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, 26 Maggio 2026

Cosa significa vedere il Clásico dal vivo?


Siamo stati a Barcellona per assistere dalle tribune del Camp Nou al Clásico che ha assegnato il titolo di Liga 2025/26.

Prologo - L'ossessione

Dalle dieci di sera della vigilia di Natale, quando ho ricevuto i biglietti aerei per Barcellona, non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato al Clásico. È stato talvolta il primo pensiero della giornata, quando ancora non avevo riordinato le idee e deciso cosa indossare per andare a lavoro. Oppure si è presentato sotto forma di pensiero ossessivo compulsivo, per mezzo del quale mi sono astratto dal mondo circostante, come quando siamo intenti a scrollare sullo smartphone mentre qualcuno cerca di parlarci vanamente.

Alcune domande agitavano le mie giornate, agendo come i tarli del legno. Avremmo trovato i biglietti per lo stadio? Cosa sarebbe successo nel malaugurato caso in cui avesse vinto il Real Madrid? Quando avrei ricordato la partita negli anni a venire sarei riuscito a godere del percorso - per usare un termine in voga oggi - o tutto sarebbe stato assorbito dal bruciore della disfatta, dalla volgarità del risultato?

Per scongiurare il rischio di vedere la partita all’interno di qualche locale cittadino, come andare a Roma e non vedere il Papa, ho monitorato con dedizione maniacale la sezione tickets del sito ufficiale del club. Durante il tragitto casa - lavoro sui mezzi pubblici, nelle pause caffè in ufficio, prima di leggere la favola della buonanotte a mia figlia.

Dopo settimane di controlli maniacali, tutto si è improvvisamente condensato in sedici minuti carichi d’ansia: alle 11:20 del 20 aprile ho selezionato il settore del Camp Nou (Gol sud Superiore per la cronaca) da cui assistere alla partita; alle 11:25 ho ricevuto la mail con la comunicazione dell’inizio della prevendita esclusiva dedicata ai soci; alle 11:36 quella con il ringraziamento per l’acquisto dei biglietti per il «nostro spettacolo».

L’arrivo in città e l’attesa

Al nostro arrivo, Barcellona è stretta in una morsa di nuvole grigie e c’è una temperatura frizzantina che contrasta con l’idea un po’ stereotipata che abbiamo delle città di mare, dove troneggia il sole sette giorni su sette e fa sempre caldo, anche in pieno inverno. È il preludio alla pioggia che cadrà per tutta la giornata, trasformando la metropoli in una cupa cittadina britannica, lontana anni luce dal clima di festa perenne che la avvolge.

Per alleviare la tensione e cercare riparo dalla pioggia, ci rechiamo al Mercat dels Encants, mercatino delle pulci tra i più grandi e vecchi di Barcellona, incastonato all’interno di un quartiere moderno e pieno di aree pubbliche. Mauro, il mio compagno di avventura, ha un accentuato problema con lo shopping ed è fermamente convinto di poter fare qualche buon affare.

Il mercato è una distesa di beni usati sistemati alla rinfusa, senza apparente ordine logico, come fossero stati buttati a occhi chiusi. Orologi, occhiali da sole, elettronica ormai vetusta e libri usati accatastati per terra, senza alcun rispetto. Sono per lo più in uno stato che precede di poco quello di rifiuto. Eppure è pieno di un’umanità variopinta che controlla, soppesa, confronta, tratta il prezzo. «25 euro? Troppo, me lo dai per venti?».

Vicino al banco del venditore di tessuti si sente un lieve odore di hashish che si confonde con quello del cibo che proviene dal piano superiore in un clima da suk arabo. A ricordarci che mancano poco più di ventiquattro ore alla partita ci pensa un gruppo di ragazzi con la maglia contraffatta di Lamine Yamal.

Fuori, la pioggia continua a scendere copiosa. Le persone camminano velocemente alla ricerca di un punto dove ripararsi come in un brulichio di formiche. Le pozzanghere che cerchiamo di evitare come in un percorso a ostacoli riflettono la nostra immagine e la totale inadeguatezza del nostro outfit all’acquazzone che sembra non dover finire mai. Un segno del destino?

Dopo ore passate a schivare pioggia e cattivi presagi, la giornata finisce in un locale del centro con una tv che trasmette Real Sociedad - Real Betis e a cui nessuno fa caso, mentre l'altra è sintonizzata su uno scintillante Ricky Martin impegnato in uno dei suoi pezzi di repertorio. Nel frattempo, il mio compagno di viaggio segue con apprensione Juventus - Lecce dallo smartphone. Fuori piove ancora, anche se con meno intensità, ma non importa più perché domani è un altro giorno. È quel giorno.

Il giorno della partita

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un sito di architettura che proponeva un esperimento: chiudere gli occhi e immaginare una qualsiasi città; senza neanche accorgercene, la prima associazione sarebbe stata quella cromatica.

Io, ad esempio, quando penso a Cagliari la immagino violacea, come il colore della jacaranda che fiorisce in primavera e abbellisce le vie del centro.

Ecco, Barcellona di domenica è blu e rossa. Blaugrana, per essere precisi. Fin dalla prima mattina, per le vie del quartiere Torrassa dove abbiamo pernottato, tra i negozi di frutta e verdura sudamericana e i kebabbari turchi che le caratterizzano, è un via vai di persone con le maglie del club. Se qualcuno avesse un’amnesia momentanea e dimenticasse dove si trova, quelle maglie sarebbero lì a ricordarglielo.

La città è un enorme cantiere a cielo aperto ma ciononostante il centro, come da tradizione, pullula di gente.

In numerosi locali, accanto all’espositore con il menu e l’indicazione del piatto del giorno, c’è il cartello che ricorda l’evento dell’anno, il sole cui girano attorno tutti i pianeti cittadini: h 21:00 Barcelona - Real Madrid.

Curiosità linguistica: clàssic è la versione catalana di Clásico, ma in questa versione viene comunque aggiunta una O finale, forse per strizzare l'occhio agli avventori stranieri.

Nello store ufficiale del Barcellona che si affaccia sulla Rambla ci sono più persone di quelle che si possono trovare in chiesa la mattina di Natale. La processione di persone che escono dal negozio con le eleganti buste di carta ripiene con il logo del club fa quasi credere a quella famosa leggenda per cui l’acquisto di un grande giocatore si ripaghi dai proventi della vendita delle sue magliette.

Il tabellone luminoso che indica le divise in fase di stampa in rigoroso ordine di lavorazione: Mizuki, Kazu, Raphinha, Sophie, ancora Raphinha, Lamine Yamal.

Anche i negozi di souvenir espongono i cimeli di Barcellona e Real Madrid e la circostanza che qualcuno possa comprare la bandiera o maglia blanca, proprio qui, mi ricorda che la realtà è sempre molto complessa e piena di contraddizioni.

In questo momento, vista dall’alto, la città dev’essere in certe zone un tappeto blaugrana con qualche piccolo puntino bianco. O forse non è davvero così: è la mia percezione che è alterata dall’ansia della partita a cui manca sempre meno e che mi fa vedere solo quei due colori.

Il Clásico, finalmente

La Sartiglia è una manifestazione equestre che si tiene in Sardegna, nella città di Oristano, figlia del periodo della dominazione spagnola. Il momento più suggestivo è quello in cui le donne, is massaieddas, vestono il capocorsa in un rituale lento e predefinito. Quando si conclude, Su Componidori, così si chiama, abbandona le vesti di essere umano per entrare nella dimensione di Semidio.

Sono le 17 quando iniziamo la nostra vestizione: la maglia, innanzitutto, con la numero 6 di Gavi; «Se vuoi fare il turista compri quella di Lamine Yamal o Pedri; se vuoi fare il tifoso, prendi quella di Gavi» mi disse un amico esperto di Liga spagnola qualche mese fa, quando gli chiesi consiglio.

C’è poi la sciarpa da stringere attorno al collo anche se la temperatura frizzantina di sabato ha lasciato posto a una più primaverile e piacevole. Giunge, infine, il turno dei gadget secondari, che completano la trasformazione da essere umano a tifoso.

Nonostante abbia un pessimo senso dell’orientamento, per qualche strano motivo, arrivo al Camp Nou percorrendo sempre la stessa strada. A prescindere dal luogo di provenienza c’è sempre quel momento in cui mi ritrovo davanti allo stesso distributore di carburante che attira la mia attenzione in maniera inspiegabile, come se fosse uno dei tanti elementi architettonici di pregio. In un certo senso è un punto fermo dei miei viaggi a Barcellona. Faccio la foto e la invio ai miei amici. Avevo fatto lo stesso qualche mese fa, poche ore prima di assistere alla mia prima partita al Camp Nou.

Mentre ci avviciniamo rapidamente alla zona stadio incrociamo un giovane padre ricurvo sul passeggino che canta l’inno del Barcellona avendo cura di scandire bene le parole. Se la bambina dovesse dire Barça prima di papà credo che quell’uomo si sentirebbe ugualmente felice e in pace con se stesso. Pochi metri dopo veniamo tagliati in due dal sorriso beffardo di un gruppo di ragazze che intona Hala Madrid; madridiste o ribelli?

Nel quartiere Les Corts il blaugrana ha letteralmente cannibalizzato qualsiasi colore. La gente beve birra - rigorosamente Estrella Damm - e parla di futuro, come se il Clásico neppure esistesse. C’è una totale fiducia e i tifosi accorsi al bar parlano dei prossimi acquisti del Barcellona mentre un ambulante pakistano cerca di vendere le sciarpe celebrative del titolo della Liga, per ora senza successo. Veniamo attratti nella conversazione sull’imminente campionato del mondo da tre ragazzi che con passione e ironia ci dicono che no, la Spagna non si tifa, non qui.

All’improvviso viene intonato un coro contro il Real che fa da anteprima a quello che troviamo pochi passi più avanti, con i locali ormai alle spalle, nelle le vie prospicienti il Camp Nou. Si respira il senso di attesa e la tensione; l’odio verso i blancos è una cappa talmente densa che si può toccare con mano e modellare a piacimento, tirare, scansare. A tratti te lo senti tutto addosso, appiccicoso come la salsedine di cui non c’è modo di liberarsi.

All’arrivo dei calciatori ospiti c’è un'esplosione di cori e insulti accompagnati da qualche lancio estemporaneo di bicchieri di birra che si infrangono nei vetri scuri del pullman. C’è un clima generale da resa dei conti, alla quale manca ormai un’ora e 30 circa.

Quando arriviamo nel nostro settore, sui seggiolini sono sistemati dei cartoncini gialli in formato A3. Le istruzioni all’interno ne chiariscono l’utilizzo: «Quando risuona il coro del Barcellona, ​​alza il tuo cartello mostrando il lato liscio finché tutti i giocatori non sono in campo».

Il nostro settore concorre a formare la bandiera gialla e rossa della Catalogna mentre le altre sezioni dello stadio lo colorano di blaugrana con l’enorme logo del club posto nel Gol Nord e la scritta Força Barça, invece, nei settori laterali alla nostra destra.

Ogni volta che in rete vedrò le immagini del mosaico di questa partita ricorderò che sotto un cartellone giallo c’ero io, che cantavo l’inno del Barcellona. Tra qualche anno, forse, lo mostrerò a mia figlia, con quel piglio che assume chi racconta una fantastica avventura di cui è stato protagonista.

Fischio d'inizio

Ecco, proprio Il momento dell’ingresso delle squadre in campo è il più emozionante e delicato per un socio internazionale del Barcellona. Innanzitutto bisogna conoscere il testo dell’inno - per distinguersi dai turisti - e io ormai lo recito a memoria come il Padre nostro quando andavo al catechismo. In secondo luogo, questo è un aspetto in cui si manifesta maggiormente il lato maniacale del mio carattere, bisogna farlo con la giusta pronuncia, essendo in catalano. Rispetto a qualche mese fa sono decisamente migliorato, non ho tentennamenti: «Som la gent blaugrana...».
Chissà se i miei vicini di posto mi hanno individuato come uno di loro.

«Flick! Flick! Hansi Flick!» è il coro che poco dopo lo stadio scandisce all’unisono al termine del minuto di silenzio osservato per la morte del padre del tecnico tedesco, avvenuta qualche ora prima della partita. Lo stadio riversa un tale amore nei suoi confronti che si ha l’impressione che a invocare il suo nome sia anche lo sparuto gruppo di tifosi madridisti a cui va riconosciuta, a onor del vero, una dedizione e un sentimento di fiducia fuori dal normale.

Dopo pochi minuti dall’inizio della partita Rashford calcia una punizione dal vertice sinistro dell’area madrilena per cui sono costretto a fare il contorsionista e infilare il mio viso tra l’anfratto di due smartphone che la stanno riprendendo; il tiro è teso e sufficientemente arcuato per finire alle spalle di Courtois nell’angolo opposto. Non abbiamo fatto in tempo a prendere coscienza del fatto che fosse finalmente iniziata che il Barcellona è già in vantaggio.

Se c’è una cosa che ho sempre amato dell’andare allo stadio è l’abbattimento di qualsiasi barriera o freno inibitore. Si instaurano rapporti della durata di qualche ora con persone sconosciute che forse non incontreremo mai più ma a cui ci leghiamo indissolubilmente nella gioia e nel dolore, finché triplice fischio non ci separi. Abbraccio un ragazzo di origine marocchina residente ad Amburgo e lo stesso faccio per il raddoppio di Ferrán Torres.

Il Barcellona è in un tale controllo tecnico ed emotivo della partita che dopo circa venticinque minuti il pubblico accompagna il fraseggio della squadra con dei rumorosi «olè». C’è solo una cosa più bella del battere gli odiati rivali: umiliarli.

Quando finisce il primo tempo non c’è nessuna ragione concreta per pensare o anche solo temere che l’inerzia possa svoltare in favore degli ospiti. Il calcio lascia il posto all’intrattenimento: è questa la direzione che vogliono far prendere al calcio, no? Mentre a bordo campo si esibisce un gruppo musicale, poco distante un uomo con la maglia di Lamine Yamal si inginocchia per chiedere alla compagna di sposarlo mentre un presentatore occasionale fa la cronaca a un microfono, il tutto per la gioia del saltellante Cat Culer, la mascotte del Barcellona.

Il finale è ormai scritto: la vittoria del Clásico non è più una questione di se ma di quanto e quando. Con il passare del tempo affiora un po’ di malinconia: e ora?

Dei palloni da spiaggia corrono di testa in testa per finire nei pressi del terreno di gioco mentre lo stadio intona il coro “balon de playa” in direzione di Vinicius che in tutta risposta, esasperato, mostra il numero 15, quello delle Champions vinte dal Madrid.

Ormai, nonostante tutto, le cose più interessanti sono quelle che accadono sugli spalti: i canti della Grada d'Animació, la gente che salta all’unisono perché chi non salta è madridista e nessuno lo vuole essere, l’attesa spasmodica del fischio finale per poter festeggiare con passione.

E adesso?

Il fischio finale è una liberazione: finalmente si può gioire e alzare il trofeo davanti ai rivali che, ovviamente, si avviano verso gli spogliatoi senza attendere oltre.

Restiamo ore a vedere i giocatori del Barcellona che festeggiano in campo, corrono, si abbracciano. Pau Cubarsí assume le vesti di capo ultras e intona “un dia de partit” a cui tutta la Gol Sud risponde con trasporto. Ancora cori per Hansi Flick che, da par suo, ringrazia con un discorso interamente in inglese e si accredita come l’unico residente in Catalogna a essere amato nonostante non conosca una parola di catalano eccetto Visca el Barca i Visca Catalunya, con cui chiude il suo intervento.

Dovrebbe essere il momento più bello eppure sento svanire l’attesa di mesi, l’adrenalina, la gioia: è tutto qui? Adesso non resterà che il ricordo? Un cartello giallo tra le scartoffie delle scrivania, dei video nella galleria dello smartphone, e poi? Come sarà la mia vita senza quel pensiero ricorrente e quell’attesa?

Lo stadio si svuota lentamente; esausti ci incamminiamo verso casa, alla ricerca di un posto dove poter cenare. Mentre sorseggio una bibita fresca e assaporo un saporito kebab, sorrido. L’anno prossimo, senza sapere come, mi ritroverò ancora davanti allo stesso distributore.

  • Classe '86, vive e lavora a Cagliari. Devoto di Juan Román Riquelme e Julian Ross, dedica le sue giornate al calcio e ad altre faccende meno importanti.

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