
L'Arsenal ce l'ha fatta davvero
Sotto la guida di Mikel Arteta, l'Arsenal è tornato a vincere la Premier League dopo ben 22 anni.
C’è un articolo di James McNicholas sul The Athletic che spiega molto bene come ha lavorato l’Arsenal negli ultimi anni. Il giornalista britannico scrive che nel 2020, dopo la fine della prima stagione di Mikel Arteta alla guida dei Gunners conclusa all’8° posto, la dirigenza dell’Arsenal ha analizzato le squadre rivali, l’età dei loro giocatori chiave, la durata dei loro contratti e il periodo in carica dei loro allenatori.
Questa analisi, che si è concentrata principalmente su Manchester City e Liverpool, ha portato i dirigenti dei Gunners a prevedere una “finestra di vittoria della Premier League” fra il 2023 ed il 2027, un periodo individuato come quello in cui le due squadre citate avrebbero iniziato a vivere una fase meno dominante.
Al termine della stagione 2019/20, infatti, la Premier League era stabilmente in mano alle corazzate allenate da Klopp e Guardiola. I Reds avevano appena vinto il loro primo titolo dopo trent’anni dominando il campionato dall’inizio alla fine, mentre il Manchester City, dopo i titoli vinti nel biennio precedente proprio davanti al Liverpool, aveva concluso al secondo posto senza troppi patemi.
In generale, nel triennio che va dal 2018 al 2020 gli uomini di Klopp avevano concluso i campionati con 75, 97 e 99 punti, vincendo nel mentre una Champions League. Il City, invece, aveva viaggiato su 100, 98 e 81 punti. Numeri che sembravano irraggiungibili per chiunque altro, soprattutto per l’Arsenal, che in quei tre anni era arrivato due volte di fila 5° e poi 8°, al primo anno con Arteta, senza superare mai i 70 punti.
Arteta era arrivato alla guida dell’Arsenal nel dicembre 2019 per quella che di fatto era la sua prima esperienza da allenatore della prima squadra. Nei primi sei mesi l’allievo di Pep Guardiola – e di Arsene Wenger che nel 2015 già si augurava che il suo capitano scegliesse la carriera da allenatore – aveva portato a casa una FA Cup, ma a metà della stagione successiva l’Arsenal faticava ad uscire dal pantano di metà classifica.
Dopo una sconfitta in casa dell’Everton a metà dicembre, l’Arsenal era addirittura 15°, e del gioco guardioliano che tutti si aspettavano dall’allenatore basco non c’era nessuna traccia. È in quel contesto che, come ricostruisce The Athletic, Arteta volò negli Stati Uniti per incontrare il presidente dei Gunners Stan Kroenke, insieme ad alcuni dirigenti.
In quella sede, in un momento in cui l’Arsenal era ben più vicino alla zona retrocessione che al primato della classifica, Arteta e Tim Lewis esposero il loro progetto su come riportare l’Arsenal ai vertici del calcio inglese.
I vertici dei Gunners sono riusciti a prevedere, appunto, le difficoltà delle rivali. Ad esempio, si legge sempre nell’articolo, hanno letto e intuito i cali – dovuti all’età – di due colonne portanti del Liverpool come van Dijk e Salah, nonché l’addio di Jürgen Klopp. Lo stesso sono riusciti a fare, per quanto concerne il Manchester City, con Kevin De Bruyne.
Nulla di impronosticabile se pensiamo che il più giovane fra questi giocatori è il 34enne Salah, ma da quel momento in poi la strategia di mercato dell’Arsenal è stata quella di prendere e coltivare giocatori che potessero arrivare al loro prime proprio in quella finestra temporale. Nel momento in cui, cioè, i loro rivali avrebbero dovuto sostituire i loro pilastri, l’Arsenal avrebbe dovuto già avere in casa i propri, sviluppati o acquistati sul mercato che fossero.
L’obiettivo era quello di avere una squadra in grado di raggiungere il suo picco nel momento in cui i rivali avrebbero iniziato a sentire l’età o il logorio di dinastie manageriali di grande successo ma anche molto lunghe. E infatti, dopo un ottavo posto nel 2020/21 ed un quinto posto nella stagione successiva, è nel 2022/23 che l’Arsenal torna a lottare per il titolo.
La squadra del 2020/21, quella di quando Arteta e Lewis sono andati negli USA, era una squadra non giovanissima per gli standard dei Gunners, con ancora alcuni giocatori utili alla causa, pensiamo magari a Torreira, Guendouzi, o Lacazette, altri che non hanno mai reso come ci si aspettava (Nicolas Pépé, Willian o David Luiz) e altri che nella storia recente dei Gunners avevano dato un grandissimo contributo ma che ormai erano arrivati a fine corsa (Sokratis, Mustafi, Leno e su tutti Özil).
La strategia dell’Arsenal in quel momento è stata chiara: anticipare l’uscita dal club di questi giocatori – molti dei quali avevano ingaggi insostenibili – e iniziare a portare in rosa quei giocatori che avrebbero dovuto costituire la spina dorsale del club in quella finestra di tempo individuata come quella ideale per vincere.
Quell’anno diventa stabilmente un giocatore da prima squadra Bukayo Saka, arrivano in rosa Gabriel Magalhaes e Martin Ødegaard e si decide di far maturare esperienza in prestito a Saliba, che era sembrato ancora un po’ troppo acerbo.
Nell’estate 2021, poi, oltre al riscatto di Ødegaard dal Real Madrid, arrivano Aaron Ramsdale, che sarà il portiere titolare negli anni successivi, e i due terzini titolari, Tomiyasu dal Bologna e White dal Brighton. La stagione si conclude al quinto posto – dopo due ottavi posti di fila – e si iniziano ad intravedere sprazzi di quel gioco che l’anno dopo porterà l’Arsenal ad un passo dal titolo.
Nel mercato successivo arrivano altri due tasselli molto importanti, sfruttando una piccola rivoluzione compiuta proprio dal Manchester City, che lascia andare sia Zinchenko che soprattutto Gabriel Jesus; entrambi se ne andranno in direzione North London. Soprattutto, rientra dai prestiti in Francia William Saliba, imponendosi da subito come perno della difesa dei Gunners, tant’è che dopo neanche quattro mesi di stagione finirà nella lista dei convocati della Francia per il Mondiale in Qatar.
Gli uomini di Arteta – guarda caso proprio nell’anno del crollo del Liverpool di Klopp – passano dal quinto al secondo posto, anche con grandi rimpianti per essere stati davanti al Manchester City fino alla 34esima giornata. La versione dell’Arsenal 2022/23 è stata forse la versione più bella della squadra di Arteta, capace di raccogliere ben 23 vittorie nelle prime 30 partite di Premier.
Poi c’è stato un rallentamento fisiologico – la squadra era ancora molto giovane e aveva corso su tanti fronti disputando 50 incontri stagionali – di cui ha approfittato il Manchester City, molto più a suo agio in certe zone della classifica, ma le basi erano state gettate. L’Arsenal era tornato in quelle posizioni di classifica che non avrebbe più lasciato senza prima vincere il titolo.
La stagione da un lato tornò ad alimentare quella retorica sull’Arsenal bottler, cioè che getta alle ortiche il titolo, ripresa dalla stampa, dalle altre tifoserie e dai meme virali. Un esempio? Le parole del telecronista Peter Drury al termine del pareggio interno col Southampton ultimo in classifica, che diventeranno una base per quei meme in cui una persona ha genericamente “perso una chance”, che fosse un esame a scuola o la possibilità di uscire con una ragazza. Allo stesso tempo, però, fu quella stagione a convincere dirigenza, giocatori e tifosi che la strada fosse quella giusta.
Inoltre, al migliorare dei piazzamenti aumentano gli introiti – soprattutto grazie al ritorno in Champions League dopo ben 6 anni, l’assenza più lunga della storia del club da quando la competizione si chiama così – e quindi prosegue il miglioramento della rosa. Nell’estate 2023 arrivano quattro tasselli fondamentali della squadra che vincerà il titolo due anni dopo, uno per ruolo: in porta arriva Raya dal Brentford, in difesa Timber dall’Ajax, in attacco Havertz dal Chelsea e – soprattutto – a centrocampo arriva Declan Rice dopo un lungo duello di mercato proprio col Manchester City.
I Gunners quell’estate spenderanno ben €235 milioni sul mercato (senza contare quelli per il riscatto di Raya) a fronte di entrate per circa €60 milioni, derivanti da operazioni minori (tranne la cessione di Granit Xhaka, che andrà a fare le fortune del Bayer Leverkusen). Una montagna di soldi, certo, ma per l’Arsenal non è sempre stato così. A differenza di altre big di Premier, infatti, i Gunners non hanno sempre avuto questa capacità di spesa praticamente illimitata.
Quando il Chelsea passava da essere una squadra di metà classifica ad una superpotenza della Premier grazie ai soldi di Abramovič (2003), l’Arsenal non poteva competere a livello economico. Quando il City passava da essere il brutto anatroccolo di Manchester a una big mondiale in grado di attrarre il miglior allenatore della storia del calcio grazie ai petrodollari di Abu Dhabi (2008), l’Arsenal non aveva la stessa capacità.
Non è un caso, infatti, che l’ultima Premier League vinta dai Gunners risalga a ben 22 anni fa, quando Abramovich aveva comprato il Chelsea da una sola stagione e quando a Manchester sponda Citizens si lottava per la salvezza. All’epoca l’Arsenal competeva principalmente contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Dal 1998 al 2004 la Premier League era un affare tra queste due squadre, un po’ come dal 2018 al 2025 è stato un affare tra Manchester City e Liverpool.
L’allenatore dei Gunners dell’epoca, Arsene Wenger, intuì che il calcio inglese stava cambiando, che il divario con le altre squadre si sarebbe ridotto a suon di vagonate di milioni di sterline che gli altri erano pronti a spendere. E che l’Arsenal non poteva spendere in quel momento.
Il passaggio dallo storico Highbury al moderno Emirates Stadium, se da un lato fu un capolavoro di architettura e di rapidità (i lavori di costruzione durarono neanche due anni), dall’altro fu un passo economicamente sanguinoso per il club del nord di Londra.
L’Emirates è costato all’Arsenal più di 400 milioni di sterline, una cifra che venti anni fa era enorme. Per finanziarlo, l’Arsenal contrasse mutui, bond e debiti a lungo termine. Nel 2008 il debito totale legato allo stadio era di altri 400 milioni. E a differenza dei club citati, l’Arsenal non aveva né un proprietario paperone disposto a metterci i soldi di tasca sua, né era una squadra con ricavi commerciali enormi come il Manchester United.
Tutto questo ha portato a quasi dieci anni di austerità in cui il club era costretto a finanziare le proprie spese (principalmente quelle legate al debito per lo stadio) attraverso il player trading. L’Arsenal ha sistematicamente dovuto vendere i suoi migliori giocatori per continuare a mantenere l’equilibrio finanziario, dalla cessione di Henry al Barcellona nel 2006 a quella di Van Persie al Manchester United nel 2012.
E per avere dei giocatori forti da cedere a peso d’oro servivano due cose: in primis la capacità di scovare e acquistare questi giocatori da giovanissimi, in modo da non spendere tanto né di cartellino né di ingaggio; ed in secondo luogo servivano un contesto ed un allenatore in grado di far crescere questi giovani mantenendo la squadra comunque nelle prime posizioni del campionato, visto che per i motivi sopra citati la partecipazione alla Champions League era di vitale importanza.
Entrambi i compiti furono assolti egregiamente da Arsene Wenger. Dopo il campionato vinto da imbattuto nel 2004, unito alla finale di Champions raggiunta nel 2006 con una difesa che era costata neanche 5 milioni di sterline, il tecnico alsaziano era unanimemente considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Sarebbe potuto andare ad allenare ovunque. Non è un mistero che lo volesse il Real Madrid (per davvero, non come gli allenatori nostrani amici del direttore del Corriere dello Sport) o che la Francia gli avesse offerto la panchina della nazionale.
Eppure, Wenger ha deciso di legarsi ancora di più alla squadra che praticamente porta il suo nome di battesimo. Nonostante fosse costretto costantemente a cavare il sangue dalle rape, nonostante il suo enorme lavoro di sviluppo dei giocatori spesso poi finisse per fare la fortuna di squadre rivali, nonostante questo abbia significato rinunciare a vincere molti più trofei. È raro, quasi unico oserei dire, ritrovare un simile atteggiamento in un allenatore.
Avrebbe potuto provare a vincere quella Champions League che gli era sfuggita sotto il diluvio di Parigi nel 2006, avrebbe potuto accettare la ricchissima offerta dello sceicco Mansour per guidare il Manchester City qualche anno dopo. Invece è rimasto a Londra. È rimasto a trasformare i vari Nasri, Van Persie, Walcott, Song, Fabregas, Sagna, e tanti altri ancora, da teenager a giocatori da Premier League.
E nonostante tutto questo, dal 1998 al 2016 l’Arsenal si è sempre qualificato in Champions League. È un dato impressionante, se consideriamo che in questo periodo la bilancia commerciale del club sul mercato è sempre rimasta in attivo, mentre il Man City degli sceicchi ha dovuto aspettare tre stagioni per qualificarsi alla massima competizione continentale.
Nel mentre non sono mancate, come è ovvio che sia, cocenti delusioni. La brutta sconfitta in semifinale di Champions League contro il Man United nel 2009, il drammatico infortunio di Eduardo che costò forse il titolo l’anno precedente, o la rocambolesca sconfitta col Birmingham nella finale di Coppa di Lega del 2011.
Questo ed altro hanno dovuto sopportare i tifosi dei Gunners nell’ultimo ventennio. La sconfitta per 8-2 in casa degli odiati rivali allenati da Sir Alex Ferguson, i trofei vinti da un Chelsea che pochi anni prima a stento esisteva, le sistematiche batoste in Champions League ogni volta che iniziava la fase ad eliminazione diretta.
Persino il titolo vinto del Leicester nel 2016 – la favola più bella degli ultimi decenni di calcio – ha avuto un retrogusto amaro per i tifosi dell’Arsenal, visto che il club di Wenger era stata l’unica squadra ad insidiare in modo serio il primato in classifica degli uomini di Ranieri, battendoli andata e ritorno.
Nel frattempo, a partire dall’estate 2013, l’Arsenal aveva finalmente finito di ripagare i debiti accumulati per la costruzione dell’Emirates. Questo, unito all’impennata dei ricavi da diritti tv per i club di Premier, aveva finalmente fatto sì che l’Arsenal potesse tornare a spendere liberamente sul mercato. Nel 2013 arrivò Özil dal Real Madrid per quasi €50 milioni, mentre l’anno dopo il grande acquisto fu quelli di Alexis Sánchez.
Ma il ritardo nei confronti delle big era notevole, e negli anni successivi – nonostante i primi trofei dopo quasi un decennio: 3 FA Cup e 2 Community Shield fra il 2014 e il 2017 – i Gunners non riuscirono mai a lottare per il titolo.
Wenger abdicò nel 2018 scegliendo Unai Emery come successore. Volgeva al termine un’era fatta di grandi successi ma anche di grandi sacrifici, sia personali per l’allenatore francese sia per il club. Gli anni di transizione tra Wenger e Arteta – che di Wenger era stato capitano e spesso allenatore in campo – sono stati abbastanza travagliati e avari di soddisfazioni. Sembrava che l’Arsenal non sapesse cosa fare di tutti quei soldi che improvvisamente poteva spendere.
Per questo – molto intelligentemente – la scelta di puntare sull’ex capitano dei Gunners. Scegliere un allenatore che crescesse insieme alla squadra era la cosa migliore da fare. Nessuna pressione di vincere subito (anche se il primo anno arriverà la vittoria della FA Cup), nessuna pressione sull’acquisto di campioni fatti e finiti. Come abbiamo visto sopra, un target. Una finestra di tempo per arrivare al massimo della competitività. Un periodo, dal 2023 al 2027, in cui ad arrivare alla piena maturità sarebbero stati non solo i giocatori ma anche l’allenatore basco.
La stagione 2023/24, tornando a sopra, è stata una stagione di maturità ma al tempo stesso una stagione dolorosa per i Gunners. 89 punti e 91 gol fatti (a fronte di soli 29 subiti) non sono bastati per avere la meglio del Man City. Non sono bastati né il primato conquistato a novembre né quello riconquistato a fine marzo con la vittoria per 5-0 ai danni del Chelsea. Non sono bastate le prime vittorie contro la squadra di Guardiola, che alla fine, quando il numero delle partite di Premier giocate si è riallineato, è emersa ancora una volta in testa.
E il sapore della beffa è stato forse peggiore nella stagione successiva. I due acquisti più rilevanti dell’estate sono Riccardo Calafiori e Mikel Merino – che Arteta impiegherà spesso come centravanti visti i gravissimi infortuni di Havertz e Gabriel Jesus. La partenza in campionato, però, avviene a rilento con sole 9 vittorie nelle prime 16 partite, a quel punto è già troppo tardi per andare a riprendere il Liverpool di Slot che viaggia su ritmi insostenibili per chiunque altro.
Arteta e Tim Lewis, in quella riunione del 2020, avevano correttamente previsto l’addio di Klopp – e persino il calo del Manchester City, che disputerà un’annata molto al di sotto delle aspettative – ma non avevano previsto che il suo successore avrebbe vinto la Premier in modo così dominante al suo primo tentativo. Appunto una bella beffa per l’Arsenal che vede cambiare il vincitore della Premier ma non il proprio posizionamento in classifica: sempre secondi – per il terzo anno di fila – ma con ben 15 punti e 23 gol fatti in meno rispetto alla stagione precedente.
Questa estate, infine, con una campagna acquisti da 300 milioni di euro, sono arrivati all’Emirates Martin Zubimendi dalla Real Sociedad, Noni Madueke dal Chelsea ma soprattutto Eberechi Eze dal Crystal Palace e Viktor Gyökeres dalla Sporting Lisbona, che saranno tasselli fondamentali nella squadra che vincerà il titolo. In difesa, inoltre, gli arrivi di Mosquera dal Valencia e Hincapié dal Bayer Leverkusen hanno dato profondità alle rotazioni di Arteta.
La partenza dell’Arsenal in questo campionato non è stata delle più facili, visto che il calendario ha messo i Gunners subito contro il Liverpool alla 3° giornata (1-0 per i Reds con una punizione capolavoro di Szoboszlai) e il Manchester City alla 5°. Proprio lo splendido pallonetto di Gabriel Martinelli con cui l’Arsenal ha pareggiato quella partita all’ultimo respiro ha avuto, alla fine dei conti, un impatto decisivo sulle sorti del campionato.
L’inaspettato crollo del Liverpool e le difficoltà del City di Guardiola, poi, hanno dato il via alla stagione trionfale degli uomini di Arteta, che sono riusciti a vincere la Premier League con una giornata di anticipo nonostante il solito rallentamento di aprile e la solita sconfitta contro il Manchester City nella sfida decisiva all’Etihad. In quella occasione sembrava che i fantasmi del 2023 e del 2024 potessero di nuovo impadronirsi dell’Arsenal e portarlo a crollare sul più bello. Invece, stavolta la squadra di Arteta ha saputo reggere il peso di essere padrona del primo destino, vincendo tutte le 5 sfide successive.
Un anno dopo, l’Arsenal ha fatto 11 punti in più rispetto all’ultima stagione, ha segnato solo due gol in più ma ne ha concessi ben sette in meno. È un cambiamento figlio soprattutto di un modo di giocare molto più fisico – testimoniato dalla stazza dei giocatori acquistati negli ultimi due anni – che ha portato i Gunners a primeggiare su tutti i palloni aerei e a segnare moltissimo sui calci piazzati.
Nella stagione del titolo l’Arsenal ha segnato 24 gol su 69 da palla inattiva, di cui 18 da calcio d’angolo. In entrambi i casi si tratta di record per la Premier League. Gli schemi studiati da Nicolas Jover – che Arteta ha portato con sé dall’esperienza al Manchester City – sono stati accompagnati anche da una collaborazione con l’associazione degli arbitri inglesi, per capire cosa è consentito a livello di blocchi e marcature, e cosa no, con le polemiche in merito che sono esplose alla terzultima giornata.
Il gol di Wilson, con cui il West Ham aveva pareggiato il vantaggio di Trossard di pochi minuti prima, è poi stato annullato dopo una lunga revisione al VAR per una carica su Raya. Il fallo sul portiere dell’Arsenal effettivamente sembra esserci e la decisione sembra tutto sommato corretta, ma a far discutere è stato il fatto che gli stessi Gunners in questo campionato avessero segnato molti gol con dinamiche simili.
I numeri dell’Arsenal sui calci piazzati nascono in primis dalle caratteristiche dei giocatori. I Gunners hanno una rosa di corazzieri: i due centrali titolari Saliba e Gabriel, ma anche gli altri difensori in rosa tra cui Calafiori, sono tutti molto alti e molto piazzati, così come Rice, Havertz e Merino. Questo, unito alla qualità dei battitori (lo stesso Rice, ma anche Saka e Ødegaard) fa sì che l’Arsenal occupi militarmente addirittura l’area piccola, mandando tanti uomini a bloccare non solo i difensori ma addirittura il portiere avversario.
La presenza in contemporanea di così tanti giocatori forti nel gioco aereo e difficili da marcare crea molti mismatch fisici, blocca i movimenti degli avversari e consente sia i tagli sul primo palo sia la possibilità – per giocatori più piccolini come ad esempio il sempre prezioso Trossard – di andare a raccogliere le seconde palle non a 20 metri dalla porta come accade di solito, bensì al limite dell’area piccola.
La narrazione che poi si è creata intorno alle palle inattive della squadra di Arteta (diventata anch’essa un meme) ha fatto il resto: gli avversari sono visibilmente impauriti quando l’Arsenal batte un corner, e in una situazione del genere anche una minuscola esitazione può una grande differenza.
L’Arsenal 2025/26 – almeno nella sua versione in Premier League – è probabilmente una squadra meno bella da vedere rispetto alla squadra di Arteta che sfiorò il titolo tre anni fa, ma è molto più efficace. Attenzione, i Gunners non sono certo una squadra che si barrica in difesa o che rinuncia a controllare il gioco. Nel calcio moderno questi due atteggiamenti non portano alla vittoria e Arteta – espressione della grande scuola basca che solo in Premier annovera anche Iraola e Emery – lo sa bene, essendo cresciuto alla corte di Guardiola.

Arteta sa anche bene quali erano i margini di miglioramento di questa squadra, che tra l’altro nel corso degli ultimi due anni ha dovuto anche fare i conti con molti infortuni ai propri giocatori chiave. L’Arsenal non rinuncia a creare in situazioni di campo aperto né a portare un pressing a tratti feroce nei confronti dell’avversario.
Resta una squadra moderna che nella stragrande maggioranza dei casi è quella delle due in campo che crea di più, occupando spesso e volentieri la metà campo avversaria in modo massiccio. Ha solo aggiunto – da grande squadra – un mezzo ulteriore per vincere le partite, e lo ha fatto con grande efficacia.
Segna meno rispetto a qualche stagione fa, ma spesso difende in modo meno dispendioso. Sono quattro anni che l’Arsenal gioca oltre 50 partite stagionali, due anni di fila che arriva almeno in semifinale di Champions League, e la gestione delle energie diventa fondamentale.
Alla fine, quando a metà aprile i Gunners avevano perso lo scontro diretto contro il City, l’Arsenal aveva dato l’idea di essere una squadra in difficoltà dal punto di vista mentale, vittima ancora una volta delle proprie paure. Quel “It’s not done” ripreso dalle telecamere sulla bocca di Declan Rice, invece, suggeriva che Arteta e i giocatori ci credevano eccome. Nel momento di maggiore difficoltà della stagione l’Arsenal ha trovato energie ulteriori che le hanno permesso non solo di vincere il titolo dimostrando maggior freschezza rispetto ai Citizens, ma anche di andare in finale di Champions League vincendo il doppio confronto con l’Atletico di Simeone, un’altra squadra che quando sente l’odore del sangue tende a sbranare gli avversari.
Eppure da entrambe le sfide – anche contro il pronostico del sottoscritto – sono emersi vincitori gli uomini di Arteta, che hanno riportato il titolo nel nord di Londra dopo 22 anni. Non più a Highbury ma all’Emirates, non più con Arsene Wenger in panchina bensì con un suo allievo, che è stato allievo anche di Guardiola, l’allenatore che in questi anni ha più volte impedito all’Arsenal di tornare alla vittoria.
22 anni sono tanti per una squadra che in quel periodo era stabilmente al vertice del calcio inglese ma, come abbiamo scritto, non si possono ignorare le difficoltà finanziare legate alla costruzione del nuovo stadio e l’emergere di nuove superpotenze calcistiche che nel frattempo hanno trasformato la Premier League da un campionato sul livello degli altri ad una Superlega di fatto in cui anche le squadre neopromosse possono spendere centinaia di milioni sul mercato.
I 22 anni si sono sentiti anche nei festeggiamenti del Gunners, che sono stati abbastanza trasversali. Se, infatti, da un lato c’è una generazione di tifosi – quelli che oggi hanno più o meno 40 anni – per i quali i campetti da gioco sono diventati uffici, che da adolescenti sono diventati padri; dall’altro c’è una generazione – quella dei nati nel nuovo millennio – che non aveva mai visto l’Arsenal festeggiare una Premier League.
È bellissimo il post su Instagram in cui Nick Hornby – il tifoso dell’Arsenal per eccellenza – ha scritto che i suoi figli fanno parte della generazione che ha dovuto aspettare di più per tornare a vedere i Gunners campioni, e che loro non sempre l’hanno ringraziato per questo!
Il tifo per l’Arsenal, oltre ad aver contagiato decine di migliaia di persone scese in piazza per festeggiare subito dopo il pareggio del City sul campo del Bournemouth, avrà anche il merito di riportare la capitale del Regno Unito al centro del calcio inglese, dopo quasi un decennio di titoli spartiti fra Liverpool e Manchester. La tifoseria dei Gunners, poi, è la più numerosa di Londra e la sensazione, vedendo foto e video, è che questa comunità avesse un bisogno quasi fisico di tornare a festeggiare qualcosa di importante.
Anche il leader della sinistra inglese Jeremy Corbyn è stato visto in piazza con una sciarpa biancorossa subito dopo la vittoria del titolo, così come Ian Wright, leggenda del club e uomo che ha sempre mantenuto una grande connessione con la tifoseria. Persino i giocatori attuali, da Eze a Rice, hanno scelto di scendere subito in strada per festeggiare tutta la notte insieme ai tifosi, una scena rara nel calcio di oggi in cui i calciatori vivono dentro la loro bolla di lavoratori estremamente specializzati e nulla più.
Per non parlare, poi, dei festeggiamenti in tutti gli altri continenti, dove nel corso degli ultimi decenni l’Arsenal è riuscita a costruirsi il titolo di “seconda squadra più tifata al mondo”. Attenzione: non nel senso di squadra al secondo posto per numero di fan globali, ma la squadra che annovera più simpatizzanti fra i tifosi di squadre non inglesi.
Questa è sempre stata una peculiarità dei Gunners, che forse nasce dal fatto di essere stati estremamente competitivi e belli da vedere ad inizio anni Duemila – quando il calcio si globalizzava definitivamente –, o forse nasce dal fatto che ogni tifoso che si rispetti conosce a memoria le tante battute di Febbre a 90° legate all’Arsenal.
Fatto sta che il ritorno al titolo dopo 22 anni è stato festeggiato a Londra così come in tantissime città legate al passato coloniale inglese, ma anche in posti come Milano – dove esiste una fanbase Gunners molto attiva – o New York, il cui sindaco Mamdani si è professato tifoso dell’Arsenal.
22 anni, appunto, sono tanti. È impressionante pensare, però, che in questi 22 anni l’Arsenal ha cambiato solo tre allenatori. Oltre a ribadire, quasi banalmente, che questo sarebbe stato impossibile in Italia, è anche bene ricordare che l’Arsenal ha sempre avuto una tradizione di allenatori molto innovativi.
Senza scomodare di nuovo Wenger o arrivare addirittura a Chapman, Arteta si può descrivere come un allenatore innovativo più sul piano della comunicazione che su quello tattico. Se, infatti, da quest’ultimo punto di vista l’Arsenal si è “limitato” a sposare le tendenze ormai necessarie per avere successo nel calcio moderno (grande intensità atletica, pressing alto, squadra compatta e attacco come prima difesa), da un punto di vista comunicativo il lavoro dell’allenatore basco è stato fondamentale per tornare ad infondere fiducia ad un intero ambiente a secco di vittorie di rilievo per 22 lunghi anni.
La cosa che a detta di tutti colpisce più di Mikel Arteta è la sua dedizione quasi ossessiva per il suo lavoro da manager dei Gunners. Come riporta sempre The Athletic, quando è stato assunto a fine 2019, Arteta ha passato oltre tre mesi a dialogare con tutti i dipendenti dell’Arsenal, partendo da una domanda: “Come descriveresti lavorare all’Arsenal?”. La risposta maggioritaria è stata quella che definiva quell’ambiente di lavoro come “tossico”.
Da quel momento, Arteta ha lavorato per cambiare quella cultura, insistendo su tre valori fondamentali: rispetto, passione e soprattutto dedizione. L'attenzione maniacale dell’allenatore basco la si è vista nell’adozione di un cane di squadra a cui è stato dato il nome Win, nelle sessioni di allenamento con i piloti della RAF, o anche nella citata maniacalità nelle sessioni di allenamento sui calci piazzati.

L’intensità e la voglia di vincere di Arteta sono impressionanti, e possono risultare anche eccessive per alcuni. Davanti alle avversità, la sua risposta è stata sempre quella di lavorare di più e allenarsi ancora più duramente. L’etica del lavoro è uno standard non negoziabile per l’ex capitano Gunners, e questo ad inizio carriera lo ha portato anche ad accese discussioni con alcune star della squadra come Özil o Aubameyang. Giocatori forti, con una storia recente nei Gunners molto importante ma il cui modo di lavorare non si sposava con quello del nuovo giovane allenatore.
A quel punto – e qui si torna al paragone con l’Italia, e alla situazione di tanti top club nostrani proprio in questi giorni – un ruolo decisivo per gettare le basi del nuovo ciclo è stato svolto dalla società, che ha scelto di coprire le spalle ad un allenatore esordiente anche a costo di mettere sul mercato i suoi giocatori più famosi.
Lavorare con Arteta non è facile, come non è mai facile lavorare per chi è molto esigente. Ma lavorare con Arteta è anche stimolante per quei giocatori che riescono a sposarne l’ambizione. Un retroscena del Telegraph ha rivelato di un incontro fra l’allenatore basco ed un obiettivo di mercato Gunners definito “molto importante”.
Il giocatore ed il suo agente si erano preparati per una chiacchierata esplorativa, ma appena si sono incontrati con Arteta quest’ultimo ha chiesto di andare col giocatore in una stanza privata. Qui, stando al racconto dell’agente, si sarebbe sentito Arteta urlare e sbattere il tavolo mentre spiegava al possibile neoacquisto come intendeva impiegarlo e perché egli avrebbe fatto bene a venire all’Arsenal. Sempre secondo il suo procuratore, il giocatore è uscito dalla stanza con gli occhi spiritati e dicendosi convinto di voler giocare per l’Arsenal. Non male per una squadra che fino a 10 anni fa veniva spesso rifiutata da giocatori che preferivano accasarsi in altre big inglesi (emblematico fu il caso Luis Suárez).
La grande forza di Arteta è stata proprio la sua passione nello spiegare la sua visione, qualcosa che ha permeato tutte le fasi della rinascita dei Gunners sotto la sua guida. Questa passione è servita anche a convincere i vertici del club che lui era l’uomo giusto su cui investire e – soprattutto – al quale concedere tempo.
Con le ritrovate risorse economiche a disposizione, sei anni fa l’Arsenal avrebbe potuto scegliere uno di quei tanti allenatori che promettono successi immediati salvo poi lasciare il club dopo due anni con lo spogliatoio spaccato e i debiti. Scegliendo Arteta, invece, l’Arsenal ha scelto un progetto graduale, accettando che i primi frutti importanti arrivassero non prima di 3/4 anni.
Ma attendendo qualche anno in più, adesso è l’Arsenal che si trova nella posizione in cui si trovavano le lepri – Manchester City e Liverpool – qualche anno fa. Sono gli altri, orfani di Guardiola e Klopp, di De Bruyne e Salah, che ora devono ripensare la propria progettualità per raggiungere i Gunners.
Gunners che, dal canto loro, hanno una rosa sufficientemente giovane e lunga per provare ad aprire un nuovo ciclo di vittorie. A partire dalla finale di Champions League in programma questo sabato contro un PSG favorito, ma non imbattibile.
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