
Barcellona-Real Madrid 2-0, Considerazioni Sparse
Il Barcellona archivia la pratica nel giro di neanche 20' con Rashford e Ferran Torres, e si laurea campione di Spagna per la 29^ volta. Il prossimo allenatore del Real Madrid (Mourinho?) troverà non poche macerie al suo arrivo a Valdebebas.
Dire che, al cospetto del Barcellona, il Real Madrid sia sembrato un pugile suonato nella serata del Camp Nou risulta decisamente fin troppo invitante, alla luce di quanto successo in settimana tra Valverde e Tchouaméni. Eppure, a costo di risultare scontato, non vi è altro modo per descrivere l'ultimo Clásico di questa stagione, quello che consegna aritmeticamente la Liga al devastante Barça di Hansi Flick. Nonostante le due defezioni più illustri possibili (Yamal da una parte e Mbappé dall'altra), un match simile non perderà mai il proprio fascino, anche se a separarle in classifica ci sono ben 11 punti. A differenza di quanto ci si potesse aspettare, il solito 4-4-2 preparato da Arbeloa mantiene inizialmente un baricentro piuttosto alto, rischiando subito di pagare caro lo scotto: soltanto la tempestiva corsa all'indietro di Fran Garcia interrompe le comunicazioni tra Fermin Lopez e Rashford, che si sarebbe trovato a tu per tu con Courtois. Contro il solito pressing delle cavallette blaugrana, il Real palesa una fatica tremenda a impostare, viste le non eccelse doti in quel fondamentale del quadrilatero composto da Asencio, Rudiger, Camavinga e Tchouaméni.
Come già accaduto in passato (vedasi ad esempio il Clásico di maggio 2025), chi sembra davvero in palla è Ferran, spesso libero di venire incontro a creare scompiglio tra le linee; da una situazione di questo tipo, ricevendo nel mezzo spazio, l'ex Valencia si procura una punizione dal limite, che Rashford (utilizzando un gergo cestistico) infila nel ferro con una parabola spietata. Certo, si può alzare un po' il sopracciglio, considerando che la conclusione dell'attaccante inglese era sul palo di Courtois, ma francamente tanto vale soffermarsi su un'esecuzione impeccabile dal punto di vista tecnico. Nella Casa Blanca, infatti, occorre più che altro analizzare la passività sconcertante della cerniera centrale del Real, che al 18' si fa infilzare di nuovo dal taglio in profondità di Dani Olmo; il tacco volante con cui lo scheletrico trequartista serve l'inserimento a rimorchio di Ferran è già parte della sterminata iconografica della storia dei Clásicos. Dopo nemmeno venti minuti, il Barça ha già la Liga in mano, e sulle tribune del Camp Nou iniziano a riecheggiare i primi quantomai irridenti "olè".
I catalani, tuttavia, si concedono i soliti rischi (effetto collaterale di una linea così aggressiva), ma a graziare Flick ci pensa Gonzalo Garcia: nonostante l'attacco alla profondità non sia il punto forte del giovane prodotto della Fábrica, quest'ultimo è tanto bravo a scappare alle spalle di Gerard Martin, tenendoselo alle spalle, e tanto sciagurato nel non prendere nemmeno la porta da posizione ottimale. Un'altra occasione madrilena, invisibile alle statistiche, è troncata da una scivolata spaziale di Eric Garcia, che rimedia a un errore di Cubarsi nel far salire la linea negando un facile tap-in a Vinicius. In ogni caso, la fase di riaggressione delle due squadre è esemplificativa nel mostrare l'enorme gap che corre tra un congegno funzionante e ben oliato (il Barcellona), ed un gruppo dall'alchimia pressoché inesistente (il Real Madrid). Le Merengues sono allo sbando: il più vivo tecnicamente è Brahim Diaz, forse l'unico a provare a regalare qualche momento di brillantezza tecnica degno di una contesa di tale livello.
Al netto delle performance individuali, però, il Real preme poco e male, e quando lo fa rischia l'emorragia: soltanto una paratona di Courtois in uscita nega il tris a Rashford, lanciato in campo aperto dal solito intelligentissimo Ferran Torres, che passa l'intera serata a portare Asencio in giro per il Camp Nou. Sul finire del primo tempo, il Barça non gestisce il possesso come gli imporrebbe il proprio DNA, e deve salire di tono Pedri per migliorare la circolazione del pallone dei blaugrana, limitando qualche frenesia di troppo. Nell'eterno gioco dei paragoni che questa rivalità sembra quasi imporre quotidianamente, non si può invece non menzionare la mediocrissima partita di Bellingham: incredibile che un giocatore in odor di Pallone d'Oro due anni fa, adesso sembri quasi fuori luogo in una partita simile. Anche a inizio secondo tempo, il quartetto offensivo del Barcellona prosegue con il suo moto perpetuo, senza mai dare punti di riferimento ai dirimpettai in maglia bianca. Tra Asencio e Rudiger si apre un'altra autostrada, percorsa da Fermin e dal filtrante recapitatogli da Cancelo, e serve ancora il piedone del portiere più forte al mondo (che non me ne voglia Donnarumma) per salvare il Real da un punteggio umiliante.
Dopo l'ennesimo scampato pericolo, il Madrid prova ad alzare i giri del motore, costringendo il Barça a farsi qualche minuto di penitenza nella sua metà campo: questa fase di forcing culmina in un gol annullato a Bellingham per fuorigioco sugli sviluppi di un calcio d'angolo. A quel punto, ispirato dal suo collega, Joan Garcia ci tiene a ribadire di essere stato il miglior portiere per rendimento delle ultime due stagioni di Liga, e blocca in uscita il tentato pallonetto di Vinicius, materializzatosi al suo cospetto dopo un altra sbavatura di Cubarsi. In ogni caso, la tranquillità col pallone tra i piedi del Barcellona e la pochezza caratteriale del Real Madrid, fanno si che il secondo tempo scorra via abbastanza tranquillamente. Può sembrare assurdo giungere a una conclusione simile, ma la squadra di Arbeloa non sembra avere neanche la rabbia sufficiente per buttarla in rissa, costretta com'è ad osservare una rivale che negli ultimi due anni, limitatamente ai confini spagnoli, non ha avuto davvero mai avversari. Per il Barcellona è infatti il trionfo n°29 della propria storia in campionato, il secondo della gestione di Hansi Flick. Nel giro di 24 mesi, il tecnico tedesco ha totalmente ribaltato i rapporti di forza tra i due giganti iberici, e questo, Champions League in bacheca o meno, è già di per sé la testimonianza di un lavoro davvero enorme.
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