
Mourinho e Casillas, una faida che dura da 15 anni
Le parole di Iker Casillas hanno incendiato di nuovo la diatriba tra lui e José Mourinho, in procinto di diventare il nuovo allenatore del Real Madrid.
"Non ho nessun problema con Mourinho. Mi sembra un grande professionista. Non lo voglio nel Real Madrid. Credo che altri allenatori sarebbero più qualificati per allenare nel club della mia vita. Opinione personale. Nient'altro."
Ad addensare altre nuvole intorno a un ambiente già estremamente tempestoso, ci ha pensato qualche giorno fa Iker Casillas, che con queste parole ha espresso su X (o Twitter, che dir si voglia) il proprio pensiero riguardo un potenziale terremoto destinato ad abbattersi sul Santiago Bernabéu. Com'è ormai ben noto, a circa 13 anni di distanza dal suo turbolento addio, José Mourinho potrebbe tornare a sedersi sulla panchina del Real Madrid, una mossa in totale controtendenza rispetto all'ingaggio di Xabi Alonso risalente ad appena 12 mesi fa.
È forse il tentativo estremo da parte di Florentino Pérez di domare uno spogliatoio sempre più diviso ed ingestibile? O è semplicemente sintomo di una grossa mancanza di idee richiamare dopo oltre un decennio un allenatore così anacronistico, che oltretutto aveva lasciato Madrid sbattendo la porta?
Chi sembra avere le idee chiare al riguardo invece è proprio lo stesso Casillas, che anche dopo aver smesso di giocare è rimasto una figura mediaticamente molto "attiva", specie per quanto riguarda le vicende legate alla Casa Blanca.
In questo caso, però, il tweet incriminato non è un semplice commento da opinionista o da vecchio tribuno chiamato ad esprimersi sul tema del momento: chiunque non abbia la memoria di un pesce rosso, infatti, è tornato con la mente al turbolento triennio 2010-13, quello in cui Mourinho instaurò il proprio regime nella capitale spagnola. In effetti, per quanto sgradevoli, i paragoni dittatoriali non sono poi così fuori luogo ricordando certi eventi di quel periodo. Bisogna partire però da lontano, precisamente dall'estate 2010, quella in cui la parabola del tecnico portoghese si incrocia per la prima volta con quella del portierone spagnolo.
Nonostante Casillas fosse un tesserato del Real Madrid sin da quando era bambino, mentre Mourinho lo era soltanto da qualche settimana, quest'ultimo era ormai idolatrato dagli "hinchas" madridisti tanto quanto il primo. Appena un paio di mesi prima, infatti, lo Special One aveva sventato il più grosso incubo che un tifoso del club più titolato al mondo possa mai avere: guardare il Barcellona che vince la Champions League sul prato del Santiago Bérnabeu.
L'eliminazione dei catalani in semifinale per mano dell'Inter di Mou (che in quella primavera faceva il suo definitivo ingresso nella mitologia calcistica) costituiva la definitiva presa di consapevolezza per l'ambiente "Merengue" dopo due anni di batoste: un modo per sconfiggere la squadra di Guardiola esisteva, e quel portoghese sembrava conoscerlo meglio di chiunque altro.
Se in quel momento Mourinho era all'apice della propria carriera, neanche Casillas se la passava malaccio: il Mondiale vinto da capitano in Sudafrica, culminato nel leggendario duello all'O.K. Corral vinto ai danni di Robben nella finalissima, gli aveva conferito lo status di immortale del calcio spagnolo. A trasformare ulteriormente "San Iker" in un'icona pop, ecco poi il bacio in mondovisione con la fidanzata giornalista (dettaglio da tenere a mente per quanto riguarda gli sviluppi successivi) Sara Carbonero nei festeggiamenti post-partita. Da queste due colossali personalità, il Real Madrid provava a ripartire per inaugurare un nuovo corso, ed azzerare il gap creatosi con il Barcellona.
Sarà proprio la rivalità con i blaugrana, tramutatasi in vero e proprio odio, a segnare un punto di non ritorno nel rapporto tra il capitano del Real Madrid ed il suo allenatore, già di per sé tutt'altro che compatibili caratterialmente. L'indole posata di Casillas, infatti, non si sposa proprio benissimo con il clima da guerriglia mediatica creato ad arte da Mourinho, intento a far finire i catalani sull'orlo di una crisi di nervi.
Per il portoghese era addirittura inaccettabile che il proprio portiere mantenesse rapporti di amicizia con i vari Xavi, Puyol e compagnia bella, con cui componeva l'ossatura della Nazionale più forte del pianeta, la cui stabilità iniziava ad essere messa a serio repentaglio dalla violenta tensione che caratterizzava tutti i Clásicos del triennio mourinhiano.
Fin dalla prima stagione di convivenza tra i due, dunque, non mancarono i motivi di tensione: come dicevamo, Casillas non apprezzava affatto l'approccio (sia calcistico che comunicativo) estremamente barricadiero del nuovo tecnico, diametralmente opposto al presunto "señorio" che ha sempre contraddistinto le Merengues. Non scorreva buon sangue neanche col sempre più influente Jorge Mendes, agente di Mourinho e del clan "portoghese" del Real (Cristiano Ronaldo, Pepe, Ricardo Carvalho e l'ex Benfica Di Maria), divenuto ormai una presenza fissa a Valdebebas. La relazione di Iker con la Carbonero darà in seguito a Mou il pretesto per attaccarlo in quanto talpa dello spogliatoio, mettendolo dunque nel mirino degli Ultras Sur, schieratisi dalla parte del tecnico lusitano.
Una parte neanche troppo ridotta del tifo madridista, dunque, coniò per Casillas un soprannome terribile, ma decisamente d'impatto: "El Topor", crasi tra "topo" ("talpa" o "spia") e "portero" ("portiere"). Questa nomea diventa una vera e propria ghigliottina per il secondo giocatore con più presenze della storia del Real Madrid, che nel 2012/13 (la terza e ultima annata di Mou in Spagna) dovette affrontare un vero e proprio calvario calcistica e personale.
Dopo un autunno dal rendimento un po' incerto, Casillas venne sostanzialmente fatto fuori da un lungo infortunio prima e da Mourinho poi, che in una memorabile conferenza stampa affermò di preferirgli il neoacquisto Diego López sia nel gioco coi piedi che nelle uscite alte, e di aver preso una semplice decisione tecnica, non influenzata da screzi personali. Dopo oltre un decennio da intoccabile, San Iker perdeva ufficialmente il posto da titolare.
Il regno dello Special One, tuttavia, era ormai al crepuscolo: l'intero ambiente era logorato dalle polemiche e, a differenza degli spogliatoi blindati di Porto, Chelsea ed Inter, le superstar in maglia bianca non erano più disposte a buttarsi nel fuoco per il proprio leader. Nella sua stagione d'addio, Mourinho chiuse con "zero tituli" (ad eccezione della Supercoppa di Spagna estiva), lasciandosi alle spalle un'eredità piuttosto controversa. Per i detrattori di Mou, le risse e i conflitti causati da quest'ultimo in 3 anni sono state decisamente superiori ai trofei vinti (un solo campionato, seppur col punteggio record di 100 punti, e un tris di eliminazioni in semifinale di Champions), disonorando lo stemma più nobile e glorioso del mondo del calcio.
Allo stesso modo, c'è chi invece ritiene che sia stato il portoghese a riportare competitività e cultura del lavoro in un club fiaccato dalle scorie dell'era dei "galácticos", oltre che avvilito dall'egemonia tecnico-culturale del Barcellona più forte di sempre. I fan più oltranzisti di Mourinho rivendicano inoltre la veridicità del declino di Casillas, che anche con l'arrivo di Ancelotti dovette attendere la cessione di Diego López per recuperare la titolarità (in molti dimenticano infatti che nel 2013/14 il capitano fu declassato a "portiere di coppa"), salutando poi nel 2015 per far posto all'ascesa di Keylor Navas.
Insomma, pur non essendo stata sicuramente la sua esperienza di maggior successo, l'avventura di Mourinho al Real Madrid è forse quella che condensa in maniera più completa l'indole dello Special One: divisiva, mediaticamente impattante, sanguigna e non priva di lati piuttosto oscuri. Non stupisce dunque che il 99% della classe giornalistica si stia sfregando le mani al solo pensiero di un suo ritorno al servizio di Pérez; beh, se proprio bisogna essere onesti, ammetto di far parte di quel 99%.
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