
Il sonno della multiproprietà e il disastro del Bari
La retrocessione in Serie C del Bari ha reso evidenti tutte le problematiche della gestione De Laurentiis e delle multiproprietà in generale.
Nella storia della satira e della grafica politica italiana, una delle immagini più potenti e iconiche risale a inizio Novecento: si tratta della celebre vignetta della rivista L’Asino che ritrae Giovanni Giolitti come un moderno Giano bifronte. Era una vera e propria radiografia anatomica del potere, spietata come si richiede che lo sia la satira: lo statista piemontese veniva raffigurato con un collo che sorreggeva due volti speculari e programmaticamente divergenti.
Un profilo era rivolto a sinistra, caratterizzato da un'espressione aperta, benevola e riformista, pronta al dialogo sociale con le fabbriche del Nord industriale e a sdoganare i sindacati; l'altro volto, girato rigidamente a destra, mostrava lineamenti duri, cinici e autoritari, pronti a reprimere con la forza i moti dei braccianti e a stringere patti di ferro con i latifondisti del Sud. Un solo uomo, una sola mente e due strategie diametralmente opposte, calibrate con chirurgico pragmatismo in base all'interlocutore geografico ed economico, al solo scopo di mantenere in perfetto equilibrio l'intera architettura del suo governo.
Oggi, nel teatro del calcio contemporaneo, quel dualismo si riattualizza in modo quasi perfetto nelle gestioni calcistiche di Aurelio De Laurentiis. Il patron della Filmauro incarna una versione sportiva ed imprenditoriale dello statista piemontese, muovendosi stabilmente tra le luci della ribalta di Napoli e le ombre di Bari.
Da un lato il club azzurro, curato come il gioiello di famiglia, proiettato nell'élite europea e coccolato con investimenti pesanti; dall'altro la piazza biancorossa, trattata alla stregua di una provincia satellite, costretta a vivere nel limbo di una pura sussistenza aziendale e costretta, poche ore fa, a un’umiliante retrocessione in Serie C, la prima dopo 22 anni (l’ultima risaliva al play-out del 2004, contro il Venezia).

Un dettaglio cromatico che rende questo parallelismo quasi magico, un richiamo visivo perfetto alla storica caricatura. Anche i colori dei due fronti coincidono: l’azzurro partenopeo richiama la sfumatura limpida e solare del volto "aperto" e internazionale della gestione, mentre il rosso barese evoca la linea accesa della contestazione, il fuoco di una piazza ferita e il pugno duro di una proprietà che non concede deroghe al realismo finanziario. Due gestioni agli antipodi; un'unica, speculare cabina di regia.
Certo, la gestione del Bari non è di responsabilità diretta di Aurelio, che ha appaltato questa missione a Luigi De Laurentiis, un Kendall Roy in salsa romano-partenopea. Il Bari, la sua Vaulter, un progetto nato pieno di opacità. Ma la responsabilità, in fin dei conti, appartiene sempre e comunque ad Aurelio/Logan, in quanto Gruppo Filmauro e in quanto (im)prenditore.
La famiglia De Laurentiis sta prolungando la sofferenza di una piazza come Bari, che negli ultimi quindici anni non riesce ad avere un filo di respiro, in maniera ancor più deludente, se si pensa proprio alle capacità dimostrate a Napoli. Giovanni Fasano, penna sensibilissima e tifosissimo del Bari, si è spinto addirittura a sostenere che il disastro di Bari “vanifichi” tutto quello di buono fatto a Napoli; non sono, onestamente, dello stesso avviso, ma posso capire perché qualcuno possa pensarlo, a maggior ragione quando coinvolto emotivamente.
Come tutti i disastri sportivi - e aziendali, e sociali più per esteso - la crisi degli ultimi tre anni che ha portato la retrocessione del Bari ha coinvolto e svilito tutte le componenti tecniche. Allenatori, calciatori, direttori sportivi passati da Bari: in questi anni quasi nessuno si è salvato. Tra queste diverse componenti, si possono contare sulle dita di una mano le figure che potranno camminare a Bari a testa alta.
La più grossa delusione della piazza pugliese - escludendo la proprietà, che però non catalogherei come “delusione”: penso che i baresi non si aspettassero molto di diverso dalla multiproprietà – è senza dubbio rappresentata da Valerio Di Cesare. Il capitano di mille battaglie, ritiratosi dopo essere stato – a quarant’anni suonati - tra i protagonisti della miracolosa salvezza del 2024 contro la Ternana, è subito entrato a far parte della compagine dirigenziale, al fianco dell’esperto direttore sportivo Giuseppe Magalini, come suo vice. Il termine più utilizzato, in quella rovente estate di due anni fa, era “garante”: l'ex difensore del Bari avrebbe fatto da garante del tifo biancorosso.
Dopo sei anni di filato in maglia biancorossa (otto se si considera una precedente esperienza di due anni), due promozioni e una terza sfiorata in quel cocente 11 giugno 2023, Di Cesare sembrava la figura perfetta per garantire che il Bari fosse trattato con i guanti: amato, coccolato e rispettato. Era una figura da cui i tifosi del Galletto si sarebbero aspettati una presenza maldiniana: lunghi dialoghi con i calciatori in trattative per tastare il polso dal punto di vista umano e carismatico, per capire se fossero da Bari.
Purtroppo, però, in questi due anni, Di Cesare non ha onorato il suo ruolo: insicurezza, inesperienza, poca decisione nelle scelte e squadre costruite senza un filo logico, sia dal punto di vista tattico che caratteriale. La lite con Magalini dello scorso gennaio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: alla fine ha prevalso lui, accollandosi, in un beffardo effetto boomerang, tutte le responsabilità di questa infausta retrocessione.

In questi pessimi, ultimi tre anni, il Bari è stato un caso studio di tutti gli errori possibili che una società italiana possa fare in Serie B dal punto di vista del mercato: i pochi investimenti sono stati dedicati pressoché totalmente agli stipendi, spendendo cifre anche discrete (il Bari ha sempre più o meno avuto un monte ingaggi da metà classifica), rinunciando del tutto a seri investimenti (non per forza corposi: ne bastano pochi, purché mirati) in profili frutto di studio da scouting dalle categorie minori.
L’ultimo di questa specie fu Ismail Achik nell’estate 2023: 300 mila euro dall’Audace Cerignola, un investimento sbagliato che però è stato ammortizzato la scorsa estate, con la cessione alla Salernitana a 100 mila euro. Una dimostrazione che la strada da seguire sarebbe dovuta essere quella; una dimostrazione di cui la famiglia De Laurentiis non avrebbe avuto minimamente bisogno, visto e considerato che è proprio il metodo di successo applicato a Napoli.
Le responsabilità alla radice rimangono le più severe, come invocano sempre sostenitori della società biancorossa e addetti ai lavori locali. È dunque doveroso ricordare la scelta dell’allora sindaco (e oggi presidente della regione Puglia) Antonio De Caro nel 2018, che affidò la neonata squadra calcistica alla proprietà De Laurentiis; una macchia indelebile nella sindacatura di quello che è annoverato tra i migliori sindaci della storia di Bari, nonché uno dei sindaci italiani più apprezzati nella storia recente.
“Il sonno della multiproprietà genera mostri” si direbbe, parafrasando un celebre quadro di Francisco Goya: mentre nelle multiproprietà orizzontali (vedasi Red Bull) le squadre sportive all’interno del gruppo ricevono un trattamento simile, con cura e attenzioni precise, nelle MCO gerarchiche (multi-club ownership è il nome tecnico) ci saranno sempre figli e figliastri, squadre coccolate e altre ignorate o, peggio ancora, maltrattate (John Textor in tal proposito è un caso di scuola eccellente).
Adesso sarà necessario ripartire da una proprietà nuova, rinnovata, umile e coraggiosa al tempo stesso, legata territorialmente al Bari. Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha convocato Luigi De Laurentiis per discutere del futuro biancorosso: “La retrocessione della SSC Bari in Serie C rappresenta un evento di straordinaria gravità per la comunità barese” spiega Leccese in una nota pubblicata nella mattinata di sabato.
"Ho il dovere, nei confronti di tutta la comunità, di richiederle un incontro formale e urgente, al fine di ottenere chiarezza piena sul progetto sportivo, economico e gestionale che la proprietà intende perseguire per il futuro della Società". Leccese chiude spiegando che “la richiesta di chiarezza non è più rinviabile". Una richiesta a cui chiunque vuole il bene di una grande e sana piazza del calcio italiano non può che unirsi.
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