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Michele Graglia, intervista per Traiettorie, rubrica di Sportellate
, 7 Maggio 2026

Traiettorie Ep. 3 - Michele Graglia


Lo sport come bussola per ritrovare sé stessi, insieme a Michele Graglia, ultramaratoneta italiano in grado di vincere alcune delle gare più iconiche e difficili di sempre.

"Traiettorie" è un progetto editoriale prodotto da Sportellate e il Festival della Cultura Sportiva. Troverete sui nostri canali una serie di contenuti e di interviste che vogliono mostrare lo sport come scelta di vita, percorso personale, opportunità di crescita e in alcuni casi vera e propria àncora di salvezza. In questo terzo episodio, abbiamo avuto il piacere di intervistare Michele Graglia, ex modello di fama internazionale oggi ultramaratoneta capace di vincere alcune delle gare più dure del mondo, come la Moab 240, la Badwater 135 e la Yukon Arctic Ultra. Buona lettura.

Settembre 2025. Presenzi a Rimini al Festival della Cultura Sportiva e ho la fortuna di conoscerti. Per preparare quello che fu il tuo speech mi guardai alcune tue interviste e poi mi lessi “Ultra”, il tuo libro scritto insieme a Folco Terzani. Dopo averti conosciuto meglio, mi sento di dire che la tua "traiettoria" di vita racchiude più vite al suo interno.

Per permettere a tutti di comprendere meglio chi è Michele Graglia, partirei quindi chiedendoti della tua prima vita: chi eri prima di diventare l’atleta che sei oggi?

Innanzitutto benvenuti nella mia casa e grazie per avermi chiesto di condividere con voi la mia storia. Io arrivo da un paesino dell'entroterra ligure che si chiama Taggia. Sono nato a Sanremo, ma di fatto sono cresciuto proprio a Taggia, in un paesello di 5000 anime. Ho avuto un'infanzia bella, semplice e tranquilla, a giocare con gli amici immerso nella natura. Sono sempre stato appassionato di sport, ma da giovane non ho mai trovato un'attività particolare capace di prendermi talmente tanto da diventare vera e propria fonte di ispirazione. Ne ho provati tantissimi, dal karatè al calcio passando quindi per il tennis, ma dopo la scuola ho iniziato a lavorare per l'azienda di famiglia e ho lasciato quasi definitivamente l'attività sportiva.

La chiave di svolta nella prima fase della mia vita avvenne nel 2007, quando lasciai l'Italia e decisi di trasferirmi negli Stati Uniti, destinazione Miami. L'idea era quella di spostarmi in Florida per un breve periodo di tempo, con l'obiettivo di sviluppare il mercato oltreoceano per l'azienda di famiglia – attività specializzata nella vendita dei fiori, nda. Il problema è che quelli che dovevano essere 5-6 mesi si sono trasformati in 17 anni negli States. Il tutto, ad onor del vero, è capitato in modo abbastanza naturale ma soprattutto fortuito, in quanto fui "trovato" nelle spiagge di South Beach da questa direttrice di una importantissima agenzia di moda: da quel momento, la mia vita ha completamente preso un'altra direzione...

E così arriviamo a quella che nella mia testa è la tua seconda vita...

Esatto. Praticamente in un'ora la mia vita è stata completamente stravolta: mi è stato proposto seduta stante un contratto come modello ed il giorno dopo ero a fare il mio primo servizio, lasciando il business di famiglia.

Fu un'esperienza per certi versi bellissima e molto emozionante, ma fui anche scaraventato in uno stile di vita che mi era completamente nuovo., fatto di lussi ed eccessi. Di tutti i tipi... (ride, nda). Insieme alle grandi soddisfazioni, l'altro lato della medaglia era proprio il peso di questi eccessi che mi ha portato ad un punto di rottura in cui, guardandomi allo specchio, mi sono detto «così non posso andare più avanti». Per fortuna o per forza dopo aver toccato il fondo potevo solo risalire...

Ti interrompo un attimo perché questo momento della tua vita per me è uno dei più interessanti della tua intera "traiettoria". Eri arrivato ad avere tutto quello che il mondo considera un sogno: successo, donne, fama, denaro. Eppure non bastava. Raccontaci intanto come si svolgeva la tua giornata tipo da modello top class a Miami.

Beh allora, le giornate tipo erano abbastanza divertenti. Dure, ma divertenti. C'era una grande cura per il corpo e per me stesso, quindi buona parte della giornata era focalizzata sull'allenamento. Personalmente mi piaceva molto allenarmi in questa zona di South Beach dove era pieno di pull up bars e dove si faceva calisthenics. Avevo al tempo un long board e quando finivo di allenarmi con quello mi spostavo da un casting all'altro. Infine, c'erano le ore dedicate alla vita mondana: la maggior parte dei contatti e della socializzazione con fotografi e clienti avveniva la sera nei ristoranti e nei club, ed è stata questa l'attività che ha reso sempre più difficile trovare un equilibrio tra la mia vita giornaliera e quella notturna.

Quindi la parte veramente complicata e quella che ti ha portato ad "eccedere" è stata quella della vita notturna che però, correggimi se sbaglio, dovevi considerarla comunque lavoro?

Sì, era lavoro finché poi non ho perso un po' le redini della situazione. Arrivavo da un'infanzia molto sicura perché comunque vivevamo in un ambiente tranquillo e perché non si sono mai fatte grosse stupidaggini. Dal nulla mi sono trovato in questa nuova società dove gli eccessi erano all'ordine del giorno. Io era l'unico tra la gente che frequentavo che non faceva uso di alcool, droghe e cocaina, tutte cose che erano veramente all'ordine del giorno.

All'inizio mi trovavo molto a disagio, poi ho dovuto iniziare ad accettarla come parte integrante dell'esperienza. Fin da subito mi ero confrontato con questa problematica: come è possibile sostenere questa vita per quattro, cinque o addirittura sei notti a settimana? Anche a livello psicoemotivo il ritorno in chiave lo sentivo tantissimo: io sono una persona molto sensibile ed in contatto con me stesso, quindi pativo tanto questa cosa. E fu in quel momento lì che per provare a continuare la carriera da modello, ma allo stesso tempo scappare da quel tipo di società, decisi di trasferirmi a New York. Questa fase di difficoltà è durata circa un anno, più o meno per la mia intera permanenza in Florida. Da New York è iniziata la mia rinascita.

Ed è proprio a New York che entriamo nella terza fase della tua vita. Correva l'anno 2011, entri in una libreria della Grande Mela e trovi un libro che cambia tutto. Cosa è successo nello specifico?

Arriviamo finalmente alla terza e ultima trasformazione, sicuramente la più difficile. Ero in un momento di totale rottura con me stesso e mi trovavo in una situazione abbastanza ambigua. Paradossalmente ero al top, ma ero precipitato in una crisi personale ed in una depressione molto forte. Non ero contento di chi ero, di quello che stavo facendo, di dove ero... un momento assolutamente no. Ed è paradossale perché se ci pensi ero all'apice della mia carriera, lavoravo con tutti i brand più importanti al mondo da Armani a Valentino a Cavalli, ero sulle copertina di GQ... In più vivevo a New York ed avevo ancora casa a Miami, ma ero letteralmente perso. Avevo completamente perso la bussola.

In questo momento che ricordo come uno dei più difficili della mia vita, ritrovo la strada grazie a questo libro scovato per caso in una libreria di New York che si chiama "Ultramarathon Man" di Dean Karnazes, un famosissimo ultramaratoneta americano, in cui racconta la sua storia da business man di successo che a 30 anni ha questa crisi di mezza età ed arriva ad un momento di rottura molto simile al mio.

Mi ritrovavo nelle sue parole: anche lui aveva tutto quello che aveva sognato, aveva raggiunto tutto quello che la società gli aveva imposto di perseguire, eppure si sentiva miserabile. Cazzo, qualcuno che parla la mia lingua. Mi sono sentito meno solo. E allora lì è arrivata questa consapevolezza di dire che forse stiamo vivendo dei sogni sbagliati. La società ci ha abituato a pensare che il successo e la felicità siano derivanti soltanto dal perseguire cose materiali e invece la felicità non sta lì: è nel perseguire quello che abbiamo dentro, quello che ci permette di perseguire il nostro vero io, le nostre passioni. Dean mi ha cambiato la vita e mi ha fatto conoscere un mondo che io non conoscevo: quello delle ultramaratone.

Curiosità: ma a te piaceva correre da giovane giovane?

Io sono sempre stato appassionato di corsa. Mi piaceva molto l'atletica. Però l'atletica era troppo schematica, invece l'ultramaratona parlava di libertà. Mi invitava ad andare a correre senza che però fosse importante il passo o il tempo. Vai fuori e corri per quanto e come vuoi. Una lavagna bianca su cui puoi disegnare qualsiasi cosa. Da lì possiamo dire sia iniziato il mio ultimo ed attuale capitolo di vita.

Personalmente credo che da questa fase di vita ci passino un po' tutti, ma raramente lo shock è così forte come lo è stato per te. Farsi due domande intorno ai 30 anni su quello che si sta facendo della propria vita però secondo me è sano che avvenga.

Detto questo, ormai ti conosco da un annetto e so che il tuo obiettivo iniziale una volta scoperto il mondo delle ultramaratone fu subito parecchio alto: non portare a termine delle comode easy run, o magari una 21 chilometri, ma subito finire un'ultramaratona. Non è stata una scelta un po' incosciente?

Assolutamente sì, ma anche in questo risiede la bellezza delle ultramaratone. Per come sono fatto e per come mi affascinava questo concetto di libertà di cui mi parlava Dean Karnezis, non potevo fare altra scelta. Mi affascinava il concetto di andare oltre la fisicità. La corsa è semplicemente un mezzo: il modo più primordiale e vicino alla nostra natura per trascendere i limiti fisici.

Mi affascinava la possibilità tramite essa di trascendere i limiti fisici e poi quelli mentali per arrivare a questo contatto, permettimi di dirlo, con la propria anima. Personalmente affronto quasi tutte le gare come pratica spirituale, perché arrivi sempre al momento in cui sei costretto a rompere tutti gli schemi ed è solo lasciando andare tutto ed attraversando il dolore che si riesce di trascendere ed avere queste esperienze mistiche che ti permettono di portare a casa queste sfide incredibili. Perché per correre per 200, 300, 400 chilometri senza fermarti, devi raggiungere questo stato: se ti fermi alla fisicità dopo 50, 100, 120 chilometri hai il momento di rottura.

Volevo troppo capire cosa intendesse Dean quando mi parlava di questo distacco dalla fisicità perché non l'avevo mai provato sulla mia pelle e allora decisi dopo 4 mesi e mezzo di allenamento di iscrivermi alla mia prima ultramaratona...

Adesso arriviamo alla tua prima ultramaratona che so non andò benissimo; intanto, però, una conferma: avevi subito capito che correre ti piaceva e poteva diventare una tua nuova passione?

Confermo. Mi piaceva proprio l'allenamento. Ogni giorno, ogni settimana e ogni mese riuscivo a spingere il corpo sempre più in là. Avevo questa visione della corsa che mi portava a godermi letteralmente il viaggio, senza per forza essere attaccato ogni secondo al cronometro per monitorare i tempi. In un momento in cui ero in grande crisi personale, era un ritornare a sentirmi. Ti confido che soffrivo anche un po' New York, quindi per me andare a correre sul lungofiume, piuttosto che nei parchi o nel New Jersey dove sei un pochettino fuori dal casino, mi permetteva semplicemente di tornare a respirare aria fresca. Era quasi meditazione in movimento. Era un momento solo per me.

Pensa che comunque in quattro mesi sono arrivato a fare carichi da 250 chilometri in una settimana. Pazzia totale, ma ero talmente focalizzato e dentro a questa cosa, che nessuno mi ha detto che non lo potevo fare e quindi l'ho fatto.

Michele Graglia e Lorenzo Lari durante l'intervista

E arriviamo alla tua prima gara. Raccontaci del tuo esordio.

Diciamo che la storia è abbastanza ironica per il fatto che io mi sono lanciato in questa sfida senza sapere a cosa andavo incontro. Ero neofita e non avevo punti di riferimento. Non avevamo ancora i contatti social che abbiamo adesso: per informarsi sugli allenamenti specifici da fare prima di una ultramaratona dovevi fare ricerca su ricerca per trovare quel blog di super nicchia che potesse consigliarti qualcosa.

L'ultramaratona ai tempi del 2011 era ancora qualcosa di underground, la conoscevano in pochissimi. Di conseguenza, non conoscevo nulla di nutrizione, di idratazione, elettroliti e simili. Io mi sono presentato ad inizio estate a Key Largo che era la prima isola sotto la punta della Florida da dove partiva la gara, con una bottiglia d'acqua in mano ed i miei pantaloncini corti. Si correva in questa strada fatta di ponti che attraversava isoletta dopo isoletta le Florida Keys: era uno spettacolo perché da una parte avevo il Golfo del Messico con queste acque cristalline e tropicali, e dall'altra a est avevo l'oceano atlantico. Tutto fantastico, ma con 35/40 gradi e il 100% di umidità sono andato all'arrembaggio senza sapere costa stavo facendo.

Ti dico, la cronaca della mia gara è abbastanza breve, perché essenzialmente ho corso finché non potevo più correre. Ad un certo punto, dopo 100 o 120 chilometri sono caduto stecchito e mi sono risvegliato con mio padre che mi tirava fuori la lingua dalla gola ed i medici che mi hanno iniziato a riempire di flebo. C'è questa scena particolare che ho proprio fissa nella testa, con mia madre, mia sorella e la mia ex ragazza fuori dall'ambulanza che piangevano e mi imploravano di non farlo più, ma è proprio da lì che è cominciato tutto.

Parte quindi la tua carriera fatta di successi. Hai vinto la Badwater 135 e la Moab 240 diventando il primo al mondo, correggimi se sbaglio, a riuscire a vincerle entrambe...

Sì. E permettimi di aggiungere che ho vinto anche la Yukon Arctic Ultra. Quindi la gara più fredda del mondo (la Yukon) e la più calda (la Badwater). Uno sbalzo di temperatura di 90 e passa gradi: picchi di 53 gradi nella Badwater e di -40 nella Yukon.

Ecco, ma come si preparano gare di questo tipo, dando per assodato che i quattro mesi con cui ti preparasti alla tua prima ultramaratona erano un po' pochi?

Guarda, la preparazione è diventata la parte più affascinante della pratica. Preparare ogni gara è preparare un qualcosa di completamente a parte. Ci sono gare che sono super tecniche, altre super veloci, alcune super calde ed altre super fredde. Questa unicità rende tutte le gare affascinanti ed ogni stagione di preparazione alla gara unica. Non devo quindi fare sempre la stessa cosa. Se io avessi deciso di fare il maratoneta classico, probabilmente non sarei durato più di 2/3 anni, perché odio la monotonia. Il dover correre sempre sullo stesso piano e dovere essere legato al cronometro, per me è la morte della corsa. Io adoro la pratica e la disciplina, ma adoro più di tutto la libertà e quindi adoro testarmi su nuove sfide. Puoi immaginare quindi quanto questa sfida di riuscire a fare sia la Yukon sia la Badwater per me fosse sin da subito esaltante: volevo essere io il primo a farle e vincerle entrambe.

Parliamo ovviamente di due gare totalmente diverse: la Yukon è una gara di 160km all'interno del circolo polare artico, nello Yukon, territorio al nord del Canada. Gara che si corre su fiumi, laghi ghiacciati e neve, trainando una slitta in totale autosufficienza. Dall'inizio alla fine noi avevamo solamente un punto a metà gara dove poter prendere dell'acqua calda, per il resto eravamo abbandonati a noi stessi. Inoltre si avevano 20 e passa ore di buio, quindi anche psicologicamente bisognava essere pronti ad introdursi nel posto più estremo del mondo in cui un qualsiasi errore poteva costarti tantissimo.

Io ho un amico, un ragazzo italiano che si chiama Roberto Zanda, che l'anno prima che la facessi io purtroppo ha perso tutti e quattro gli arti. Oppure si può arrivare addirittura alla morte. Una sfida che diventa vera e propria avventura, dove ogni piccolo errore può costarti tantissimo. E poi, di contrasto, abbiamo la Badwater, dove si corre nel posto più caldo del mondo, la Death Valley. Parliamo qua di una gara veloce, dalla durata di 220km che vengono corsi tra strada e deserto nel mezzo dell'estate.

A livello di preparazione, così rispondo alla tua domanda, per la Badwater avevo dovuto fare tantissimi chilometri e ore ore ore di sauna in cui io mi allenavo come un pazzo, con squat, addominali e skip sul posto. Per la Yukon la preparazione era invece totalmente diversa.

Ma io mi chiedo, quindi, una volta che hai fatto ed addirittura vinto due gare come queste, oggi pensi di poterti spingere ancora oltre? Oggi il Michele Graglia ultramaratoneta come fa a settare dei nuovi obiettivi? Hai ancora dei limiti da superare?

Questa è una bellissima domanda, che va a toccare un po' le difficoltà che ho avuto negli ultimi anni. Chiaramente l'ispirazione e la motivazione mutano, cambiano. Quando hai un obiettivo ci lavori sopra per raggiungerlo, ma una volta raggiunto cosa succede dopo? Per me il motore è sempre stata questa sete di avventura e curiosità. Curiosità nel capire fino a dove potessi arrivare e che devo ammettere si è un pochino spenta nel 2020 quando corsi la Moab 240, gara di 400 km che si corre nello Utah con dei contrasti incredibili, in cui si passa dai 40 gradi a nottate sotto zero. E quando ho vinto questa gara, mi sono sentito un pochettino bruciato perché mi son detto «cavolo adesso ho corso per 60 ore di fila, ho attraversato tutte le difficoltà possibili ed immaginabili, ma fino dove devo arrivare?». Mi sono sentito un pochettino come Icaro, chiedendomi se davvero avessi dovuto bruciarmi le ali o potevo essere felice così.

Fra il 2021 e il 2024 non ti nascondo che ho avuto grandissime difficoltà perché non riuscivo più ad avere lo stimolo per preparare ultramaratone di questo tipo. Se non hai questo fuoco dentro che ti permette di dedicarti in modo ossessivo alla preparazione di queste gare, diventa impossibile esprimersi. Pensa che l'anno scorso avevo deciso di ritirarmi completamente, abbandonando tutti gli sponsor che mi seguivano. Considera che io dal 2018 al 2024 sono stato professionista vero, sponsorizzato e quindi pagato per preparare e correre ultramaratone. Sono riuscito a vivere di questo e della mia passione raggiungendo il più grande sogno della mia vita, che però si era ormai sgretolato.

E ti confido questa cosa: è stato a settembre 2025, andando alla partenza a Courmayeur del Tor des Géants, che ho deciso di tornare in sella, riprendere gli allenamenti e riprendere a correre con l'obiettivo di correre e finire il Tar des Géants. Tutto quello che sto facendo ora è in proiezione del 13 settembre, quando affronterò questa nuova grande sfida.

Intanto grazie per esserti aperto totalmente ed averci confidato il tuo prossimo grande obiettivo, ma torniamo un attimo alla Moab 240, perché so che durante quella gara ebbi la "fortuna" di conoscere ed avere qualche screzio con David Goggins, atleta e personaggio molto famoso e molto seguito sui social. Come andarono le cose?

Guarda fu un incontro molto particolare. Chiaramente io ho sempre cercato ispirazione anche da persone, e in tal senso Goggins non è stato da meno. Non che fossimo necessariamente in linea a livello di approccio filosofico al mondo dello sport e della corsa, ma per le imprese che ha fatto e le gare che ha corso l'avevo sempre rispettato. Succede quindi che alla partenza della Moab c'è anche lui...

Inizia la gara, prendo il mio passo e dopo 30 km sono da solo davanti. Si corre tutto il giorno tra valli desertiche, salite, piatti, fiumi, punti sabbiosi e arrivo a circa 80 km dove c'è questo check-point e si poteva prendere l'acqua e qualcosa da mangiare, riparto e inizia a tramontare il sole. Quando inizia un pochettino ad essere buio metto su la lampada frontale, continuo a correre, mi giro e in lontananza in questa grande piana vedo un'altra lucina. Stavamo entrando nella prima notte e considerando che di sicuro avremo corso almeno due notti filate, mi dico di rallentare un pochino il passo, mangio qualcosa tirando su la mia energia con l'obiettivo di aspettare questo secondo corridore in modo da fare la notte insieme perché comunque a livello psicologico aiuta tanto avere una persona con cui condividere la fatica: ci si aiuta col passo, a ricordarsi di mangiare, bere, prendere i sali eccetera eccetera.

Questo secondo corridore mi raggiunge ed è il fantomatico David Goggins. Appena mi raggiunge io in queste situazioni sono solito essere molto amichevole, parto sempre con positività. Lui invece sin da subito mi risulta molto cavernicolo e mi rispondeva solamente a grugniti. Quindi mi son messo presto il cuore in pace a livello di conversazione: mi son detto corriamo e via. Condividiamo circa 30 km di percorso insieme fino ad un nuovo check-point dove gli dico «Dave, è un piacere aver corso con te, prendo giusto due cose da mangiare, fammi sapere quando sei pronto che ripartiamo insieme».

Tempo di cambiare la mia acqua e mangiare due cose al volo, mi giro e lui è sparito. Era ripartito senza dirmi nulla. Riparto e dopo qualche chilometro lo raggiungo nuovamente. Lui era con un passista e mi affianco a loro. Inizio a parlare quindi con il suo passista perché lui, l'avrete capito, non era troppo amichevole. Io ero in totale controllo, perché mi andava bene il suo passo, lo controllavo senza problemi, anche perché se ci pensi eravamo tipo al centotrentesimo chilometro di una gara da 400 km: sulla carta ci stavamo praticamente scaldando. Dentro di me l'idea era di correre con lui controllato e poi far partire la vera e propria gara gli ultimi 50 km. Sta di fatto che ad un certo punto, probabilmente preso malissimo dal fatto che io fossi in totale controllo e lui no, Goggins si blocca nel mezzo del sentiero mi viene faccia faccia, facendomi il flex in faccia e urlando «CORRI LA TUA CAZZO DI GARA!».

Io rimasi impassibile, guardai il passista e gli chiesi «fai sul serio?». Mi rispose con un suo delirio di onnipotenza e la mia testa ha fatto completamente switch: prima eravamo amici, adesso ti schiaccio. Da lì è iniziata la mia gara nella gara: dargli più distacco possibile. Volevo umiliarlo. Corsi in totale trans agonistica e arrivai 320° chilometro che avevo 6 ore di vantaggio su di lui. Poi il distacco è diminuito perché ero anche in ballo per distruggere il record della gara e dal 320° chilometro anche io fui affiancato da un passista: stavamo correndo a 4:30, ero in uno stato di euforia dove non senti più nulla. Ho i brividi a pensarci, mi sentivo un eroe. Il problema è che per quanto fossi entrato in una dimensione quasi ultraterrena il fisico è sempre lì con te e in una salita mi sono stirato il tendine d'Achille quando ancora mancavano 50 e passa chilometri all'arrivo. Finii la gara facendo il tre piedi con due bastoncini ed una gamba, saltando praticamente su una gamba per 50 km e mettendoci 12 ore. Vinsi comunque con quasi 2 ore di distacco su Goggins.

Mi sembra un'impresa completamente folle che ben si collega alla domanda che ti avrei voluto fare dopo: non so se lo stiramento del tuo tendine d'Achille dopo 300 e passa chilometri percorsi e ancora 50 chilometri da correre ti ha portato ad avere paura, ma a tal proposito volevo chiederti: hai mai avuto un momento in cui hai pensato che stavi esagerando e ti è subentrata la paura?

Allora, sicuramente a livello fisico ci sono tanti momenti di dubbio, ma di paura no. In quei momenti di dubbio ti abbandoni alla resistenza fisica e psicologica che stai mettendo sopra te stesso. Così facendo, verosimilmente puoi correre all'infinito. L'unico vero blocco diventa ad una certa la mancanza di sonno. Però ripeto, questa non è paura: è solo dubbio, perdi un pochino la fiducia in te stesso e lì entra in scena quel concetto di andare oltre tipico degli ultramaratoneti.

Per rispondere quindi alla tua domanda, ti direi che l'unica volta che ho avuto veramente paura è stata durante la Yukon perché nel mezzo della notte, una notte da 20 ore (nello Yukon sei talmente al nord che hai 20 ore di buio e giusto un paio di ore dalle 11 alle 13 in cui vedi il sole salire e scendere, nda), in questa striscia di neve, soltanto con la mia luce frontale e la slitta dietro, ad un certo punto vedevo impronte di tutti gli animali: bisonti, orsi e quant'altro. Ad un certo punto, fuori dalla mia luce, vedo due sagome che passano veloci. Continuo ad andare avanti e ne arriva una terza e si blocca proprio davanti a me: era un lupo artico. Un lupo gigante, con una coda gigante che si gira e mi guarda, e lì è stato forse il momento più intenso della mia vita perché mi sono trovato completamente perso nella natura più estrema, confrontandomi con questo animale mistico che tra l'altro è pure il mio animale preferito. Sono stati pochi secondi, ma sono secondi che durano un'eternità dove ho attraversato tutte le emozioni: la bellezza, la profondità e poi la realizzazione che sono davanti ad un lupo artico senza nulla con cui difendermi o alberi su cui salire. Siamo io, la mia slitta ed un coltellino svizzero che non aveva neanche senso tirare fuori perché se il lupo mi avesse attaccato gli avrei massimo potuto fare le unghie.

Reduce quindi dalle esperienza vissute anche in California (dopo New York, Graglia si era trasferito a Los Angeles, nda) dove ho avuto tantissime esperienze con orsi, ho semplicemente emanato energia di non confronto e di non attacco. Mi sono semplicemente fermato con le mani all'insù, in maniera arrendevole, parlandogli in inglese. Gli ho detto di essere grato dell'incontro, ma di essere solo di passaggio: tu vai per la tua strada e io per la mia. Finite le mie parole è come se mi avesse capito perché si è letteralmente girato ed è andato via. Non sti sto neanche a dire come ho corso i 5 km successivi: credo di aver fatto il record del mondo (ride, nda). Ho corso ad un ritmo ed una velocità praticamente impossibile da replicare perché avevo l'ansia a mille: se quei lupi mi venivano poi ad inseguire io ero spacciato!

Entriamo nell'ultima parte dell'intervista, quella un po' più valoriale. Ti volevo chiedere qualcosa sul tuo libro "Ultra" scritto insieme a Folco Terzani. Cosa vuol dire per te aver messo giù a parole tutta la tua storia ed averlo fatto insieme a Terzani?

È stata una delle esperienza più belle della mia vita. Chiaramente poterlo fare con Folco è stato un onore ed un privilegio perché io ho sempre letto i libri di suo padre, quindi per me poterlo solamente conoscere per poi diventare amici è stato un grandissimo privilegio. Poterci scrivere insieme un libro un vero e proprio sogno. Ha rappresentato per me una grandissima occasione per potermi confrontare ed aprire.

Se hai letto il libro sai che è molto crudo e diretto, in cui non mi sono nascosto. Ho condiviso le cose belle e le cose brutte della mia vita, le vittorie ma anche le sconfitte. È stata una seduta di psicoterapia molto estesa, diciamo. A livello personale mi sento di dire che è un libro completo; a livello di corridore forse no, in quanto fu scritto nel 2016 quando ero ancora molto acerbo e tutte le mie più grandi vittorie sono arrivate dopo.

Personalmente è un libro che mi piacque molto proprio per questo, ma perché probabilmente il sottoscritto era più interessato al Michele Graglia uomo che al Michele Graglia corridore.

Parliamo di giovani. Mi piacerebbe capire qual è il messaggio che senti più urgente da trasmettere alle nuove generazioni. Seconda cosa: consiglieresti ad altri ragazzi/ragazze di intraprendere la tua strada?

Io vivo di eccessi: o tutto o niente, non riesco proprio a stare nel mezzo. Quindi credo sia difficile per me consigliare la mia vita ad un altro. Certo, consigliare la corsa e l'ultramaratona con un approccio con più cognizione di causa ed in maniera un po' più intrograduale, sicuramente sì. L'ultramaratona è secondo me una disciplina che ti insegna a vivere tanto più in un mondo iperconnesso ed iperveloce come questo in cui le nuove generazioni hanno sempre meno capacità di attenzione, dove tutto è subito e dove tutto è facile.

L'ultramaratona ti permette di scavare dentro te stesso lavorando su quelle parti più deboli: la pazienza, la disciplina, l'attenzione per se stessi. L'ultramaratona ti fa capire che le cose belle non arrivano subito, ma ci vogliono anni per raggiungere certi obiettivi. Per me l'ultramaratona è sempre stata una grande metafora di vita, dove tu apprendi anche il fatto che ci sono delle ciclicità, non è tutto sempre uguale, la felicità non è tutti i giorni ed è normale avere momenti belli e momenti brutti. E questo è il più grosso insegnamento che mi ha lasciato lo sport: non sempre tutto è bello e felice, ma bisogna trovare e avere la forza di superare i momenti di sconforto. Rendersi conto di questo, fa in modo che sia molto difficile lasciarsi andare.

Un'ultima domanda: la tua libreria mi ha colpito parecchio; dovessi consigliare un libro alle nuove generazioni?

Guarda, ti nomino un libro molto complicato. Un libro di Michael Alan Singer, che si chiama The Untethered Soul. Un libro dedicato allo sviluppo spirituale con un linguaggio e una dialettica molto ricercata, capace di esprimere concetti assurdi. Per capirlo l'ho dovuto leggere quattro o cinque volte. Leggi, ma non ti entra. Dovevo tornare indietro paragrafo per paragrafo per capirci qualcosa e assimilare quello che l'autore mi stava dicendo, ma è un libro che mi ha fatto aprire la mente in una maniera pazzesca.

Il libro di Michele Graglia

Libri come questi sono un toccasana in una società persa e molto malata come la nostra. Per fortuna mi sento di dire che le nuove generazioni se ne stanno rendendo conto e piano piano ci sia un risveglio. Abbiamo perso la bussola nel materialismo, corrompendo le nostre anime e perseguendo una vita dettata dal condizionamento sociale, culturale e religioso che ci allontana dalla nostra umanità. Quello che sta succedendo oggi nel mondo direi che è l'esempio più lampante della cosa. Stiamo facendo cose disumane ed oggi il più grande atto rivoluzionario che i giovani mi auguro siano in grado di portare a termine è tornare semplicemente alla nostra umanità.

Grazie Michele ed in bocca al lupo per tutto.

Crepi e grazie a voi.


  • Nato a Rimini l’11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.

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