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Steaua Bucarest
, 7 Maggio 2026

La Steaua Bucarest e la prima Coppa dei Campioni dell'Est Europa


Quaranta anni fa la Steaua Bucarest batteva il Barcellona e diventava la prima squadra del blocco orientale a vincere la Coppa dei Campioni.

Era il 7 maggio del 1986, nella cornice dello stadio Sanchez Pizjuan di Siviglia, quando la coppa dalle grandi orecchie varcò per la prima volta la Cortina di Ferro grazie alla vittoria della Steaua Bucarest di mister Emerich Ienei e del leggendario portiere Helmut Duckadam che parò quattro rigori su quattro dopo i supplementari.

Fu una finale dall’esito inaspettato, arrivato contro il favorito Barcellona allenato dall’inglese Terry Venables al termine di un’edizione della coppa molto particolare. La prima dopo sedici anni con due club italiani al via (il Verona campione d’Italia e la Juventus detentrice della coppa) ma senza i club inglesi, che dopo i fatti dell’Heysel dell’annata precedente furono esclusi dalle competizioni europee col beneplacito dell’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher.

Ma non si pensi ad una vittoria fortunosa né estemporanea: quella Steaua Bucarest era una squadra molto forte che si sarebbe ripetuta pochi mesi dopo vincendo anche la Supercoppa Europea e disputando un’altra grande Coppa dei Campioni tre anni dopo, quando nella finale del 1989 fu battuta solo dal Milan di Sacchi.

Eppure il trionfo della squadra dell’esercito – che nella seconda metà degli anni 80 dominò le competizioni nazionali vincendo 5 campionati e 4 coppe nazionali dal 1984 al 1989 – avvenne nel momento forse più buio della storia della Romania. La dittatura di Nicolae Ceaușescu, una delle più brutali e repressive dell’allora blocco comunista, raggiungeva in quegli anni l’apice della violenza, come accade tristemente in tutti i regimi quando sentono che la terra inizia a mancargli sotto i piedi.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche la Romania, come tutti gli altri paesi liberati dall’Armata Rossa (che non mancò di annettere alcuni territori rumeni all’allora URSS), finì sotto l’orbita di Mosca, conobbe il socialismo ed il partito unico. Paese poverissimo, la Romania tentò di allacciare relazioni commerciali con i paesi dell’Europa Occidentale e per farlo provò a sganciarsi da Mosca. Nicolae Ceaușescu, salito al potere nel 1967, inizialmente favorì l’industrializzazione del paese riducendo anche l’analfabetismo e la mortalità infantile e migliorando in un primo momento le condizioni economiche del paese.

Tuttavia, il distacco dall’Unione Sovietica che contribuiva all’accrescimento dell’immagine del dittatore presso l’Europa Occidentale, mascherava un regime estremamente brutale in cui la securitate, la polizia segreta, controllava ogni ambito della vita dei cittadini, i quali non godevano di nessuna libertà basilare.

Quando, a partire dalla metà degli anni Ottanta, la Romania si ritrovò a dover pagare enormi interessi sul debito accumulato con le potenze occidentali dopo l’allontanamento da Mosca, la qualità della vita peggiorò decisamente e il regime divenne ancora più paranoico e distopico.

È in questo contesto che nacque la generazione d’oro della Steaua Bucarest che in quegli anni mantenne un’impressionante striscia di 104 partite senza sconfitte. E probabilmente non è un caso che quella squadra vivesse una sorta di realtà parallela – fatta di grandi successi – mentre il resto del paese faceva la fame: come scritto, la Steaua (che significa ‘stella’, simbolo di molti club dell’Europa dell’Est) era la squadra dell’esercito, e le forze armate erano l’unica parte della società rumena che godesse ancora di buona salute nonostante la durissima crisi economica.

Spesso, però, quando si parla di generazione d’oro del calcio rumeno si fa riferimento più agli anni Novanta in cui brillava la stella di Gheorghe Hagi, sicuramente il calciatore rumeno più forte di tutti i tempi, e in cui la Romania ottenne il risultato più prestigioso della sua storia con i quarti di finale del mondiale statunitense nel 1994.

Eppure, le basi di quel ciclo risalgono inevitabilmente al decennio precedente, in cui la Steaua Bucarest vinse, appunto, la Coppa dei Campioni e la Supercoppa europea del 1986 in finale contro un’altra squadra dell’Est europeo, la Dynamo Kyev del colonnello Lobanovskyi, artefice dell’ultima grande Unione Sovietica che arrivò in finale agli Europei del 1988 arrendendosi solo ad uno dei gol più belli storia del calcio.

La seconda metà degli anni Ottanta, infatti, a livello politico coincise col definitivo crollo del comunismo, ma a livello sportivo fu il periodo in cui i club dell’Est Europa ottennero i risultati migliori. Oltre alla Steaua Bucarest, nello stesso anno la Dynamo Kyiv vinse la Coppa delle Coppe bissando il successo del 1974/75, e lo stesso trofeo era stato vinto dalla Dinamo Tbilisi nel 1980/81 in una storica finale tutta orientale contro il Lokomotiv Lipsia.

In Coppa UEFA, poi, in quegli anni il Partizan Belgrado perse in finale contro il Borussia Mönchengladbach mentre l'anno prima gli ungheresi del Videoton raggiunsero una incredibile finale eliminando il Manchester United prima di perdere nell’ultimo atto contro il Real Madrid.

Il decennio si concluse poi la citata finale dell'URSS agli Europei, mentre proprio le competizioni per nazionali avevano portato agli unici successi più datati: i sovietici vinsero il primo storico europeo nel 1960 in finale contro la Jugoslavia, mentre la Cecoslovacchia si impose agli Europei del 1976 battendo ai rigori la Germania Ovest col cucchiaio di Panenka che da quel momento diede il nome a quel gesto tecnico.

Dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta, la Steaua Bucarest vinse 9 campionati e 13 coppe di Romania, dando vita ad un'accesa rivalità con la Dinamo, l'altra squadra di Bucarest controllata dalle ferrovie statali. La Steaua raggiunse anche i quarti di finale di Coppa delle Coppe nel 1971/72 venendo eliminata dal Bayern Monaco, ma in Coppa dei Campioni non andò mai oltre i sedicesimi di finale. In generale, le squadre rumene avevano ottenuto risultati peggiori rispetto a quelle sovietiche, jugoslave o della Germania Est.

Nulla, insomma, che alla vigilia dell’edizione 1985/86 della Coppa dei Campioni lasciasse presagire che la prima volta dell’Est sarebbe stata grazie alla ormai poverissima Romania. Eppure, il tecnico Emerich Ienei – già in passato giocatore dello stesso club – aveva grande fiducia nei suoi uomini e nei suoi metodi di allenamento. In un’intervista rilasciata al sito ufficiale della UEFA ha dichiarato “eravamo una squadra velocissima” – i commentatori soprannominarono i giocatori ‘The Speedies’ – “in grado di difendersi bene e di ripartire rapidamente giocando ad un tocco”. L’allora tecnico ha raccontato che in allenamento “non consentivo mai più di un tocco ai miei giocatori”.

Il primo turno mise davanti alla Steaua i danesi del Velje, liquidati grazie ad una vittoria per 4-1 al ritorno a Bucarest. Il secondo turno contro gli ungheresi dell’Honved fu più complicato ma ancora una volta gli uomini di Ienei vinsero 4-1 al ritorno in casa rimontando la sconfitta dell’andata. Nel mentre, il tabellone iniziava ad aprirsi in modo… interessante.

Detto dell’assenza delle squadre inglesi (sarebbe stato il turno dell’Everton), le due squadre italiane furono subito messe l’una contro l’altra: finì 0-0 al Bentegodi mentre al ritorno, in un Comunale di Torino deserto (la Juve scontò due turni a porte chiuse per i fatti dell’Heysel), l’arbitro francese Wurtz prima assegnò un rigore dubbio alla Juventus, poi nel secondo tempo non sanzionò un evidente fallo di Serena in area, con lo stesso Serena che in contropiede siglò il raddoppio bianconeri che finirono così per vincere 2-0. A fine partita ci furono degli incidenti che portarono i carabinieri ad entrare nello spogliatoio del Verona: celebre fu l’accoglienza riservata ai militari dall’allenatore scaligero Osvaldo Bagnoli: “Se cercate i ladri sono nell’altro spogliatoio”.

Oltre al Verona, al secondo turno furono eliminati anche Porto e Bordeaux, mentre ai quarti di finale fu la volta della stessa Juventus – eliminata dal Barcellona – e del Bayern Monaco per mano del sorprendente Anderlecht, espressione della prima grande generazione del calcio belga che pochi mesi dopo avrebbe incantato nei Mondiali in Messico.

Ai quarti, invece, la Steaua Bucarest trovò gli sconosciuti finlandesi del Kuusysi Lahti che però si rivelarono un ostacolo più ostico del previsto: costretti, per una volta, a fare loro la partita, gli uomini di Ienei furono bloccati sullo 0-0 in casa e al ritorno la spuntarono solamente grazie ad un colpo di testa del centravanti Pițurcă.

In semifinale, contro il favorito Anderlecht, i rumeni poterono tornare a fare ciò che probabilmente gli riusciva meglio, difendersi e ripartire. Il gol di Vincenzo Scifo, tuttavia, indirizzò l’andata verso Bruxelles. Al ritorno, però, la Steaua Bucarest disputò la sua miglior partita di tutto il torneo, imponendosi per 3-0 grazie alla doppietta ancora di Pițurcă e al gol di Balint. Dall’altro lato del tabellone il Barcellona rimontò in maniera epica il Goteborg (3-0 in Svezia all’andata, 3-0 al ritorno in Spagna e vittoria ai rigori) e il 7 maggio 1986 affrontò la Steaua Bucarest giocando praticamente in casa.

Negli anni Ottanta, infatti, era praticamente impossibile per i cittadini rumeni uscire dal loro paese: nel 1978 Ion Mihai Pacepa, uno dei generali più importanti della famigerata securitate, scappò dal paese rifugiandosi negli Stati Uniti, dove rivelò in un libro molti particolari del regime di Ceaușescu, come il massiccio spionaggio delle industrie statunitensi e i suoi elaborati sforzi per ottenere il sostegno politico dell'Occidente. Fu una delle più clamorose diserzioni subite da un paese del blocco sovietico e portò il regime rumeno ad isolarsi ancora di più, aumentando lo spionaggio e la repressione nei confronti dei suoi stessi cittadini ai quali fu impedito con ogni mezzo di lasciare il paese.

I 70.000 di Sevilla erano quindi tutti per gli spagnoli guidati da Venables in panchina e da Bernd Schuster in campo. Il Barcellona di allora, in realtà, non era una squadra eccezionale e non aveva certo lo stile di gioco identificativo che ha oggi - che iniziò a sviluppare qualche anno dopo grazie all’arrivo in panchina di Johann Cruyff - pur rimanendo favorita contro la Steaua.

La squadra di Ienei si presentò col suo classico 4-4-2 ordinato con Duckadam in porta, il capitano Iovan e Bărbulescu sulle fasce e la solita coppia di centrali composta da Bumbescu e Belodedici. A centrocampo Bălan e Bölöni in mezzo, Majeauru a destra e Balint a sinistra, con Pițurcă e Lăcătuș davanti.

La formazione era la stessa dei turni precedenti, così come il copione di gioco: linee compatte, atteggiamento attendista e contrasti duri diretti a sfruttare la maggior fisicità rispetto agli spagnoli per interrompere il loro gioco e ripartire velocemente in contropiede. Una curiosità: il centravanti Pițurcă, a sua volta diventato allenatore dopo il ritiro, disse che mister Ienei comunicava la formazione sempre con almeno 3 giorni di anticipo. "Inutile tenere tutti sulle spine per giorni" - questa la sua spiegazione - "lo vedo subito chi è più forte e chi sta meglio per giocare".

La partita fu, a detta di tutti gli addetti ai lavori dell’epoca, bruttina, ma dimostrò l’efficacia del piano tattico di Ienei, che riuscì a portare la partita prima ai supplementari e poi ai calci di rigore. Ed è al momento dei tiri dal dischetto che una cavalcata già di per sé storica ha acquisito contorni leggendari.

I rumeni batterono per primi ma l’ala Majearu fu ipnotizzata dal portiere blaugrana Javier Urruticoechea. Duckadam, però, neutralizzò il primo tentativo degli spagnoli con Alexanko, mantenendo la situazione di parità. I rumeni, tuttavia, sembravano non voler approfittare della situazione e anche Bölöni sbagliò il suo tentativo, ancora parato da Urruti. Poco dopo, Duckadam si superò di nuovo, parando anche il rigore di Pedraza. Dopo quattro rigori, la situazione era incredibilmente ancora di 0-0.

Il terzo tentativo di Lăcătuș fu quello buono, e la Steaua Bucarest passò in vantaggio. Il Barcellona, invece, sbagliò ancora, stavolta con Pichi Alonso, ancora con una parata di Duckadam, ancora parando sul lato destro. Adesso, il traguardo, era davvero vicino.

Per i rumeni andò sul dischetto Balint. Gol. 2-0.

Adesso, il traguardo, era davvero vicinissimo. Sarebbe bastato segnare l'ultimo rigore.

Per il Barcellona fu la volta di Marcos Alonso Pena, ed incredibilmente Duckadam parò ancora, stavolta sul lato sinistro. La Steaua Bucarest era campione d’Europa: per la prima volta, un club dell’Europa dell’Est era campione d’Europa. Per la prima volta, i campioni tra i campioni non venivano dall’Inghilterra, dalla Spagna o dall’Italia ma da un paese povero, situato ad Est della Cortina di Ferro, in un mondo del tutto diverso rispetto a quello delle grandi potenze calcistiche continentali.

L’eroe della serata era, ovviamente, il portiere Helmut Duckadam. E pensare che, fino a quella sera, era praticamente uno sconosciuto. 27 anni all’epoca, nato a Selmuc nel 1959, non era neanche il portiere della nazionale con cui aveva disputato solo un paio di amichevoli quattro anni prima, quando il CT era Mircea Lucescu, un’altra leggenda del calcio rumeno. Ma dopo quella serata, di Duckadam non si seppe praticamente più nulla.

Quando, a dicembre di quell’anno, la Steaua si presentò a Tokyo per la finale di Coppa Intercontinentale persa contro il River Plate, in porta c’era la sua riserva, tale Stangaciu. Idem quando a febbraio i rossoblù vinsero la Supercoppa Europea contro la Dynamo Kyiv guidati dal neo acquisto Gheorghe Hagi.

Come tutti gli eventi irripetibili, anche la favola del portiere-eroe durò pochissimo. Come se il destino, dopo avergli regalato una notte indimenticabile, avesse avvertito anche l'urgenza di consegnare Duckadam alla storia senza offrirgli neanche la possibilità di continuare a scriverla. Le voci sul suo conto si sprecarono: la più nota diceva che alcuni sicari inviati da Valentin Ceaușescu – figlio del dittatore – gli avrebbero spaccato le mani a bastonate in seguito al rifiuto di girare al figlio del leader una Mercedes che il Re spagnolo Juan Carlos gli aveva regalato dopo la finale di Siviglia.

Nel 1990, caduto il regime, Roberto Beccantini della Gazzetta dello Sport andò a trovarlo insieme a Irma D’Alessandro di Canale 5. La spiegazione era meno drammatica di quanto ci si aspettasse, ma molto beffarda. Dopo il trionfo a Siviglia, il portiere tornò nella nativa Selmuc per stare con la famiglia ma si infortunò giocando con i figli. Dalla visita di controllo successiva emerse una trombosi per la quale subì un intervento di 12 ore che gli salvò la vita, ma che di fatto gli impedì di continuare la carriera agonistica nonostante un breve tentativo col Vagonul Arad.

Incredibilmente, nel 1989, in una delle pochissime partite che giocò con la squadra di cui era anche vicepresidente, parò due calci di rigore in Coppa di Romania, prima di essere costretto a numerosi altri interventi per l’aggravarsi delle condizioni delle sue arterie. Dopo il ritiro e una breve parentesi politica, in cui fu principalmente sfruttato come uomo immagine da parte dell’allora presidente della Romania Traian Basescu, Helmut Duckadam è morto per arresto cardiaco nel dicembre del 2024.

Oltre alla storia di Duckadam, però, va ricordata anche la storia di Miodrag Belodedici, probabilmente il giocatore più forte di quella Steaua Bucarest. Nato al confine tra Romania e Jugoslavia da genitori serbi, Belodedici era un difensore centrale fortissimo che giocò quasi 200 patite con la maglia rossoblù. Nel 1988, dopo aver aiutato la squadra a raggiungere un’altra semifinale di Coppa dei Campioni, scappò dalla Romania a causa delle persecuzioni del regime ai danni della minoranza serba.

Si rifugiò in Jugoslavia, paese dei suoi genitori, dove si accordò per giocare con lo Stella Rossa. Tuttavia, la Steaua si rifiutò di presentare il suo contratto alla UEFA, motivo per il quale dovette star fermo un anno. Condannato nel frattempo a 10 anni di carcere in Romania per diserzione, col club di Belgrado di cui era tifoso vinse un’altra Coppa dei Campioni nel 1991.

Ci sembrerà assurdo se visto con gli occhi del calcio moderno, ma fu il primo giocatore a vincere la massima competizione continentale con due squadre diverse. E ci riuscì, a distanza di cinque anni, con due squadre fuori dai radar del grande calcio europeo. Soprattutto, ci riuscì con le uniche due squadre dell’Est ad averla vinta.

Nel frattempo, in Romania ad essere finita non era solo la carriera di Duckadam. Dopo 42 anni di socialismo, nel dicembre 1989, sulla spinta di quanto stava avvenendo in Polonia, Germania Est e nella stessa Unione Sovietica, il regime di Ceaușescu iniziò a vacillare. La popolazione, ormai allo stremo delle forze, iniziò a ribellarsi, e le rivolte partirono proprio dalle zone di confine con l’Ungheria dove era nato Duckadam.

C’è un video del 21 dicembre del 1989 in cui il dittatore appare accanto alla moglie Elena mentre, stupito, ascolta le voci di dissenso che provengono dalla folla, in evidente distacco dalla situazione reale del paese. Sulla morte di Ceaușescu – unico dittatore dell’allora blocco comunista ad essere stato deposto in maniera violenta – si sono seguite negli anni moltissime teorie e ricostruzioni.

Il giorno successivo, il dittatore e sua moglie Elena furono uccisi da alcuni militari e anche la Romania consegnò alla storia la sua dittatura. Si aprì una lunga e difficile fase di transizione verso l'economia di mercato, che in un primo momento portò ad un'impennata dei prezzi che causò l'emigrazione di milioni di rumeni verso l'Europa Occidentale.

La Steaua Bucarest, dal canto suo, quell’anno raggiunse un’altra finale di Coppa dei Campioni, perdendo contro il Milan in quello che fu il canto del cigno di una squadra fortissima. Oggi, quarant'anni dopo, l'ultima partecipazione della Steaua alla Champions League risale al 2008/09, mentre una squadra rumena manca alla fase a gironi dal Cluj del 2012/13.

Questo perché i cambiamenti del 1989 non furono solo nella politica e nell’economia. Mentre molti paesi riacquisirono libertà individuali ed economiche, in quegli anni il calcio iniziò quel processo di transizione che lo ha portato ad essere quello che è oggi. Pochi anni e la Coppa dei Campioni avrebbe assunto la denominazione ufficiale nella sua versione inglese – la Champions League – e a prendervi parte non sarebbero state più solo le squadre vincitrici dei campionati nazionali, di fatto svilendo il nome stesso della competizione.

Niente più fasi ad eliminazione diretta fin dall’inizio, niente più una sola rappresentante per ogni paese. Il livello dello spettacolo ne ha sicuramente beneficiato, ma la forbice tra le squadre dei paesi più ricchi e quelle dei paesi della periferia europea si è ampliata sempre di più, e ad essere rappresentato nella fase finale della massima competizione continentale è un numero di paesi minore. Oggi, a quarant’anni dalla finale di Siviglia, vedere un’altra storia come quella della Steaua Bucarest è sicuramente impossibile, e ricordarla diventa quasi un dovere. Era un altro calcio, era un altro mondo.


  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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