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Marracash Rap
, 27 Maggio 2026

King Marracash, Considerazioni Sparse


Impressioni, analisi e pensieri su King Marracash, il docufilm sulla carriera del rapper nato in Sicilia.

“Thermos di caffè…” – Come si fa a non perdere la propria identità quando si è la sintesi di due mondi agli antipodi? Quando si è così diversi dalle origini ma anche così estranei alla quotidianità? È una domanda che sicuramente Fabio – prima di diventare Marracash – si è fatto: è così che si apre King Marracash, con la vivisezione dell’eroe (nel senso omerico dell’accezione) che tramite le sue origini analizza il suo presente. Nella storia di Fabio non può esserci Milano senza la Sicilia e viceversa e, in questo caso, la Sicilia è rappresentata dai genitori di Marra. Ciò che traspare dal racconto è una storia intrisa di sofferenza, di domande e, infine, di sconfitta.

Le vecchie foto di Fabio e Mirko – il fratello minore di 6 anni – trasudano il senso di marginalità che può dare solo crescere in una periferia grigia del Nord insieme a genitori che in quel contesto speravano di trovare rivalsa, ricchezza e redenzione per poi accorgersi che tutto ciò non entrava in una casa popolare con dietro una risaia. È un periodo, questo, dove Fabio capisce quasi subito che i suoi non possono dargli il futuro e le certezze che sperava: deve ingegnarsi, per uscire dal tritacarne della periferia, che ti condanna a una vita fatta di espedienti e precarietà. Marracash nasce quindi in Barona, grazie alla Sicilia che porterà Fabio a una riscoperta e un ritorno alle origini. 

“Tutti brutti, tutti grassi, tutti fatti, tutti cazzi e tutti tatuati” – Per qualsiasi ragazzino nato alla fine degli anni novanta nelle immediate adiacenze di Milano (come il sottoscritto) il Berlin rappresenta la genesi di tutto, il cuore che irradia una passione che brucerà per tutta la vita. È difficile raccontare il Berlin per chi non lo ha mai visto o vissuto. Formalmente sarebbe un bar ma con il tempo si è trasformato nel quartiere generale della Dogo Gang e – in seguito – nella Mecca dell’hip hop italiano.

Il Berlin è un espediente per parlare di fratellanza, di legami di scelta e appartenenza. In questa parte del film vengono analizzati gli albori della carriera di Marra, quando al Muretto in Largo Corsia dei Servi – praticamente 500 passi da Piazza San Babila – Fabio incontra Cosimo (Guè) e nasce un primo, embrionale sodalizio. Questa è ancora la tappa formativa del rap milanese come lo conosciamo, dove abbondano i sogni e scarseggiano i soldi, dove i feat si fanno per rispetto e non guidati da logiche di mercato e dove Marra fonde il suo destino con quello di Jake, Guè, Don Joe e Deleterio che – nel parlare di quell’epoca – lascia trasparire un lampo di nostalgia nei suoi occhi.

È il tempo dei videoclip girati in un garage sotterraneo, delle props su MySpace e dei beat fatti in un sottoscala ma è anche il tempo che ha gettato le basi per le date di San Siro e per vent’anni di carriera ai massimi livelli. Una fatica, erculea questa volta, che ripaga con la moneta migliore che ci sia in circolazione: il riconoscimento dei tuoi fratelli e la sensazione di avercela fatta insieme. E poi, vuoi mettere vedere i Dogo al cinema? Chi se lo sarebbe mai aspettato. 

Tempo di farsi domande, mettere l’ego da parte” – Marracash si realizza mentre Fabio si perde: uno è al suo zenit, l’altro è nel baratro più profondo. Come guarire? Come tornare ad essere Fabio senza uccidere Marracash e viceversa? Riscoprendo le origini e le cose semplici. La parte centrale del film, che mostra il ritorno a Nicosia di Fabio per ricevere la cittadinanza onoraria della città, è quella che ho preferito, anche per ragioni personali.

Chiunque sia nato al Nord da una famiglia meridionale arriva, prima o poi, a confrontarsi con questa dualità: tuo padre – nel mio caso, nonno – che ti parla in dialetto e tu che rispondi in italiano; i tuoi genitori, cresciuti coi ritmi rurali e agropastorali della campagna del sud, contro il dinamismo della grande città che ti ha pervaso, inondandoti e non facendoti mai alzare il piede dall’acceleratore. Una perdita di identità che si consuma nei nove mesi passati “su” e che faticosamente provi a combattere quando scendi, con le zie che ti rendono partecipe dei riti di famiglia e i paesani che per riconoscerti ti chiedono chi sia tuo padre.

Fabio è ben consapevole di appartenere a quel mondo – “volevo comprare una casa in Sicilia” – ma è altrettanto conscio che per far sbocciare Marracash ha dovuto segregare questo suo lato, castrandosi e convincendosi di appartenere ad un mondo che – sotto sotto – lo ha sempre emarginato, fino ad arrivare a nausearlo. Marracash aveva bisogno di un sacrifico e Fabio si è immolato sull’altare per permettere alla star di compiere il suo destino, lasciando però per strada l’uomo, che si ritrova solo quando è circondato dai suoi affetti più veri e sinceri. E poco importa se parlano due lingue diverse: sanno di appartenere allo stesso mondo. 

“La mente mente, trova nuovi modi di ingannarmi” – Fabio è prigioniero di sé, di un senso di inadeguatezza che martella le tempie. Non sa come scappare. Non si può scappare. Fa l’unica cosa di cui è capace: affrontare le situazioni di petto, tuffandosi nel dolore. Marra non sempre migliora, ma guardandolo negli occhi può analizzarlo, ridurlo a parole, lo rende innocuo. È la mente ciò che muove l’opera di Marracash, che lo condanna ad una sempiterna lotta con sé stesso, alla ricerca di fuga e di evasione. Trovarsi in una stanza a guardare il soffitto è quanto di più umano una rap star possa mostrare: si avvicina Marracash a Fabio e, di conseguenza, a tutti noi.

Con Persona, Marracash ha potuto – o dovuto – mostrarsi fragile, pieno di crepe: il mettersi a nudo è la testimonianza, artistica e umana, di una persona non diversa da ognuno di noi, annientando il cliché dell’hip hop che vuole sempre tutti realizzati e felici. In A volte esagero, Marra celebra sé stesso – “fuori da ogni crisi personale” – ma con Persona, figlio di una relazione tossica e disfunzionale, Fabio uccide il Marracash classico per riappropriarsi del suo ego in un’ottica di catarsi e rigenerazione. È il disco più cupo e tetro ma è lo slancio per tutto quello che verrà dopo, una crisi che apre a una rinascita e prolificità in cui Marra sembra aver fatto pace con Fabio.

...Non credo che esista” – L’ossessione primigenia che attanaglia qualsiasi uomo è quella di trovare l’amore. Ma ancor prima di cercarlo, Marra si interroga su cosa sia l’amore, questo sentimento che distorce e piega la volontà delle persone. È un’ossessione quasi patologica, un bisogno fisiologico e infantile che però sbatte sempre sul muro del fallimento e della delusione, un continuare a provarci anche se le possibilità si assottigliano dopo ogni tentativo. Fabio – come tutte le persone che ancora non lo hanno trovato – si interroga, guardandosi attorno, su come sublimare un sentimento così puro e necessario senza inquinarlo con il possesso, la gelosia, il rapporto egemonico di uno sull’altro.

Si scontra da un lato con il desiderio di amore, e dell’altro con la difficoltà di stare con una persona, di far esistere un rapporto di coppia. Non vuole possedere ed essere posseduto ma ha un disperato bisogno di quella sensazione di unicità che ti può dare solo una persona che ti guarda innamorata. Ha cercato molto questa sensazione e quando l’ha trovata – ingannandosi e buttandosi nel suo pozzo di auto sabotaggio – l’ha fatta scappare, tornando a colpevolizzarsi e a interrogarsi sulla natura di quel legame.

In questo è un eroe romantico, che passa dall’allucinazione di una relazione senza futuro – “Tutti mi dicevano che era folle ma io ci ho creduto, per poi capire che ho creduto a una cosa [la relazione, ndr] che non c’era” – nella quale però si getta anima e corpo provando a farla funzionare, a un amore sano e funzionale che finisce a causa delle sue mancanze. È un loop in cui Fabio casca continuamente fino a che non gli sovviene un’illuminazione: e se non esistesse? E grazie a Lei, che non è nessuna donna ma l’idea di una relazione, inganna la sua mente assicurandole che una donna per lui non c’è, nemmeno fra un milione.

Una rassegnazione pacifica che porta Fabio ad affrontare la questione con l’approccio di chi parte già (quasi) sconfitto ma non si nega l’idea della rimonta. Un modo adulto di vivere la ricerca e il viaggio, senza farsi consumare ma con l’entusiasmo di un esploratore che sta cercando il suo Nord, mettendo in conto di poterlo non trovare mai ma con la speranza che prima o poi un approdo sia possibile.

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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