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, 14 Maggio 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Younis Mahmoud


Il nostro viaggio alla scoperta dei grandi 10 si chiude con Mahmoud, l'uomo che ha permesso all'Iraq di sognare.

C'è una cosa che la guerra non riesce mai a fare del tutto. Può distruggere le città, abbattere i palazzi, cancellare i nomi dalle strade. Può disperdere le squadre ai quattro angoli del mondo, trasformare i campi da calcio in posti dove non è sicuro stare. Può togliere tutto. Ma non riesce a fermare il gesto. Non riesce a impedire che qualcuno, anche in mezzo alle macerie, trovi un pallone e lo calci.

Perché finché si calcia, si è vivi. E finché si è vivi, c'è ancora una possibilità.

Il calcio nei paesi in guerra diventa qualcos'altro. Certamente qualcosa di più fragile. Allo stesso tempo, però, è una sorta di atto di resistenza quotidiana. Una forma di memoria collettiva. Un segno tangibile della speranza. Le città possono crollare, ma qualcosa si ostina a esistere anche quando tutto intorno nega che sia possibile.

In questo contesto il numero 10 assume un peso che il calcio in tempi di pace non conosce. Diventa qualcosa di più antico e di più necessario: il condottiero. Colui che tiene insieme i pezzi quando i pezzi tendono a disintegrarsi. Colui che grida quello che i suoi compagni non riescono a dire. In un paese in guerra, segnare significa esistere ed alzare una coppa significa resistere.

La storia dello sport è piena di atleti che sono diventati simboli loro malgrado. Il capitano di una nazionale che gioca mentre a casa sua cadono le bombe, è un pezzo della bandiera.

La Mesopotamia è la culla della civiltà. Tra il Tigri e l'Eufrate l'uomo ha inventato la scrittura, il codice di legge, l'astronomia. È qui che sono nate le prime grandi idee, le prime grandi biblioteche, i primi grandi sogni collettivi. Ed è qui, in questa terra antica e ferita, che il calcio ha prodotto uno dei suoi racconti più straordinari e più dolorosi: la storia di un capitano che ha portato sulle spalle un intero paese, in un momento in cui quel paese stava cadendo a pezzi.

Come Sherazade che teneva in vita la propria storia raccontando notte dopo notte, Younis Mahmoud ha tenuto in vita l'idea che l'Iraq esistesse ancora, nonostante il coprifuoco e le bombe.

Un numero 10 atipico. Più attaccante se guardiamo il campo. Non aveva la grazia dell'artista ma aveva qualcosa di più raro: la fermezza nella tempesta. Un uomo che sapeva guidare gli altri e gonfiare la rete di speranza.

È il protagonista della decima puntata ed ultima puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Il capitano: una storia drammatica ed epica

Kirkuk, 1983. Una città che è un crocevia di anime: araba, curda, turcomanna, caldea. Come le tessere di un mosaico antico, ogni cultura ha lasciato il suo segno su quelle strade polverose. Ed è qui che nasce Younis Mahmoud Khalef. Il primo dubbio riguarda la sua data di nascita c'è chi sostiene che sia nato nel 1979, quattro anni prima della data ufficiale. In Iraq anche le date di nascita hanno le loro zone d'ombra.

Cresce a Dibis, nel nord del paese. Lo chiamano il Pelé di Dibis. Da bambino gioca anche a basket, come guardia, ma il suo destino è un altro.

L'Iraq vive sotto il pugno di ferro di Saddam Hussein. E come sempre accade nelle dittature, l'occhio del tiranno si posa sullo sport con particolare attenzione.

Younis si fa strada nelle serie minori, conquista l'Al-Talaba, uno dei club più importanti del paese. Segna, vince, si fa spazio nei cuori di una nazione in cerca di simboli. Non concede spazio al superfluo. Eppure, in ogni suo gol affiora qualcosa di antico: una fierezza persiana.

Il 2003 divide la storia. L'invasione americana incendia una polveriera già pronta ad esplodere. Le bombe cadono, le statue si abbattono, i governi cambiano. La guerra resta. Per i calciatori, restare significa rischiare la vita. Partire significa abbandonare casa. Younis sceglie i campionati della penisola arabica.

Per questo le partite con la nazionale assumono tutto un altro significato.

La prima risposta arriva nell'estate del 2004, alle Olimpiadi di Atene. E’ Una nazionale improvvisata con giocatori dispersi per il mondo, allenamenti saltati, preparazione inesistente. Alcuni non si vedevano da mesi. Altri non si conoscevano nemmeno. Ma c'era lui. Il capitano di un paese che non esisteva più. Battono il Portogallo di Cristiano Ronaldo, battono il Costa Rica, eliminano l'Australia nei quarti. Arrivano quarti. La beffa della medaglia di legno.

Il meglio, però, deve ancora venire.

Il 2007 è l'anno della redenzione. L'Iraq si presenta alla Coppa d'Asia come una delle tante squadre del torneo. Ne esce come campione. Ma il cammino verso quel titolo è costellato di sangue, perché la guerra non si ferma per rispettare il calcio. Il fisioterapista della squadra viene ucciso da un attentatore suicida mentre va a ritirare il biglietto aereo per il torneo. Dopo la vittoria ai rigori con la Corea del Sud, mentre i tifosi esultano in piazza, un kamikaze si fa esplodere davanti a una gelateria di Baghdad. Trenta morti. Younis convoca una riunione. Si va avanti o ci si ritira? La squadra decide che, proprio per onorare i morti, bisogna andare avanti.

La finale è contro l'Arabia Saudita. Minuto 71. L'aria è densa e immobile sopra Giacarta. Corner dalla sinistra. La traiettoria del calcio d'angolo è perfetta. E come un falco che punta la sua preda, Younis si stacca dal suo marcatore. Sale. Resta sospeso. E colpisce. Il pallone impatta la rete come un urlo liberatorio. Uno a zero. La testa di un uomo, il cuore di un popolo.

Nel post-partita le sue parole sono taglienti e senza filtri: voglio che l'America se ne vada. Oggi, domani, o dopodomani, ma fuori.

Allo stadio di Giacarta c'era appeso uno striscione: La guerra non ucciderà mai il calcio. Il popolo iracheno sfida il coprifuoco e scende nelle piazze. Per una volta la fede non divide. Sciiti, sunniti, curdi, non fa differenza. Quel gol ha detto a tutto il mondo che l'Iraq esiste ancora.

Mahmoud non potrà tornare a casa a godersi la vittoria. La minaccia di rapimento è troppo concreta. Gli estremisti odiano quell'unità e lui ne è diventato il simbolo più visibile e più pericoloso.

Sarà inserito tra le nomination del Pallone d'Oro nell'anno di Kakà. Arriverà ventinovesimo. Non importa. Quando gli chiedono da quale dei tre gruppi etnici dell'Iraq provenga, risponde con una semplicità che vale più di qualsiasi discorso: non importa cosa sono. Sopra ogni cosa, sono iracheno.

Per Diego Mariottini, autore del libro "Il gol lo dedico a Bush", ospite di questa puntata: Mahmoud In poco tempo ha avuto una crescita interiore che gli ha permesso di superare il proprio io, per poi ragionare pienamente da noi. È questo ciò che di norma si chiede a un dieci e questo lui in effetti ha fatto"

La storia di Younis Mahmoud ricorda una verità semplice ma immortale: la guerra può distruggere le città, ma non può uccidere i sogni.

Ascolta la serie Diez: viaggio nella magia dei numeri 10

Se ti piacciono queste storie, ne troverai altre nel libro "Diez: l'Atlante dei numeri 10"

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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