
Juventus-Fiorentina 0-2, Considerazioni Sparse
Va in scena lo psicodramma per eccellenza in casa bianconera: la Fiorentina sbanca lo Stadium, e per la Juventus la Champions diventa un miraggio.
La Juventus tra le mura amiche aveva perso solo tre volte contro la Fiorentina in quasi quarant'anni. Nel 2008, quando la Viola di Prandelli si impose al 93' con la rete di Pablo Daniel Osvaldo con annessa smitragliata di batistutiana memoria; nel 2015, andata della semifinale di Coppa Italia, nelle settimane in cui la Fiorentina si ritrovava protagonista improbabile della scoperta, per sé e per il mondo del calcio, del talento puro di Momo Salah; infine nel 2020, quando una sgangherata compagine gigliata, nuovamente guidata da un Prandelli lontano dagli antichi fasti, bistrattò con uno 0-3 la Juve di Pirlo, aprendo le danze dopo appena tre minuti con la rete di Dusan Vlahovic, allora giovane dal roseo futuro e dalle prospettive ben diverse da quelle attuali così nebulose.
Tre sconfitte in quarant'anni che, per quanto stagliate nella memoria collettiva viola, furono di peso e sapore diverso per gli umori bianconeri, e soprattutto tutte mai davvero compromettenti di qualcosa: nel 2008 quella vittoria dai tratti eroici di una Fiorentina per l'occasione incerottata e orfana di Mutu cambiò poco o nulla (fu "solo" il culmine di una piccola crisi di risultati della squadra di Ranieri: le due squadre finirono poi entrambe qualificate per la Champions); nel 2015 la Juventus si vendicò rapidamente, ribaltando il risultato al Franchi e poi vincendo la coppa nazionale, arrivando a un passo dal treble in quella stagione; nel 2020 fu una piccola grande iniezione di fiducia per una Fiorentina malmessa e destinata alla lotta salvezza, mentre fu solo uno dei tanti esempi di malanno bianconero dell'era successiva ai nove scudetti consecutivi.
Stavolta invece, per quanto di nuovo siano ben note le nubi che aleggiano sulla Juventus e quali e quanti problemi attanaglino la squadra bianconera, questo risultato è tanto inutile per la Fiorentina quanto disastroso per la Vecchia Signora: lo scivolamento al sesto posto, a pari punti con un Como avanti negli scontri diretti, rischia al rush finale di trasformare la stagione bianconera da complicata a disastrosa. La disorganicità del progetto bianconero è un qualcosa verso cui Spalletti, con grande fatica, ha provato a porre rimedio, ma l'enorme fragilità sul piano caratteriale rimane uno scoglio insuperabile, tale da far pensare che il declassamento della Juve sia definitivo, o quantomeno destinato a durare ancora nel tempo, viste quali e tali siano le macerie di cui è disseminata la Torino bianconera. La prospettiva, sempre più sostanziale, di rimanere fuori dalla Champions rischia di comportare un'ennesima, isterica tabula rasa, un loop infinito che ha tritato dirigenti, giocatori e allenatori nel quale la Juve stagna da sei anni, e dal quale non sembra in grado di uscire.
Sembra quasi inutile parlare della partita di per sé (infatti stiamo divagando): volendo, la Juve in questa gara non avrebbe nemmeno giocato male, e sembra esser stata vieppiù determinante in negativo la poca reattività di Di Gregorio sulla rete del vantaggio firmata Ndour. Ma d'altronde, il fatto stesso che fino alla mezz'ora la partita fosse rimasta relativamente bloccata, nonostante il buon piglio dei padroni di casa, poteva esser indice di una certa insicurezza latente tra gli uomini di Spalletti. La Fiorentina, anche sullo 0-0, ha fatto una gara di concentrazione (eccettuato un errore proprio di Ndour in costruzione al 19', decisivo nel rimediare De Gea) e reattività come raramente si era visto, e ha conteso con ritmo il campo ai padroni di casa, passando poi con il vantaggio conseguito a prendere saldamente in pugno la gara. Anche nei momenti di difficoltà nella ripresa, con la Juventus costretta a riversarsi in avanti per sperare di raddrizzare la situazione, la squadra di Vanoli regge e affronta la burrasca con un coraggio che, se avesse mostrato più spesso quest'anno, forse avrebbe potuto dare tutt'altra tinta alla sua annata.
Fa infatti perfino rabbia vedere come, appena raggiunta la salvezza, un gruppo afflitto da lancinanti difficoltà per tutta la stagione come quello viola riesca a tirare fuori una prestazione simile, tanto sul piano tecnico quanto caratteriale. Un qualcosa che raramente alla Fiorentina era riuscito durante l'anno (volendo, a Como e a Bologna, curiosamente anche qui fuori casa), nel quale ha cumulato più che altro magre figure nonostante un'oggettiva svolta tecnica a partire da dicembre. Umoralmente, l'anno non può esser certo perdonato con questa vittoria, che resta quasi l'unica soddisfazione per i tifosi capace di andar oltre al semplice "sospiro di sollievo".
E tuttavia, qualcosa questa partita ci dice su quanto poco, alla fine, siano state di natura tecnica le problematiche dei viola (al netto di molteplici arrosti cucinati), e su quanto i fattori psicologici incidano nelle maniere più disparate sulle squadre: se da una parte è vero che l'aspetto motivazionale, soprattutto a fine stagione, è determinante nell'approccio e nell'intensità da mettere nelle partite, e questo doveva essere un fattore a favore della Juve; dall'altra il peso di un calcio oggi emotivamente sfibrante è capace di attanagliare la testa e bloccare le gambe delle squadre. La Juventus sentiva questo peso, la Fiorentina ormai salva no. D'altronde, successe anni fa alla stessa Fiorentina, vistasi nel 2022 tritata da una Sampdoria appena salva nella gara che doveva sancirne il ritorno in Europa, poi raggiunto all'ultima giornata. In fondo, la chicca con cui Mandragora sigilla il risultato sembra esser la miglior rappresentazione di come sia stata soprattutto la leggerezza, ben più di altri fattori, ad aver aiutato la Fiorentina in questo successo.
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