
Che cosa ci ha insegnato Paris Saint-Germain - Bayern Monaco?
Una partita che ha mostrato al mondo quale direzione sta prendendo il calcio.
La semifinale di andata di Champions League fra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco è stata una di quelle partite, quella partita che ci cambia la percezione che abbiamo di questo sport. Le due squadre si sono affrontate a viso aperto, senza esclusione di colpi. A tutti gli effetti, un manifesto sportivo di quella filosofia che ormai appartiene a questa competizione: vince chi fa un goal in più dell'avversario, non chi ne subisce uno in meno.
Del calcio contemporaneo si è spesso detto che sono scomparse le giocate individuali, che gli allenatori hanno troppo potere, che non si punta più l’uomo, soprattutto che la fantasia è scomparsa; ebbene, sia Vincent Kompany che Luis Enrique sembrano aver fatto orecchie da mercante, considerato come hanno interpretato questa semifinale con e senza palla. I due allenatori ci hanno mostrato la direzione verso la quale sta andando questo sport: un ritorno alle basi, con i calciatori messi nuovamente al centro di tutto e liberi di muoversi, di interpretare, ma soprattutto di sbagliare.
Se prendessimo in esame le carriere di Kompany e di Luis Enrique, non era per nulla scontato che arrivassero a questa sintesi tattica. Entrambi sono figli della filosofia posizionale, ed entrambi hanno dimostrato fin dall'inizio di voler raggiungere un livello tattico che quasi gli permettesse di telecomandare i calciatori. Probabilmente Luis Enrique non ha ancora del tutto abbandonato questo pensiero, ma forse sia lo spagnolo che il belga sono arrivati alla conclusione che un calcio non analizzabile sia il migliore per mettere in crisi l’avversario, al momento.
Si è detto tanto di questa partita, e in Italia ha fatto specie l’apparente assenza di difese organizzate: nei pub e nei social abbiamo sentito dire questo non è calcio, ma la realtà è più complicata di questa analisi. C’è un motivo per cui nel calcio contemporaneo vincono gli attacchi e c’è un motivo per cui questo tipo di atteggiamento è così remunerativo.
L’ultimo mese calcistico in Italia è stato particolarmente turbolento. Evitando di commentare lo scandalo piombato attorno al designatore arbitrale Gianluca Rocchi, la terza qualificazione mancata di fila al Mondiale della Nazionale ha lasciato strascichi importanti, sollevando diversi dubbi riguardo il livello del gioco che vediamo in Italia, mettendoci di fronte a un punto di non ritorno e ammiccare riguardo la possibilità di vedere più spesso partite come questa.
Ma cosa c’è dietro per davvero in questa semifinale di Champions League fra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco? E quali sono le scelte filosofiche e ideologiche che caratterizzano la nascita di questi confronti? Capirlo è fondamentale per rendersi conto di quale sarà il futuro del calcio e di cosa bisogna inseguire per tornare a contare qualcosa nel panorama europeo dal punto di vista italiano.
Paris Saint-Germain e Bayern Monaco sul campo
PSG e Bayern Monaco arrivano alla sfida con la consapevolezza di essere le due squadre più forti d’Europa. C’erano molte aspettative riguardo lo spettacolo che avrebbe potuto proporre la gara e l’atteggiamento imposto dai due allenatori ai giocatori ha posto tutte le condizioni necessarie per una partita aperta, con tantissimi capovolgimenti di fronte e il vero dominio di una fase di gioco spesso neanche nominata nel dibattito pubblico, ma che è quella che più di tutti si insedia tra le zone grigie della partita e spesso determina le sfide più importanti: la transizione.
Le transizioni sono probabilmente l’aspetto più imprevedibile che esista in questo sport: fare le scelte migliori, incidere quando si attacca il campo in maniera dinamica o anche il come si difendono queste situazioni sono le chiavi per vincere le partite.
La cosa bella è che le transizioni sono allenabili, chiaramente, ma solo fino a un certo punto. L’attacco in campo aperto è la situazione regina in cui la fantasia e la libertà dei giocatori trovano la massima espressione, dunque prepararsi ad affrontarle anche nel piano gara rende il giocatore responsabile. È impossibile standardizzare le transizioni, per questo affidarsi ad esse significa affidarsi un po’ al caso.
È quel protendersi verso il rischio che fa la differenza in questa era calcistica: gli allenatori che cercano di controllare quanto possono trovano sempre meno spazio ad alti livelli; quelli che mettono il giocatore al centro di tutto tendono ad avere ottimi risultati specialmente in campo europeo. Non a caso, nella partita di martedì sera, tutti i giocatori più offensivi, eccetto Musiala, sono entrati nel tabellino della gara con almeno un gol o un assist: è stata la partita di Kvaratskhelia, di Olise e persino di Harry Kane, spesso tacciato di non incidere in palcoscenici importanti.
Kompany e Luis Enrique come da tradizione hanno preparato una partita con pressioni uomo su uomo a tutto campo, e tra le due quella del PSG si è rivelata un po’ più sofisticata: la caratterizzazione del pressing dei parigini si trova nella tendenza degli attaccanti ad allungare le proprie aggressioni seguendo le linee di passaggio degli avversari, in cui spesso provavano a indirizzare la palla verso il centro del campo, con Doué e Kvaratskhelia che aggredivano da fuori i due centrali e Dembélé che indietreggiava su uno dei due mediani.
Inoltre le marcature venivano mantenute a volte anche quando la squadra giocava sottopalla.

L’esasperazione di queste marcature a uomo portava le due squadre ad attacchi molto diretti, con palloni in fascia direttamente sugli esterni o lanci lunghi del portiere: chi vinceva la seconda palla faceva partire poi la transizione.
Contro questo tipo di difesa è fondamentale muoversi e attaccare con più uomini la profondità, specie con giocatori che partono da lontano: nel PSG erano più spesso i mediani, nel Bayern i terzini, anche perché i bavaresi consegnavano le chiavi del gioco ai due centrali e ai due mediani, con costruzione che variano continuamente tra il 2+2 e il 3+1.
Movimenti controintuitivi potevano far saltare il castello, come in questo caso con Doué che taglia tutto il campo facendo perdere le proprie tracce a Davies.

Nonostante giocasse in casa, è stato il Paris Saint-Germain a ritrovarsi a dover difendere di più in blocco basso rispetto al Bayern Monaco. È qui che abbiamo potuto vedere la bravura dei giocatori nel crearsi spazi in transizione sia con iniziative personali – specialmente di Nuno Mendes – sia con il palleggio nello stretto, andando ad attaccare zone di campo che rimanevano scoperte nonostante i bavaresi facessero spesso delle ottime marcature preventive.

Contro la difesa schierata i parigini hanno faticato più dei bavaresi. Nel primo tempo riuscivano, grazie ad iniziative personali, a prendere campo contro il pressing, ma non sempre riuscivano a tradurlo in attacchi alla profondità, anche grazie a un’ottima prestazione di Upamecano che molte volte si è ritrovato a dover difendere in isolamento con Kvara con tanto campo dietro perché Stanišić saliva su Zaïre-Emery - non proprio il più facile dei compiti.
La squadra di Luis Enrique in queste occasioni ha sfruttato proprio le iniziative di Kvaratskhelia ma anche la scarsa attitudine difensiva di Luis Diaz. Il rischio di marcare uomo su uomo è portare gli attaccanti a difendere nella propria metà campo, ed essendo che si tratta sempre di letture individuali il mancato impegno in fase di non possesso di quest’ultimi diventa determinante.
È proprio così che Kvaratskhelia segna il secondo gol.

Chi si è infilato più di tutti nelle pieghe della partita è stato Kane. È ormai nota a tutti la tendenza dell’inglese a scendere tanto senza palla per costruire il gioco, ma ciò che ha fatto davvero la differenza sono stati i suoi movimenti quando il Paris Saint-Germain attaccava. Kane era solito accorciare tanto la propria posizione durante gli attacchi avversari, così quando i compagni recuperavano palla lui era già molto lontano dai difensori e poteva ricevere senza problemi. Le tante transizioni gli facilitavano il lavoro, perché spesso e volentieri Pacho e Marquinhos non riuscivano a far salire la linea essendo la partita molto dispendiosa a livello fisico.
Proprio questo concetto è stato determinante nell’occasione del gran gol di Luis Diaz.

Alla fine ha vinto la squadra che forse ha saputo gestire meglio le fasi della partita, nonostante la maggior parte dei duelli siano stati vinti proprio dai bavaresi. Alcune scelte tattiche di Luis Enrique non hanno convinto – ad esempio Hakimi fisso sul terzino sinistro del Bayern, che fosse Davies o Laimer – e nel secondo tempo i parigini sembravano sbattere contro un muro di gomma quando costruivano, riuscendo sì a trovare due gol, ma passando tanto tempo a giocare sotto la palla, fuori dalla loro comfort zone.
La squadra di Kompany era indubbiamente quella messa meglio in campo e il dominio del secondo tempo in casa dei campioni d’Europa fa ben sperare per il ritorno, ma i giocatori del Paris Saint-Germain sanno come e quando fare male nei momenti meno attesi, quindi tra una settimana aspettiamoci una partita simile a quella d’andata.
Ha ancora senso controllare il rischio nel calcio?
Perché si preme tanto su questo aspetto del controllo del richio?
Il campionato di Serie A è ormai caratterizzato da strutture fisse all’interno delle quali i giocatori faticano a creare vantaggi, proprio perché si cerca di controllare tutto ciò che sia controllabile. Questo porta le squadre a cercare tipi di giocatori sempre uguali, facilmente indirizzabili tramite determinate funzioni e che rallentano il ritmo del gioco, allontanando invece calciatori fantasiosi e anarchici.
Permettere al giocatore di muoversi per come si sente e dove pensa di creare vantaggio – dandogli gli strumenti giusti per farlo senza ledere i compagni, chiaramente – è importantissimo e sia il PSG che il Bayern Monaco abbandonano quelle rigidità posizionali che invece al momento contraddistinguono il calcio italiano.
Il gol di Olise è un perfetto esempio di questo aspetto: Luis Diaz conduce dentro al campo e scarica, la palla arriva a Olise ma lui rimane lì e si rende disponibile per un passaggio.

Il PSG respinge l’attacco ma queste conduzioni e l’arrembaggio con tanti uomini dei bavaresi costringe le ali ad indietreggiare dando il controllo totale del campo alla squadra di Kompany, che recupera subito il pallone.
Olise però è rimasto in zona palla e si propone per il passaggio, i parigini si trovano impreparati così l'ala francese riceve, conduce e fa un gran gol.

Questo aspetto non si vede solo nei giocatori più qualitativi ma anche in quelli da cui meno ce lo si aspetterebbe. Quando la filosofia imposta ad una squadra entra nei meccanismi di gioco, tutti i calciatori tendono ad abbracciarla, indifferentemente dalle differenze tecniche. L’accettazione dell’imprevisto diventa un mantra e questo aiuta tanto anche nella reazione a un gol subito.
Chiaramente questo ha dei pro e dei contro tattici: lo si nota nella prima grande occasione della partita per Dembelè. Tah recupera palla e la scarica su Pavlović, al termine del passaggio Dembélé si trova davanti al difensore tedesco e diventa ultimo uomo. Tecnicamente il suo lavoro sarebbe finito: molti difensori rimarrebbero attaccati al francese in marcatura preventiva. Tah, tuttavia, si propone per Pavlović in avanti aprendo un nuovo canale per lo scarico del pallone.

Pavlović preferisce servire Stanišić di prima ma l'esecuzione tecnica è sbagliata e il PSG riesce a recuperare il pallone. Nel frattempo, Tah si era reso disponibile allo scarico di Pavlović buttandosi nello spazio e lasciando così lo spazio per l’imbucata verso Dembélé.

In questo caso, l’atteggiamento propositivo del Bayern Monaco ha portato il rischio di subire un goal a pochi centimetri dalla porta di Neuer. Questo ragionamento, però, rischia di ridurre il nostro sguardo globale sulle cose: bisogna analizzare quali costi e quali benefici portano avere un’attitudine del genere sul lungo periodo.
La filosofia di gioco di una squadra si inserisce in tutti i meccanismi del gioco. Avere un modo di rapportarsi a questo sport proattivo, oggi, porta tanti vantaggi, specie se si hanno fenomeni tecnici in squadra.
Si è detto che la fase difensiva di Paris Saint-Germain e Bayern Monaco non è stata curata, ma questo è un pensiero proveniente dall'esperienza italiana in cui l’assenza di strutture tattiche ben definite spadroneggiano ovunque. Tutte le squadre di Serie A si affrontano in lunghe fasi di blocco medio-basso in cui è facile riconoscere la struttura di gioco; se si gioca uomo su uomo a tutto campo però la struttura in fase di non possesso è definita da quella di possesso dell’avversario.
Questo non significa che non ci sia stata organizzazione della fase di difesa – anzi: spesso abbiamo visto marcature preventive ordinate specie lato Bayern Monaco – ma che semplicemente in queste situazioni il gioco richiede molta meno tattica collettiva e molta più tattica individuale, tant’è che i momenti della partita in cui entrambe le squadre sono meno efficaci sono quelli in cui giocano sotto palla, dove servirebbe più tattica di squadra.
Proprio per questo Kompany e Luis Enrique cercano di evitarle dando vita a continue transizioni.
Come abbiamo spiegato sopra, quello proposto da PSG e Bayern Monaco è un modo di giocare che richiede letture da parte dei giocatori e i continui duelli di quest'ultimi portano a vedere tantissime azioni difensive perciò, semplicemente, il pubblico che solitamente guarda una partita di calcio in Italia non è abituato a questo tipo modalità difensiva.
I giocatori potrebbero interpretare meglio alcune situazioni? Assolutamente, ma non è facile mantenere la lucidità dopo una partita intera a duellare e fare avanti indietro per il campo con giocate ad alta intensità e sotto pressione.
Ultimo, ma non per importanza, a proposito di quel questo non è calcio nella bocca di tanti. Questo, esattamente questo, è il motivo per cui l’Italia è un paese arretrato dal punto di vista calcistico. Ci ostiniamo a assumerci la paternità di un modo di giocare che sembra dover essere universale ma non esiste un solo calcio, tutt'altro: ci sono tante interpretazioni e la bellezza del gioco dovrebbe essere lo scontro tra queste. Parliamo di uno sport che può assumere la forma che si vuole, ma appena gli italiani vedono qualcosa di diverso, sistematicamente storcono il naso.
Questo modo di giocare può piacere oppure non piacere, su questo nessuno metterà mai bocca sui gusti. È tuttavia un metodo legittimo di giocare a calcio, soprattutto quando si rivela essere la direzione che sta orientando il futuro di questo sport. Inutile scandalizzarsi o pretendere che non sia la via giusta per giocare: è una visione estremamente arrogante che non ci permetterà mai di evolvere e di goderci spettacoli come quelli di martedì sera.
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