del mercato e conclusa con l’Olimpico deserto in protesta contro la gestione Lotito e una finale di Coppa Italia persa senza colpo ferire. Il campionato della Lazio, ancora una volta, ci dimostra i danni che può causare una gestione societaria scollegata dalle esigenze del campo, a dimostrazione di come il pesce puzzi sempre dalla testa.

Se non altro, il merito dell’allenatore toscano è stato quello di tenere la Lazio a distanza di sicurezza da un campionato potenzialmente drammatico, cosa che invece non è riuscita a Pioli sulla panchina della Fiorentina. Solamente a marzo i Viola sono usciti dalla zona retrocessione, tanto era grande il distacco accumulato fino a quel momento.

Questo è accaduto al netto di una rosa che non era affatto da parte sinistra della classifica, anzi forse era superiore a quella della stessa Lazio, motivo per il quale ritengo che la Fiorentina abbia – a patto di non sbagliare la scelta della guida tecnica – un futuro migliore di quello dei biancocelesti che, a proposito di allenatori che incredibilmente trovano sempre il modo di riciclarsi, si affideranno invece a Rino Gattuso.

Alla fine a scendere in Serie B sono state Pisa e Verona – decisamente poco attrezzate per la categoria, con gli scaligeri che sono stati anche molto sfortunati – e la Cremonese, guarda caso una squadra che a turno si è affidata a due altri allenatori italiani che gira e rigira hanno allenato su mezza penisola, riuscendo ancora a strappare dei contratti nonostante limiti evidentissimi.

È stato, poi, un campionato in cui si è segnato pochissimo, 922 gol, mai così pochi da quando la Serie A è tornata a 20 squadre. Solamente l’Inter ha fatto più di due gol a partita di media, mentre ben cinque squadre ne hanno segnato in media meno di uno a ogni 90’.

Ad onor del vero, la causa è da ricercarsi in primis nel bassissimo livello tecnico di alcune compagini. Ma davanti a questo basso livello tecnico la risposta è spesso la stessa: primo non prenderle. Con poche piacevoli eccezioni, come appunto il Genoa ed il Sassuolo.

La speranza, visto che l’articolo vuole occuparsi del lascito di questa stagione di Serie A, è che le squadre inizino a seguire di più l’esempio di Roma e Como. Scegliendo allenatori moderni e costruendo le squadre sulla base delle loro indicazioni tecniche, i risultati alla fine arrivano.

Ogni anno che passa, il calcio che conta ci dimostra che quello che serve per fare bene in Europa è diverso da quello che continuiamo a praticare in Italia. In molti sui social – in un comprensibile momento di rosicamento – hanno scritto che Roma e Como in Champions League faranno male, e che per il movimento sarebbe stato meglio se ci fossero andate Juventus e Milan.

Ora, al di là del fatto che si tratti di un discorso infantile perché in Champions ci va chi merita, e difficilmente da un torneo di 38 partite non emerge chi merita, io penso che invece Roma e Como abbiano delle caratteristiche – freschezza atletica, pressing asfissiante, baricentro alto – che sono molto più efficaci in Europa dei principi predicati da altri, magari dall’allenatore del Milan sulla cui ultima Champions League stenderei un velo pietoso.

Andando oltre i singoli nomi, io penso che anche per i club - così come per la Nazionale - la prima cosa da cambiare debba essere la mentalità. Giocare a calcio ad alti livelli nel 2026 significa accettare il rischio, che sia quello di prendere gol o il rischio della sconfitta in generale. L'Inter ha rischiato con Chivu, Roma e Como hanno rischiato in quasi tutte le loro partite, eppure tutte e tre hanno raggiunto grandi obiettivi. Il Milan, ma così come la stessa Nazionale nella partita contro la Bosnia, hanno cercato in ogni modo di minimizzare il rischio, ma nel tentativo di controllare gli eventi hanno finito per esserne travolti.

L'efficacia è ormai legata anche alla sedicente estetica del gioco, e sarebbe ora che in Italia iniziassimo a considerare quest'ultima, appunto, non come un vezzo ma come qualcosa di utile sia per il raggiungimento del risultato che per la creazione di plusvalore economico, a maggior ragione vista l'estrema importanza che quest'ultimo obiettivo riveste per tutti i club italiani. Vediamo se l'insegnamento che il campo ci ha lasciato quest'anno verrà ascoltato.

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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