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, 15 Maggio 2026

Gasperini e Sarri: stessa storia, finale diverso


La Roma ha deciso di assecondare del tutto Gasperini: una fiducia che Sarri, in passato, non è riuscito a ottenere alla Juventus.

«Io dico sempre: io non sono allenatore, io faccio l’allenatore e mi pagano per avere delle responsabilità, per prendere delle scelte… Ma io mando in panchina il giocatore, non la persona e quando mando in panchina qualcuno, la mattina dopo deve salutarmi, perché io non sono allenatore, io faccio l’allenatore».

Carlo Ancelotti, intervistato da Giacomo Poretti nel suo podcast, uno dei più vincenti e iconici allenatori della storia di questo sport che spiega un qualcosa che sembra banale ma che, nel terzo mondo del calcio che è diventato l’Italia, banale non è: la distinzione netta che dev’esserci tra allenatore - e più in generale professionista - e persona. Un po’ come quando si dice, giustissimamente, che il voto di un compito in classe non è un giudizio sullo studente ma sulla sua preparazione.

Eppure, quante volte, nel male ma anche in alcuni casi nel bene, nel mondo al contrario che è l’Italia del pallone, abbiamo sentito giudizi su allenatori ma anche su giocatori che esulavano dal contesto professionale e che erano un vero e proprio attacco alla persona? Al centro del dibattito dovrebbe esserci sempre e solo il rettangolo verde, che è il giudice più imparziale ed obiettivo di tutti.

Fatta questa doverosa premessa, è il momento di mettere a confronto, da un punto di vista ambientale più che prettamente tecnico, le avventure di Sarri alla Juventus e di Gasperini alla Roma: entrambi arrivati come nemici sportivi (ma forse anche qualcosa in più, purtroppo) delle rispettive piazze, scaricati da chi li aveva scelti ma anche protagonisti di un finale profondamente diverso.

Whatever it takes (to preserve the Gasp)

Del duello Gasperini – Ranieri se n’è parlato moltissimo nell’ultimo periodo. Un rapporto iniziato con un «stava antipatico anche a me» (forse non proprio uno dei migliori modi di presentare una propria scelta pubblicamente, specialmente ad un ambiente esigente e caldo come quello giallorosso, ma passi) e finito a suon di frecciate da una conferenza all’altra (tipo Grande Fratello), con il tecnico di Grugliasco uscito vincitore da una guerra paranormale e ai limiti dell’assurdo da parte, comunque, di due dipendenti della stessa azienda nota come A.S. Roma.

Il punto più interessante della questione non è tanto chi abbia vinto e chi abbia perso o chi abbia ragione o torto, quanto con chi si siano schierati, compatti, il gruppo squadra e la tifoseria: al 100% al fianco di Gasperini.Una unità del genere nella Capitale non si è mai vista, nemmeno ai tempi dell’Antica Roma, e ha una sola e unica motivazione: l’ambiente giallorosso si è stufato degli ultimi 8 anni di risultati mediocri, di sesti posti e di faide continue interne con l’allenatore di turno.

Sostenendo in toto l’ex tecnico dell’Atalanta e il suo progetto tecnico, la tifoseria (che, specialmente a Roma, fa più rumore della società) non solo ha dimostrato la capacità di analizzare il professionista Gasperini (a livello tecnico, praticamente indiscutibile) oltre alla persona (con la quale c’erano stati attriti negli anni precedenti), ma ha avuto anche la maturità di mettere al primo posto la Roma, anche quando davanti c’era un totem della storia giallorossa come Sir Claudio Ranieri.

Nessuno vuole rivalutare o mettere in discussione ciò che ha fatto il mister di Testaccio nelle sue 3 avventure capitoline, specialmente nella scorsa stagione, o intende implicitamente affermare che egli volesse, in qualche modo, il male della Roma, ma il segnale lanciato a caratteri cubitali è uno solo: non c’è leggenda che tenga, al primo posto c’è sempre il bene della squadra. Anche se da una parte c’è la storia e dell’altra c’è qualcuno che per 10 anni è stato nemico sportivo.

Mario Draghi (tifoso giallorosso, curiosa coincidenza) nel primo discorso da Presidente della BCE nel lontano 2011, affermò che, durante il suo mandato, avrebbe fatto tutto ciò che è necessario per preservare l’euro; la Roma, la sua tifoseria, la squadra e l’ambiente hanno fatto tutto ciò che era necessario per preservare Gasperini e il suo progetto tecnico.

Sempre citando due protagonisti politici dell’epoca, ciò è costato dei “sac… credo che stesse per dire sacrificinon di poco conto come quello di Ranieri; per la prima volta forse negli ultimi decenni in Italia, tifoseria e società, insieme, scelgono di sostenere ciò che è giusto e non ciò che è facile. Solo il campo ci dirà se sarà stata una scelta corretta, ma oggi possiamo affermare che, forse, si sta iniziando a guardare più ai professionisti, e a cosa possono dare, che agli slogan e al passato.

Maurizio Sarri: oppresso dal Palazzo

“Andrei fino al palazzo per prendermi il potere” affermava Maurizio Sarri nel lontano 2018, in piena lotta Scudetto punto a punto con la Juventus. Alla fine, il Comandante al Palazzo ci è arrivato, entrando con rispetto ma anche con personalità dalla porta principale, senza riuscire a ribaltare nulla con la tuta ma provando, in giacca e cravatta, a modellarlo dall’interno a sua immagine e somiglianza, venendo però schiacciato non tanto dal Palazzo in sé ma dal suo spocchioso conservatorismo.

Al Mister di Figline Valdarno, nel corso della più lunga stagione della storia del calcio, non fu perdonato nulla e anzi ogni pretesto (anche e purtroppo non inerente al suo essere allenatore) si rivelava un’occasione per metterlo in discussione. Dalla polo invece del completo fino ad arrivare alle parolacce e al poco “essere intrattenente” durante le conferenze stampa (evidentemente limitarsi a parlare di calcio non è sufficiente): la prima pagina vergognosa dedicatagli da Tuttosport intitolata “Scudetto o Via” (colpevole di avere solo 6 punti di vantaggio sull’Inter di Conte) sarà l’apice dell’imbarazzo del trattamento riservato all’ex tecnico del Chelsea.

Un alieno, privo di informazioni sull’esito di quell’annata, scommetterebbe in un totale fallimento sportivo; invece, nonostante il quasi totale astio di tutto l’ambiente, la Juventus targata Maurizio Sarri non solo conquistò il Tricolore, ma fu l’ultima Juventus a vincere lo Scudetto (e sono passati ben 6 anni). A differenza di Gasperini, Sarri non fu in grado (anche se oggi qualcuno inizia a rendersi conto) di portare tutto l’ambiente dalla sua parte; arrivato già da sgradito per il suo passato, l’ex Napoli ha trovato un contesto troppo legato a chi c’era prima di lui e alla società, rendendolo dal giorno dell’annuncio la vittima sacrificale, con il benestare della società stessa che non ha fatto nulla per proteggerlo.

La sostanziale differenza con Gasperini sta tutta qua: l’ambiente Roma, compresa la portata e il potenziale che può offrire un fenomeno come l’allenatore di Grugliasco, ha scelto di calarsi completamente in suo sostegno, costi quel che costi. La Juventus, forte di una spocchia e di un senso di superiorità (solo illusoria, dato che il campo dice che la Vecchia Signora è, da anni, solo la quarta forza del campionato) che paga ancora oggi, non ha saputo scindere l’allenatore dalla persona, scegliendo sempre di sostenere, soprattutto negli anni successivi, la persona che più piaceva invece dell’allenatore che più poteva essere utile alla causa.

Per inciso, considerando i risultati ottenuti da chi è venuto dopo di lui, forse Sarri, pur vestendosi male e non esprimendosi con un linguaggio da reale sabaudo, non andava probabilmente messo così a cuor leggero sul patibolo. Cosa che probabilmente l'attuale mister della Lazio già sapeva, dato che, alla festa Scudetto, provò, senza troppo successo, a lanciare un’avvisaglia, sempre a modo suo: “Non so se sono sottovalutato, so però che di allenatori italiani in attività ad aver vinto in Italia e in Europa ce n’è ben pochi”.

Meno apprezzato e meno elogiato di chi, dopo di lui, come massimo risultato ha raggiungo una qualificazione in Champions League. Perché, per l’ennesima volta, si valuta la persona e poi di conseguenza l’allenatore, come se ci fosse la classifica del campo e quella della simpatia. È anche da questi piccoli dettagli che si vedono le differenze con i paesi calcisticamente, culturalmente e con un’informazione più sviluppata e più meritocratica. Paesi che, infatti, non saltano tre o più Mondiali consecutivi. Qualcuno direbbe: “e ci sarà un motivo?”. Eccome, se c’è.

Spalletti, una lucina in fondo al tunnel?

Nonostante il pessimismo cronico che avvolge, soprattutto in questo periodo, il calcio italiano, l’epilogo Gasperini-Ranieri, a differenza di quello Sarri-Juventus ci dice in realtà che forse una piccola possibilità di cambiamento, da questo punto di vista c’è: per la prima volta da tempo immemore siamo riusciti ad andare oltre la riconoscenza nei confronti di un singolo al fine di ottenere il bene della squadra.

Anche l’ambiente Juve, dall’arrivo di Spalletti, pare aver messo da parte le antipatie pregresse per la persona sostenendo l’allenatore. La speranza è che, nell’ipotetico e utopico processo di ricostruzione del calcio italiano, avvenga anche un cambiamento di mentalità quando ci si approccia all’analisi di un allenatore o di un giocatore: la critica dovrebbe riguardare sempre e solo il professionista e ciò che esso può dare alla squadra (e non quello che ha già dato), mai la persona.

Soprattutto, non si dovrebbe scegliere nessuno in base al suo passato, a ciò che è stato per una squadra, perché non è garanzia di utilità nel presente, e si rischia inoltre di rovinarne il ricordo agli occhi degli appassionati.  Il focus dev’essere sempre e solo il campo da gioco e quello che vi accade; per il resto, per lo spettacolo, per l’intrattenimento, per tutto ciò che non centra col calcio giocato, si va al circo.

  • Studente universitario, grande appassionato di sport, in particolare calcio, basket e Formula 1.

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