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Dybala Roma
, 4 Giugno 2026

Paulo Dybala: l’arte di capovolgere il verso


Il calciatore argentino, nonostante gli infortuni, ha lasciato il segno in tutti i club nei quali ha militato.

La grammatica del gesto

Nel vesre lunfardo succede una cosa semplice: le parole si capovolgono ma continuano a custodire lo stesso sangue. Tango diventa gotán, café diventa feca, amigo diventa gomía. Cambia la sintassi, ma l'anima resta intatta. Quel rovesciamento, però, permette alla parola di dire qualcosa in più. Aggiunge un tocco diverso. Segreto. Più umano.

Il lunfardo nasce nei conventillos di Buenos Aires di fine Ottocento. Casermoni sovraffollati dove immigrati italiani, spagnoli e africani si ammassavano nei quartieri portuari mescolando lingue e miserie. Nasce nei bassifondi di una città che stava crescendo troppo in fretta per occuparsi di chi rimaneva indietro. Era una lingua per scappare da chi non doveva capire. Le sillabe si invertivano per costruire un codice. Il linguaggio diventava un confine identitario tra chi apparteneva e chi restava fuori.

Il calcio di Paulo Dybala, molti anni dopo, incarna esattamente questa grammatica ribaltata.

Lui piega l'azione. La riscrive. Aggiunge magia. Spesso riesce a inserire una pausa nel calcio contemporaneo, che di pause non vuole sentir parlare. Dove tutti vedono la linea più rapida, sceglie la curva. Sovverte la sintassi naturale del gioco senza romperne l'armonia. Come il vesre che cambia l'ordine delle sillabe ma lascia intatto il significato emotivo della frase. Il suo calcio sguscia via dall'ordinarietà. Parla un'altra lingua calcistica, legata a radici profonde.

Ma, ed è questo il punto, non rinnega il presente. Lo abita. Proprio come il lunfardo che è nato clandestino nei bassifondi ed è finito nelle canzoni di Gardel, nei versi di Gelman, nel vocabolario quotidiano di Buenos Aires. Dybala fa lo stesso con il pallone. Porta dentro il calcio europeo la grammatica sudamericana e la usa come strumento di distinzione. Diventa la chiave con cui apre porte che gli altri non vedono nemmeno. Ed è questa la sua forma più intima di esistenza: ricordare a tutti che il gioco, prima di essere produzione, è semplicemente arte.

Il corpo che pensa

Ci sono giocatori che si spiegano con i numeri. Dybala non è uno di loro. Il suo gioco appartiene a quella categoria rara che Gianni Mura chiamava calcio-pensiero, dove ogni gesto contiene già la propria ragione di essere. C'è un momento, nei giocatori di qualità superiore, in cui questi rallentano mentre tutti gli altri accelerano: un paradosso fisico che in realtà è cognitivo. Dybala vede un secondo prima, perché è dotato della capacità di costruire mentalmente lo spazio prima che esista fisicamente, per poi abitarlo con il corpo nel momento esatto in cui si apre.

Ma prima di tutto questo, prima della visione, c'è il piede. È lì che tutto comincia.

Il piede sinistro di Dybala è uno strumento capace di interpretare infiniti spartiti. È sempre una conversazione, perché sa rispondere agli stimoli della realtà che lo circonda, raramente un monologo. Vive di sfumature. Sa essere violento e gentile. Sa mentire con dolcezza. Sa dire la verità con naturalezza. L'apertura di interno sinistro è una declinazione di morbidezza. È un passaggio che sembra semplice e non lo è, che sembra ovvio e non lo è, che il compagno riceve già orientato verso la porta perché Dybala ha pensato anche a quello, anche all'angolo di ricezione, anche al passo successivo che non è suo. Apre in due le difese. Crea superiorità.

L'interno collo per il tiro a giro. La traiettoria nasce dalla capacità di creare spiragli di luce, scoprendo un angolo che non esisteva un secondo prima. La suola, con la sensibilità di un giocatore di futsal, serve a giocare con il tempo: per fermarlo o per rubare decimi di secondo che cambiano radicalmente il senso della giocata, lasciando il difensore a interpretare un film che ha già cambiato genere. Poi c'è la cosa più difficile da spiegare, che è l'esterno del piede sinistro. L'esterno del sinistro di Dybala è una lingua a sé. È il cuore del gotán. È lì che l'inversione avviene: il corpo orientato in una direzione, il piede che con l'esterno fa viaggiare il pallone altrove.

Nella Joya esiste anche il piede destro. È la sua seconda lingua. 30 reti segnate col destro in carriera non sono un accidente statistico. L'imprevedibilità del piede debole usato bene è essa stessa una forma di intelligenza tattica: ti aspetti il sinistro, prepari il sinistro, e lui ti dà il destro.

I potreros ti insegnano questo da bambino. Si impara a usare ogni superficie del piede perché lo spazio è poco e le soluzioni devono essere molte. Dybala porta tutto questo in Italia a sedici anni: una grammatica costruita sulla terra battuta dei campetti cordobesi. E qui comincia la maturazione: aggiungere strati senza cancellare le fondamenta.

L’origine del viaggio: la provincia e il talento

C'è un posto che si chiama Laguna Larga. Non è scritto su nessuna cartina che conti. È un punto nella pampa cordobese, duemila anime, il tipo di luogo che esiste solo per permettere a qualcuno di partirne, parafrasando Calvino. Paulo Exequiel Dybala ci nasce il 15 novembre 1993, quarto di cinque figli di Adolfo. Adolfo muore nel 2001. Paulo ha sette anni. Racconterà spesso del silenzio di quella mattina, del campo che aspettava fuori, del pallone che era già l'unico linguaggio che conosceva meglio del dolore.

Brera avrebbe detto che certi calciatori vengono scelti dal gioco, non sono loro a sceglierlo. E il gioco sceglie proprio chi, in quel momento, ha bisogno di un rifugio. Dybala è uno di questi. Per lui il fútbol diventa una lingua madre. Il solo posto in cui le cose, anche quelle che fanno male, tornano a dare un qualche senso alla vita. A 11 anni lo scoprono all'Instituto de Córdoba. A sedici firma con il Palermo. Attraversa l'Atlantico con una valigia leggera, come un’intera generazione di italiani aveva fatto in senso inverso. Il suo inconscio già sa che la storia del Paulo di Laguna Larga finisce in quel momento.

Da quel viaggio in poi inizia un’altra storia. Quell’esile ragazzo argentino diventa un calciatore di Serie A e della Serie A, senza mai smettere di essere argentino nel toccare il pallone.

Recap Dybala: gli anni al Palermo

La prima stagione in rosanero, 2012-13, è un apprendistato caotico: cinque allenatori in un anno sotto la gestione frenetica di Zamparini, una retrocessione in Serie B, e Dybala che cerca il proprio posto in un'avventura collettiva che sta naufragando. Impara però come si può sopravvivere al disordine senza perdersi. Come restare sé stesso quando tutto intorno cambia.

La Serie B, 2013-14, è la stagione della consacrazione silenziosa. Sette gol in trenta partite, ma soprattutto la leadership tecnica di chi trascina una squadra verso il ritorno immediato in A. Impara a essere giocatore di squadra pur essendo, nel profondo, un solitario del gesto.

L'ultima stagione a Palermo, 2014-15, è l'anno in cui diventa adulto. 13 gol in 35 partite di Serie A, la fascia di capitano al braccio in alcune uscite. La Juventus lo osserva e quello che vede basta. L'adolescenza calcistica di Dybala si chiude con 21 gol in 93 presenze con la maglia rosanero. Ad attenderlo c'è la Vecchia Signora.

Recap Dybala: gli anni alla Juventus

Il primo anno in bianconero è esplosivo. Dybala decide la Supercoppa Italiana contro la Lazio al debutto assoluto. Chiude la stagione 2015-16 con 23 gol e 7 assist in 46 presenze tra tutte le competizioni e 19 reti in campionato, capocannoniere della rosa.

La stagione 2016-17, quella dell'HD argentina con Higuaín, è quella che porta la Juventus a un passo dalla Champions League. Dybala segna 11 gol in campionato, ma la sua prestazione più memorabile rimane quella contro il Barcellona allo Juventus Stadium: una doppietta che smaschera la difesa blaugrana. Poi arriva Cardiff, la finale persa con il Real Madrid e il rimpianto di chi sa di aver perso un’occasione che difficilmente ritornerà.

Numericamente, la stagione 2017-18 è la più prolifica: 22 gol tra tutte le competizioni. È la stagione in cui Allegri gli affida il numero 10. La maglia di Sivori, Platini, Baggio, Del Piero. È il riconoscimento esplicito di chi deve portare il genio in campo.

Qualcosa, però, cambia. Cambia con l’arrivo di Cristiano Ronaldo nell’estate 2018. E tutto si complica. Non sul piano umano, i due si rispettano, ma su quello tattico. Dybala perde quella libertà di movimento che era la sua linfa vitale. Iniziano così a emergere domande sulla sua posizione in campo e sulla convivenza con il fuoriclasse portoghese. La risposta della Juventus allegriana è brutale: ovunque tranne dove è più pericoloso. I numeri crollano: 5 gol in campionato, il minimo dal suo arrivo in Italia.

Le voci di mercato lo danno in partenza direzione Manchester. Poi, però, cambia tutto. Di nuovo. A sorpresa si siede sulla panchina bianconera quello che era stato il grande rivale, Maurizio Sarri, che ribalta la questione. Dybala non è un problema. È una soluzione tattica. Sarri lo vuole più centrale. Il sistema varia, nella stagione, ma il principio è lo stesso: liberare Dybala dagli obblighi difensivi, togliergli i compiti di copertura, dargli lo spazio per abitare la zona tra le linee. Libero di inventare, di muoversi senza ancoraggio, di essere imprevedibile come vuole la sua natura.

Il concetto che Sarri costruisce intorno a lui è quello della seconda punta asimmetrica: Dybala crea spazio, per sé e per i compagni. Si abbassa, poi taglia, poi sparisce, poi riemerge. I difensori avversari non sanno mai dove andarlo a prendere.

C'è poi il momento che diventa simbolo della stagione. Il Derby d'Italia con l'Inter, nel marzo 2020, è uno degli ultimi grandi match prima del lockdown imposto dalla pandemia. La Juventus è sopra 1-0, Sarri fa entrare Dybala al posto di Douglas Costa. L'argentino scambia con Ramsey, finta su Young, e con un esterno sinistro di rara eleganza lascia Handanović immobile: 2-0. Il gol che vale il primo posto in classifica, segnato esattamente come avrebbe fatto un giocatore del lunfardo: ribaltando il verso, facendo fare alla palla quello che nessuno si aspettava.

Numeri alla mano, la stagione 2019-20 è la più compiuta della sua carriera juventina: 17 gol e 14 assist in tutte le competizioni. In campionato, 11 reti e 7 passaggi decisivi. Quelli che non si vedono nella riga del tabellino sono però i più significativi: in undici occasioni su undici, i suoi gol sbloccano risultati in parità. Segna quando conta. La Lega Serie A gli assegna il premio di MVP del campionato 2019-20.

Sarri viene esonerato nell'agosto 2020, dopo l'eliminazione in Champions contro il Lione. Non avrà un’altra possibilità. La Juventus, invece, non avrà mai più un Dybala così. Con Pirlo arriva l'infortunio al legamento collaterale del ginocchio che lo tiene fuori quasi quattro mesi. Una stagione da cancellare. Il ciclo si sente chiaramente che si sta chiudendo.

L'ultima stagione in bianconero, 2021-22, vede Dybala spalmato tra panchina e campo: 10 gol e 5 assist in campionato. Ma a gennaio la Juventus acquista Vlahović, e il segnale è inequivocabile. L'argentino non è più centrale al progetto. Lascia la Juventus senza rinnovo, da parametro zero, dopo sette anni e 113 gol in bianconero. Undicesimo marcatore all-time del club, a due reti da Roberto Baggio.

È un addio goffo. Una storia importante finita male: non per colpa di nessuno in particolare, e un poco per colpa di tutti.

Recap Dybala: gli anni alla Roma

Ci sono città che possono cambiare il destino dei giocatori. Roma lo fa anche con il peso specifico della sua storia. La realtà che ti circonda ti ricorda che qui tutto è già stato vissuto prima di te, e che quello che rimane deve essere davvero necessario. All’altezza della bellezza monumentale che lo circonda.

Dybala arriva nell'estate del 2022, parametro zero dalla Juventus, scelto da Mourinho per essere il cuore tecnico di una Roma che vuole tornare a vincere in Europa. La presentazione è al Colosseo Quadrato dell'EUR, davanti a migliaia di tifosi in delirio. È un inizio che sa di cinema. Una delle presentazioni più colossali della storia recente del calcio italiano.

Mourinho, come Sarri, lo capisce subito: nel suo 3-4-2-1, Dybala non è un trequartista statico. È il fulcro mobile, quello che si abbassa a prendere palla, che serve la punta, che taglia in area al momento giusto. Libertà quasi totale. Lui risponde immediatamente: alla terza giornata segna contro la Juventus all'Olimpico. È la risposta a chi lo aveva lasciato andare senza troppi rimpianti.

Dybala segna 18 gol in 38 presenze in tutte le competizioni, capocannoniere della squadra. Ma i numeri, ancora una volta, dicono meno della verità. La verità è che la Roma con Dybala e senza Dybala sono due squadre diverse: la media punti crolla ogni volta che lui è fuori.

Il momento più alto e più doloroso insieme è la finale di Europa League a Budapest, il 31 maggio 2023. Dybala gioca da titolare nonostante un percorso di stagione costellato di stop: Mourinho lo schiera dal primo minuto contro il Siviglia nella consapevolezza che, quando conta, lui è il migliore che ha. E lui non delude. Al 35', su apertura di Mancini, controlla, guarda, e calcia con un interno sinistro preciso come una sentenza: 1-0. È il gol del vantaggio. È il gol che fa tremare la Puskás Arena. La storia sembra prendere un’altra direzione. Poi, invece, arriva un’altra finale europea amara. Quella sera viene inserito nella Top 11 della competizione. È l’ennesima certificazione della sua importanza.

L'estate 2023 porta Romelu Lukaku in prestito dal Chelsea. Si crea una coppia che fa sognare i tifosi romanisti: il fisico del belga, la grazia argentina della Joya. Ma la stagione 2023-24 inizia storta. Mourinho viene esonerato il 16 gennaio 2024, con la Roma al nono posto in classifica. Al suo posto arriva Daniele De Rossi.

È un’altra mini-rivoluzione. Con De Rossi il calcio della Roma diventa più verticale. E Dybala riesplode nuovamente. Il 25 febbraio 2024, contro il Torino, regala una serata da antologia: tripletta all'Olimpico, con il gol del 2-0, un sinistro telecomandato dai 25 metri che non lascia scampo e che rientra tra le reti più belle della sua stagione italiana. I numeri con De Rossi raccontano un'altra storia rispetto a quelli con Mourinho: con il portoghese un gol ogni 201 minuti, con il romano una rete ogni 89. La matematica, ogni tanto, sa essere poetica.

La Roma con De Rossi arriva in semifinale di Europa League, scalando dalla nona alla quinta posizione in campionato in pochi mesi. Dybala chiude la stagione 2023-24 con 13 gol e 9 assist in 26 partite di Serie A, un dato che racconta quanto ogni sua presenza pesi ma soprattutto quanto conti ogni sua assenza. Un vuoto tecnico che nessuno sa colmare.

La stagione 2024-25 è la più caotica dell'era romanista di Dybala. La Roma cambia tre allenatori nel giro di pochi mesi: De Rossi esonerato a settembre, Juric che subentra e raccoglie quattro vittorie e cinque sconfitte in dodici partite, viene a sua volta mandato via a novembre. Il 14 novembre arriva Claudio Ranieri sulla panchina giallorossa, per la terza volta nella sua storia romanista. Il vecchio allenatore, alla sua ultima stagione da tecnico, porta ordine e serenità in un ambiente che ne aveva disperatamente bisogno.

E Dybala risponde presente ancora una volta: segna sei gol e serve cinque assist in 24 presenze, contro i due gol e un assist nelle dodici partite con De Rossi e Juric. Ranieri lo descrive senza giri di parole: «Dybala è uno spettacolo, bello pagare il biglietto per vederlo.»

Ed eccoci a Gasperini, estate 2025. Un altro cambio di guida, l'ennesima ricalibrazione. Una stagione costellata da infortuni ma che, nell’ultima giocata dell’anno, racchiude l’essenza della sua carriera. Dybala gioca titolare in una serata di tensione pura, e risponde come sa fare solo lui nei momenti che contano: propizia l'espulsione di Valentini dopo una serie di finte e al 93' serve di tacco El Shaarawy, che segna il suo ultimo gol con la maglia giallorossa, salutando Roma nel modo più romantico possibile. La Roma chiude al terzo posto e torna in Champions League.

Roma lo ha amato e coccolato ogni volta che è tornato. L'Olimpico lo accoglie sempre con quel calore che i grandi stadi tributano soltanto ai campionissimi. Quella tifoseria viscerale, capace di fedeltà assoluta verso chi si consuma per la maglia, ha riconosciuto in lui un giocatore che gioca per la nobleza di questo sport. Che piange quando perde. Che torna, cade, regala attimi di eleganza purissima, si blocca ma poi torna a essere decisivo. Che, persino ridotto al sessanta per cento da un fisico che non regge il ritmo che il talento vorrebbe imporgli, rimane il giocatore più pericoloso della rosa.

Il corpo e gli infortuni

Esiste una carriera dentro la carriera di Paulo Dybala. Una storia parallela, scritta dai referti medici. Una storia che ricorda anche quello che avrebbe potuto essere.

I numeri sono impietosi. Dalla prima stagione alla Roma, nell'estate del 2022, a oggi, Dybala ha saltato quasi cinquanta partite con la maglia giallorossa. Prima ancora, alla Juventus, le ultime due stagioni in bianconero erano state le peggiori da questo punto di vista: 241 giorni totali di stop, un dato che aveva pesato non poco sulla decisione della dirigenza di non rinnovargli il contratto.

La tipologia degli infortuni racconta qualcosa di preciso sulla meccanica del suo gioco. Quasi tutti muscolari. Quasi tutti alla coscia sinistra o al ginocchio sinistro. Quasi tutti sul piede con cui crea, su quella gamba che porta il peso di ogni tiro a giro, di ogni esterno morbido, di ogni cambio di direzione improvviso. È come se il corpo di Dybala pagasse il conto di ogni bellezza prodotta. La biomeccanica, in questo caso, è diventata una forma di contabilità spietata. Ogni gesto straordinario richiede, da qualche parte, uno sforzo che il tessuto alla lunga non perdona.

Eppure, in questa storia, c'è qualcosa che non si riduce alla statistica delle assenze. C'è il pattern del ritorno. Tutto questo porta a domande forse banali, ma necessarie. Quante stagioni magnifiche sono rimaste incompiute? Quanti gol non segnati, quante partite trasformative non giocate? La risposta non la conosce nessuno, nemmeno lui. Quello che si può dire è che il catalogo delle sue assenze non ha annullato il catalogo delle sue presenze. Che ha giocato abbastanza da essere già parte della storia del calcio italiano, abbastanza da essere ricordato in ogni città dove ha indossato una maglia.

C'è qualcosa, nel modo in cui Dybala convive con il dolore fisico, che assomiglia al modo in cui ha convissuto con la perdita del padre a sette anni. Abita il dolore. Va avanti imperfetto e straordinario, finché il corpo lo permette. E quando non lo permette, aspetta. Poi ricomincia.

Paulo Dybala: come continuerà la storia?

Paulo Dybala ha 32 anni e un ginocchio appena operato. Il contratto con la Roma scade nel giugno 2026, e il futuro rimane aperto come una porta sul vento pampero. Sembrava destinato ad andare via, invece l’epilogo glorioso della stagione potrebbe portare al rinnovo con la maglia giallorossa. Quale sarà il suo futuro, una cosa sembra certa: continuerà a portare in campo quel modo di giocare tutto suo, fatto di geometria ribaltata, da giocatore eletto. E come tutti i calciatori eletti, porta dentro di sé un eccesso di bellezza che il corpo non riesce sempre a sostenere.

La Joya è il nome che gli hanno dato i rosanero di Palermo. E dice tutto. Giocando, nuovamente, con le parole è vero che joya significhi gioia, ma anche gioiello. Qualcosa che si custodisce, che non si espone a tutti e che rimane estremamente fragile. Il calcio è gioia, occhi sgranati davanti a una giocata, ma anche qualcosa che, come un gioiello, riflette bellezza.

Il lunfardo invertiva le sillabe per proteggersi da chi non doveva capire. Dybala ha fatto lo stesso con il calcio per tutti questi anni: ha parlato in una lingua che non tutti hanno saputo ascoltare davvero. Chi ci è riuscito, in quegli attimi di bellezza, ha intravisto Atlantide.

Resta un verso capovolto che contiene, nell'inversione stessa, la sua forma più alta di verità.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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