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, 11 Maggio 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Ricardo Kaká


Nell'animo è un 10, anche se sulla schiena portava la 22 del Milan: oggi su Diez raccontiamo la storia di Ricky Kaká.

Lo sport ha una memoria precisa. Sa quando qualcuno ha cambiato le regole del gioco ma non quelle scritte nel regolamento: quelle del gioco, quelle che tutti davano per scontate fino al momento in cui qualcuno ha dimostrato che si potevano fare le cose in modo completamente diverso.

Dick Fosbury voltò le spalle all'asticella quando tutti la guardavano in faccia. Prima di lui il salto in alto aveva una forma. Dopo di lui ne aveva un'altra. Muhammad Ali reintrodusse la velocità nei pesi massimi quando nessuno pensava che fosse possibile; troppo grandi, lenti e pesanti per ballare sul ring. Jordan dimostrò che una guardia poteva dominare il gioco assoluto di una squadra intera. Federer prese il tennis e lo trasformò in qualcosa che sembrava una disciplina più elegante.

I game changer sono quelli che aprono una porta che nessuno aveva visto, mostrando una possibilità che il sistema non aveva contemplato. Dopo di loro, come un tornado, nulla è come prima.

Nel calcio questa categoria ha una sua specificità. Perché il calcio è uno sport collettivo, e cambiarlo dall'interno richiede una visione del gioco così personale e così precisa da riuscire a trascinare gli altri dentro quella visione. A fare in modo che undici uomini si muovano attorno a un'idea che è prima di tutto tua.

Il trequartista è il ruolo in cui questo accade con maggiore intensità. È il ruolo di raccordo, l'enganche, dicono in Sud America. L'anello di congiunzione tra la costruzione e la finalizzazione, tra il pensiero e l'azione. Per decenni è stato interpretato come un ruolo di pura fantasia. Il giocatore libero di muoversi come voleva, capace di inventare tutto e il suo contrario; per questo spesso sacrificato quando il risultato pesava più dello spettacolo.

La modernità ha fatto al calcio quello che ha fatto alla società. Ci ha reso più veloci, o meglio frenetici. Tutto è misurabile. Tutto è più efficiente. Il numero 10 classico, quello che si prende il pallone e decide da solo cosa farne, ha perso progressivamente spazio.

Eppure, la modernità, paradossalmente, non ha ucciso il bisogno di bellezza. Lo ha reso più urgente. In un calcio sempre più razionale, sempre più collettivo, sempre più prevedibile, il momento in cui un uomo fa qualcosa di non previsto diventa ancora più prezioso.

È questa la contraddizione che il numero 10 moderno deve abitare: esistere dentro un sistema che vorrebbe sostituirlo con qualcosa di più funzionale, e continuare a essere irriducibile. Continuare a ricordare che il calcio è anche (e forse prima di tutto) un linguaggio estetico. Un modo di raccontare storie.

In questo contesto arriva Ricardo Izecson dos Santos Leite, per tutti Kaká. Ha preso quel ruolo e ci ha aggiunto qualcosa che nessuno aveva ancora combinato in quella forma: la velocità come arma tattica, quella capacità di passare in un istante dalla gestione alla transizione fulminea, di ricevere il pallone, orientarlo con un tocco ed essere già in corsa prima che gli avversari avessero capito cosa stesse succedendo. Senza perdere niente della bellezza originale, aggiungendoci qualcosa che il calcio moderno non poteva più ignorare.

Dopo di lui il trequartista non è più stato lo stesso. Non poteva esserlo. Quella porta era aperta e non si chiudeva più. Kaká è stato questo. Un game changer silenzioso, con la faccia da bravo ragazzo e un pallone d'oro in mano. Il protagonista della nona puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Il Bambino d'Oro

Carlo Ancelotti racconta così il primo impatto con Kaká a Milanello: "lo vidi arrivare con gli occhialini, pettinatissimo, faccia da bravo ragazzo.  Mancava solo la cartella con i libri e la merendina. Oddio, abbiamo preso uno studente universitario". Gattuso fu ancora più diretto: "ci guardammo tutti in faccia chiedendoci chi fosse quello sfigato con gli occhialini. Poi iniziò la partitella. Primo pallone toccato da Kaká, mi salta come nulla fosse, si sposta la palla davanti a Nesta e spara un missile all'incrocio. In quel momento capii che avremmo rivinto la Champions guidati da quello sfigato con gli occhialini".

Questa è la storia di Kaká in una battuta. L'apparenza che inganna. Il ragazzo per bene che dietro lo sguardo pulito nascondeva qualcosa che il calcio non aveva ancora visto in quella forma.

Ricardo Izecson dos Santos Leite nasce il 22 aprile 1982 a Brasília, cresce a San Paolo in una famiglia solida. Padre ingegnere, madre insegnante di matematica. Nessuna favola dalla favela. Nessuna strada da scalare a mani nude. Questo, in Brasile, gli viene rimproverato. Una vita troppo lineare, troppe poche cicatrici per essere davvero uno di loro. Il suo calcio non ha la samba di Ronaldinho, non ha l'esuberanza di Neymar. È un calcio europeo vestito di giallo-verde. Le radici portoghesi del Brasile che emergono in un trequartista che non si accontenta dei piedi fatati ma ci aggiunge accelerazioni fulminee e una lucidità analitica.

Il soprannome lo porta da bambino: il fratello non riusciva a pronunciare Ricardo e lo storpiava in Cacá. Lui lo adotta, lo scrive con la k. Luciano Moggi, al suo arrivo in Italia, ci fece su una battuta provinciale. Non aveva capito niente.

A diciotto anni una frattura vertebrale rischia di chiudere tutto prima che cominci. Kaká trova nella preghiera qualcosa che va oltre il conforto. Se fosse tornato a giocare, avrebbe dedicato ogni istante a testimoniare un dono ricevuto. Da quel momento la fede diventa struttura portante. Indica il cielo dopo ogni gol.

A Milanello fa accomodare in panchina Rui Costa e Rivaldo. Vince lo scudetto al primo anno. Ma sono le notti di Champions che ne rivelano la vera dimensione. Il suo stop orientato è una dichiarazione d'intenti, poco amichevole. È un controllo che diventa ponte verso il futuro dell'azione. Con un tocco raccoglie il presente e prepara ciò che verrà. Nel traffico dell'area, nello stretto, tra raddoppi e marcature strette, Kaká si esaltava. Un tocco e tutto cambiava prospettiva. In un derby, nel 2004, ne fa ammonire quattro dell'Inter. Perché il vento come lo puoi fermare?

Il 2007 è il suo anno. Il 24 aprile, Old Trafford, semifinale di Champions. Un lancio lungo del portiere, il pallone che piove dal cielo. Kaká capisce il rimbalzo prima di tutti, lo orienta, cambia ritmo. Salta Fletcher che lo rincorre invano. Sombrero su Heinze. Evra rientra a tutta velocità.

C’è una nuvola bianca circondata da tre maglie rosse. Lo spazio si chiude. Ma lui lo riapre col genio: un colpo di testa da un lato, un passo dall'altro. Evra e Heinze si schiantano tra loro mentre lui passa in mezzo, leggero come il vento. Davanti solo il portiere. Un tocco preciso. Glaciale. La rete si gonfia. Fu un manifesto: il calcio spiegato in trenta secondi a chi non lo aveva ancora capito.

Partita dopo partita trascina il Milan fino alla rivincita con Liverpool. Ad Atene, nella finale, l'assist per Inzaghi è la testimonianza di una maturazione completa. Al termine di quella stagione, Kaká è Pallone d'Oro. L'ultimo brasiliano a vincerlo. Dietro di lui, nell'ordine, Cristiano Ronaldo e Messi. L'ideale anello di congiunzione tra il calcio del vecchio millennio e l'era dei due supercampioni.

Madrid non gli restituisce quello che si aspettava. Gli infortuni, Mourinho, un ciclo che non riesce a costruire. Adriano Galliani racconta di aver pianto davanti a Florentino Pérez nel momento in cui Kaká firmava il trasferimento. Torna al Milan per un anno di addio, poi San Paolo, poi Orlando. Una carriera breve, rapida come il suo passo in campo.

Per Stefano Borghi, telecronista e opinionista di Sky, quello che rimane di Kaká è soprattutto l'eleganza, la modernità, il suo atletismo, che però non ha mai esulato dalla propensione a dare magia alla partita. Perché era sì quello delle accelerazioni vorticose, palla al piede, ma sempre accompagnate da una delicatezza del tocco di palla, veramente aristocratica ma mai altezzosa. Così come non lo è mai stato in nessun atteggiamento, anzi... "

Kaká svanisce in punta di piedi, com'era arrivato, senza clamore o addii teatrali. Come la luce del tramonto che si ritira dietro l'orizzonte

La storia del Bambino d'Oro Ricardo Kaká è la nona puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Se ti piacciono queste storie, ne troverai altre nel libro "Diez: l'Atlante dei numeri 10".

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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