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Roma Gasperini
, 28 Aprile 2026

Ogni stagione della Roma ha una sua tragedia


Dichiarazioni piccate davanti ai microfoni, battaglie fra dirigenti ed allenatore: a Roma è avvenuto il consueto psicodramma annuale.

La stagione 2024/2025 era stata particolarmente ricca di eventi per i tifosi della Roma. All’esonero di De Rossi, imputato alle divergenze con l'allora AD Lina Soulokou, aveva seguito anche l'allontanamento di quest’ultima per mano dei Friedkin. Quindi c'era stata la breve parentesi di Ivan Juric su suggerimento dell’onnipresente Beppe Riso che aveva portato, infine, alla necessità di richiamare Claudio Ranieri. L’ex allenatore del Cagliari era arrivato a novembre 2024 per tirare fuori la Roma dal pantano della parte destra della classifica e ci era riuscito egregiamente, con i giallorossi che avevano chiuso il campionato al quinto posto ad un solo punto dalla zona Champions.

Quando Ranieri, poi, aveva comunicato che su volontà della famiglia Friedkin sarebbe rimasto come consulente, i tifosi giallorossi pensavano di aver finalmente trovato quel dirigente forte e competente – e di fede romanista – che a Trigoria mancava dai tempi di Walter Sabatini. E questa convinzione si era radicata ancora di più quando fra le prime scelte attribuite a Sir Claudio c’era stata quella dell’allenatore. Dopo un corteggiamento che – a detta dei due diretti interessati – era iniziato mesi prima, ad inizio giugno la Roma ingaggiava Giampiero Gasperini con un contratto triennale.

Il valore del tecnico di Grugliasco è indiscutibile. Alla fine della scorsa stagione veniva dall’ennesima qualificazione in Champions con l’Atalanta, alla quale nel corso della sua avventura di nove anni ha fatto guadagnare centinaia di milioni di euro con le plusvalenze maturate grazie alla valorizzazione dei giocatori a sua disposizione. Esattamente quello che serviva alla Roma, che ha un disperato bisogno di un allenatore in grado di sfruttare a pieno i giocatori da un punto di vista sia sportivo che economico, senonché Gasperini non fosse molto apprezzato – per usare un eufemismo – a livello umano dalla tifoseria giallorossa.

E qui, proprio nella conferenza stampa di presentazione, Ranieri iniziò a delineare quello che sarebbe stato il suo ruolo, da lui stesso definito di “garante”. “Gasperini” – disse Sir Claudio – “era antipatico anche a me e gliel’ho detto. Ma fra i tanti nomi ho fatto il suo perché sono convinto che la Roma abbia bisogno di una personalità forte, di un allenatore che non si accontenta mai, sempre incavolato, che vuole migliorare la squadra.” E Gasperini era esattamente ciò che serviva alla Roma in quel momento: un allenatore esigente come Mourinho ma bravo come Spalletti a lavorare sulle squadre del livello della Roma.

La Roma ha bisogno di questo per diventare grande. Non sarà facile, per questo potrà contare sul mio rapporto con lui che sarà quello di un amico che sta da una parte, e se lui ha bisogno di qualcosa io proverò a risolverlo.” Parole di un dirigente che, seppur a digiuno di esperienza in quel ruolo, sembrava già calato nella sua nuova realtà extra-campo.

Le parole citate sono ancora presenti sul sito ufficiale della Roma. Per questo i tifosi giallorossi si sono stupiti quando 10 mesi dopo, a pochi minuti dall’inizio della partita contro il Pisa, Ranieri ha parlato non proprio da amico di Gasperini.

Abbiamo proposto 5 allenatori, 3 non sono venuti e alla fine la società ha scelto Gasperini. Abbiamo preso dei giocatori, non c’è stato un giocatore che è venuto e che lui non approvasse. Abbiamo dato all’allenatore una squadra che è arrivata ad un punto dalla Champions l’anno scorso. Vedrò cosa fare nel mio ruolo, se mi piacerà continuerò, se non sarò interpellato me ne andrò, perché non sono qui a fare il garante di nessuno”. Boom. La partita contro il Pisa è, naturalmente, passata del tutto in secondo piano in seguito a queste dichiarazioni.

Se confrontiamo le parole di due settimane fa con quelle della conferenza di presentazione di Gasperini, la distanza è evidente. E questa uscita di Ranieri ha sorpreso tutti, a maggior ragione considerando che il Senior Advisor – ma che vuol dire? – della Roma non aveva quasi mai parlato quest’anno. Il primo ad essere sorpreso è stato Gasperini, che nel post partita ha commentato laconico dicendo di voler parlare solo del campo – che per inciso aveva premiato la Roma grazie ad una tripletta di Malen, un giocatore voluto fortemente proprio dall’allenatore piemontese.

Qualcosa, però, Gasperini ha lasciato intendere quando ha detto che, per quanto avesse lasciato carta bianca alla società sui nomi che non conosceva, di quelli da lui richiesti in estate ne era arrivato solo uno (si riferisce a Wesley, da lui cercato anche quando era all’Atalanta). Ha poi accennato a qualche problema circa i mancati rinforzi in attacco – dove la Roma rispetto allo scorso anno ha perso Shomurodov e Saelemaekers mentre in estate sono arrivati solo Ferguson e Bailey in prestito – sui quali effettivamente tutti gli addetti ai lavori concordano nel riportare che Gasperini abbia parecchio insistito.

Ma è proprio questo uno dei primi punti fondamentali. Nessuno stenta a credere che Gasperini abbia martellato in privato circa i mancati rinforzi in attacco ed in generale sul mercato condotto da Massara e Ranieri. Gasperini è questo, ne ha sempre dato ampia dimostrazione all’Atalanta, dove in ogni sessione di mercato minacciava di dimettersi se non gli prendevano chi diceva lui.

E, badate bene, dire che Gasperini è questo non significa né giustificarlo né essere con lui più permissivi rispetto ad altri. La presunta immutabilità dei caratteri è qualcosa contro cui si rivolterebbe qualsiasi psicologo e non può certo essere usata come scusa per le nostre mancanze nei rapporti con gli altri. Ma la questione assume una luce diversa se riprendiamo le parole di Ranieri dello scorso giugno. Era stato lo stesso ex allenatore – appena diventato dirigente – a presentare il carattere di Gasperini ed il suo essere esigente non solo come un pregio, ma proprio come ciò di cui aveva bisogno la Roma per crescere.

E poi ci sono le modalità con cui si è espresso Ranieri: il tono con cui ha parlato una persona così esperta è stato abbastanza sconcertante, ma non solo. Ranieri, oltre che essere una persona con oltre 50 anni di esperienza nel calcio, un po’ in tutti i ruoli, conosce bene Roma, dato che l’ha allenata per ben tre volte. Non sembra possibile che non fosse consapevole del polverone che le sue parole avrebbero scatenato.

Ancora una volta ci vengono in soccorso dei vecchi proverbi. “I panni sporchi si lavano in famiglia” può suonare come una frase fatta ma rappresenta un consiglio utile in certi contesti e, soprattutto, si potrebbe aggiungere che i panni sporchi si dovrebbero lavare solo a fine stagione. La Roma due settimane fa era ancora a -3 punti dal quarto posto, seppur in una forma fisica e di risultati pessima. Cosa può aver detto in privato Gasperini per portare Ranieri a sbottare pubblicamente in quel modo? E, tornando a quanto scritto sopra, cosa può aver fatto di così inaspettato?

Oltre ai proverbi, sembra che a ciò che accade all’interno della Roma si possano applicare tutte le dinamiche relazionali che riguardano i rapporti tra persone normali. E come accade quasi sempre, i rapporti spesso finiscono perché manca unione di vedute su ciò che ci si aspetta da quel rapporto. Eppure – ricollegandoci alle parole di Ranieri per presentare Gasperini – non si capisce dove sarebbe avvenuta tale rottura.

Come l’ex che ci tiene a sottolineare quanto sia stato lui/lei a tenere in piedi il rapporto, Ranieri afferma che la squadra con lui l’anno scorso era arrivata ad un punto dalla Champions. Gasperini replica che – nonostante la sua insistenza – la squadra era stata però indebolita in attacco. Ora, senza addentrarci in paragoni fra la rosa della Roma dello scorso anno e quella attuale, viene da chiedersi se questa diatriba faccia bene alla Roma.

Alla Roma serve che Ranieri rimarchi il percorso dello scorso anno? Alla Roma fa bene che Gasperini dica “sono venuto qua consapevole di lasciare una squadra ed un ambiente forte”? Ѐ francamente brutto quando alla fine di una relazione le due persone si mettono a sottolineare ciò a cui hanno rinunciato pur di provare a stare insieme.

L’uscita pubblica di Ranieri, poi, è quel classico episodio che all’interno di una relazione mette chi lo subisce in una posizione creditizia. E questo non tanto per le parole in sé – ad esempio è assolutamente legittimo e plausibile che Gasperini non fosse la prima scelta della Roma per la panchina – quanto piuttosto per le modalità di sfuriata pubblica fatta per mettere l’altro in cattiva luce.

È vero anche che il giorno prima Gasperini aveva detto che avrebbe preferito lavorare con un numero minore di acquisti ma di qualità maggiore, citando ancora una volta Malen e Wesley che a detta di tutti gli operatori di mercato sono arrivati grazie alla sua insistenza. E sicuramente non è bello intestarsi il merito di aver preso i due giocatori migliori della stagione della Roma accollando gli altri acquisti ai dirigenti. Sia perché rientra in quelle dinamiche di coppia tossiche di cui sopra, sia perché la Roma oltre a questi due ha preso anche altri buoni giocatori (Vaz e Ghilardi su tutti).

Ma l’uscita pubblica di Ranieri ha offerto una sorta di assist a Gasperini in questa lotta per il potere interna alla Roma. Il tecnico di Grugliasco, infatti, anziché rispondere a tono, è stato furbo a restare lucido e a cercare di parlare il più possibile del campo. Anche perché alle sfuriate pubbliche degli allenatori – che spesso si esprimono a caldo dopo le partite – siamo abituati, a quelle dei dirigenti no. Come ha detto un noto opinionista, “di allenatori che rompono le scatole ne conosco cinquecento, di dirigenti che rispondono pubblicamente umiliando il proprio allenatore nessuno”.

Questo atteggiamento dell’allenatore è stato particolarmente apprezzato dai tifosi della Roma, che si sono schierati dalla sua parte in modo abbastanza uniforme, e il problema sta proprio nel fatto di aver costretto quest'ultimi a doversi schierare. Si tratta sempre di quei tifosi ai quali, per inciso, Ranieri aveva chiesto di supportare il nuovo allenatore “nonostante l’antipatia” e che fin da subito lo hanno fatto, perché il tifoso lui sì che vuole il bene della propria squadra - e i romanisti ci hanno messo poco a capire che Gasperini fosse l’uomo giusto.

Così come ci hanno messo poco i giocatori che – al netto degli enormi limiti della rosa della Roma ed in particolare dei suoi senatori – hanno sempre dato dimostrazione di seguire l’allenatore e di essere convinti di poter migliorare sotto la sua guida. Motivo per il quale si ha l'impressione che Ranieri, nel tentativo di difendere il mercato e quindi l’operato della dirigenza, abbia usato parole che non sono piaciute troppo neanche il gruppo, che probabilmente si è sentito più difeso dalle dichiarazioni dell’allenatore.

La settimana fra Roma-Pisa e Roma-Atalanta è stata l’ennesima settimana in cui a Roma sponda giallorossa si è parlato di tutto tranne che di calcio. Durante la settimana si sono inseguite voci su presunte altre litigate tra Ranieri e Gasperini, arrivando addirittura ad ipotizzare che il tecnico preferisse non pranzare con la squadra se al tavolo era presente anche il senior advisor.

Addirittura il venerdì prima della partita decisiva contro i nerazzurri, Gasperini si è commosso in conferenza stampa ricordando la sua avventura a Bergamo ed il suo ex presidente Antonio Percassi che pare non goda di ottima salute. Un allenatore che i suoi stessi giocatori hanno definito come “dittatore” e che ha litigato con le tifoserie e le sale stampa di mezza Italia è stato costretto, quasi in lacrime, a dover ribadire di “non essere una persona cattiva e di non fare cose per interessi personali”. Magie dell’autolesionismo della Roma.

Dopo il pareggio contro l’Atalanta (che ha quasi definitivamente messo la parola fine sulle ambizioni Champions di una Roma molto rimaneggiata), poi, Gasperini ha ammesso di non aspettarsi le dichiarazioni di Ranieri, di non aver mai ricevuto questi toni nei mesi precedenti ma anche lui ha usato una frase forte: “Non voglio mettermi sullo stesso piano, vorrei badare ad altro”. Anche qui una dinamica da relazione finita, quel dico-non-dico che però fa intendere come si ritenga il proprio comportamento migliore di quello dell’altro.

In tutto questa folle cronologia degli eventi delle ultime due settimane, poi, la famiglia Friedkin è sempre stata in silenzio pubblicamente - va detto che i tifosi della Roma sono abituati alla poca loquacità dei propri presidenti.

Da un lato è evidente che se chi sta più in alto di tutti non si esprime si rischia di dare adito ad ogni speculazione (negli ultimi giorni si è letto di discussioni nella pancia dell’Olimpico o di ultimatum di Gasperini con richieste che farebbero impallidire quella formulate da Trump ai danni dell’Iran), dall’altro le poche volte che i Friedkin si sono espressi in merito a situazioni simili hanno dato l’impressione non solo di non avere idea di come vada gestita la comunicazione di una squadra di calcio, ma di non sapere proprio di cosa si stesse parlando.

Un paio di giorni dopo l’esonero di De Rossi nel 2024, i Friedkin avevano rilasciato un comunicato nel quale essenzialmente si scusavano per l’esonero, come se non lo avessero avallato loro. E dopo aver precisato di aver preso Juric per “vincere trofei” (zero trofei vinti in carriera), avevano cacciato anche Lina Soulokou, rea di aver esonerato l’allenatore dopo una lotta sul mercato andata avanti per tutta l’estate. Fatto il pasticcio trovato il colpevole, ma è troppo facile così.

Ed era stato così anche subito dopo l’acquisto della Roma. I Friedkin hanno ereditato una società in cui l’ennesima guerra dirigenziale – in quel caso tra l’AD Fienga e il DS Petrachi – aveva portato all’allontanamento di quest’ultimo con tanto di causa in tribunale. Fienga, divenuto a quel punto plenipotenziario del club durante il passaggio di proprietà, aveva esteso il conflitto all’allenatore dell’epoca Paulo Fonseca, salvo poi essere messo alla porta lui stesso.

A quel punto i Friedkin hanno ingaggiato Tiago Pinto, un ottimo talent scout al quale è stato chiesto di portare avanti un compito che andava oltre le sue seppur buone capacità: quello di essere l’unico dirigente della squadra e di dover tenere a bada un allenatore esigente ma ingombrante come José Mourinho. Esonerato quest’ultimo dopo aver delegato a lui anche compiti che non dovrebbero spettare alla guida tecnica (rapporto con gli arbitri su tutti), il dirigente portoghese ha rassegnato le dimissioni mentre sullo sfondo acquisiva sempre più potere la figura di Lina Soulokou, sulla carta amministratrice delegata ma de facto con un ruolo operativo anche sul mercato.

Mercato che nell’estate 2024 ha visto come spettatore non pagante il giovane dirigente francese Ghisolfi, in teoria preso come DS e in pratica arrivato troppo tardi per poter incidere. Già scritto dell’esonero di De Rossi dopo 4 partite, la scelta di Juric è poi apparsa quantomeno sospetta alla luce del fatto che il suo procuratore è lo stesso dei giocatori di lungo corso della Roma, Cristante e Mancini su tutti.

I tifosi giallorossi speravano che con l’arrivo di Ranieri – al quale in corso d’opera si è aggiunto il ritorno come DS di Frederic Massara, anche lui arrivato però a giugno inoltrato – si potesse assistere a dinamiche interne più normali. Ma i fatti esposti sopra sembrano suggerire che questo non sia possibile neanche con una persona così esperta di Roma.

Qua siamo ben oltre i proverbiali due indizi che farebbero una prova, e se torniamo indietro alla gestione Pallotta la situazione non cambia, con i duelli fra Sabatini e Baldini, quest’ultimo che si defila per poi tornare come eminenza grigia (definizione, per ironia della sorte, affibbiata proprio da Claudio Ranieri) a contatto diretto col presidente, passando per l’esperienza fallimentare di Monchi – un altro che ha fatto benissimo in tutte le altre società in cui ha lavorato – e quella di Totti, messo in dirigenza senza un ruolo operativo ben definito e che se ne andò rilasciando dichiarazioni durissime sul modo in cui la Roma era gestita.

Il filo ricorrente delle tante, troppe, situazioni descritte può forse essere ricercato in un’eccessiva vaghezza dei ruoli. Lo stesso ruolo di Ranieri nasce come un ruolo volutamente non definito. Di cosa è “garante” l’ex-allenatore della Roma? Di chi è l’advisor, della Roma o direttamente del presidente come Baldini a suo tempo? Qualsiasi azienda ha bisogno di ruoli e gerarchie definite, e la Roma sembra costantemente contravvenire a ciò, con risultati pessimi che si riflettono inevitabilmente sul rendimento in campo.

E forse lo stesso arrivo di Gasperini porta con sé un equivoco circa ciò che lui e la dirigenza si aspettavano rispettivamente. Il tecnico piemontese vive l’occasione della vita – probabilmente l’ultima della carriera – per provare a vincere in una piazza importante. La società, invece, lo sceglie per avviare un percorso graduale. Quando in una relazione non si chiariscono all'inizio le rispettive aspettative su quel rapporto, difficilmente andrà bene, anche quando l'inizio sembra idilliaco.

Siccome, però, non si tratta di una relazione fra due persone e basta bensì di una questione aziendale, anziché distribuire le colpe come fanno le coppie - e discutere su quale aspettativa sia più legittima - forse vale la pena evidenziare come sarebbe compito di chi sta sopra sia a Gasperini che a Ranieri (che seppur molto competenti restano sempre due dipendenti) elargire chiarezza fin da subito ed evitare che si crei questa divergenza sulle aspettative.

Eppure sembra quasi che i proprietari della Roma siano un’entità scollegata non solo dalla squadra ma anche dalla dirigenza stessa. Mettono i soldi – moltissimi, e di questo gliene va dato atto – me se poi i loro progetti di grandezza non si realizzano è sempre e solo colpa degli esecutori. Un atteggiamento che sarebbe andato bene ai tempi di Moratti e Sensi ma che oggi sembra invece evidenziare una grossa distanza fra loro ed il centro nevralgico delle decisioni.

Nella Roma si scinde costantemente fra proprietà e dirigenza, cosa che avviene anche altrove (penso all’Inter) ma che può funzionare soltanto se la dirigenza rema tutta dalla stessa parte e fa sentire il proprio sostegno all’allenatore di turno. Portando l’esempio dei neroazzurri, è cosa nota che Chivu non fosse la prima scelta lo scorso giugno, ma mai Marotta ha usato nei suoi confronti toni simili a quelli usati da Ranieri nei confronti di Gasperini.

Le squadre che hanno vinto recentemente in Italia poi, avevano o un dirigente forte ed evidentemente sopraordinato a tutti altri – Marotta all’Inter e alla Juventus o Maldini al Milan – oppure una presidenza presente in grado di vincere due scudetti in tre anni nonostante avesse perso allenatore, capocannoniere ed MVP del primo – il Napoli.

Alla Roma manca in primo luogo chiarezza nei ruoli e nelle gerarchie. È impensabile che l’allenatore dei giallorossi, chiunque esso sia, possa essere accontentato in tutto e per tutto sul mercato. I capitolini devono fare i conti col FFP e con una Champions League che manca da quasi un decennio, ma è lecito pretendere – al netto di tutto questo – che si remi tutti dalla stessa parte per un bene superiore, come ha evidenziato correttamente la Curva Sud nella partita contro l’Atalanta e come hanno dichiarato due leggende come Totti e De Rossi.

Ranieri, con l’uscita sconsiderata prima del Pisa, ha destabilizzato una situazione già di per sé non rosea. E, alla fine di un'attesa durata due settimane, venerdì 24 aprile è arrivata la decisione finale della famiglia Friedkin che ha sollevato Claudio Ranieri dal suo indefinito ruolo di Senior Advisor.

Il comunicato della Roma non parla esplicitamente di esonero - d'altronde è coerente con la cronica mancanza di chiarezza di cui scrivevamo poc'anzi - bensì si limita a comunicare che il rapporto con Ranieri è terminato e che "la Roma verrà sempre al primo posto", alludendo al fatto che lo stesso Ranieri l'avrebbe messa dietro a qualche tornaconto o vendetta personale.

Lo scopo e le motivazioni della parole di Ranieri prima del Pisa lasciano spazio a molte interpretazioni, alcune fantasiose, altre verosimili, ma che probabilmente non avranno mai risposta. Lo stesso ex-dirigente, infatti, qualche ora dopo l'esonero ha rilasciato una dichiarazione all'ANSA limitandosi a riferire che la fine del rapporto è dovuta ad una decisione unilaterale della società. Questo ci permette di parlare di esonero con ragionevole certezza ma non risolve nulla circa i dubbi sul perché Ranieri si fosse messo da solo in quella posizione.

Può darsi che Sir Claudio, esasperato dalle lamentele in privato di Gasperini, abbia voluto mettere pubblicamente i proprietari davanti ad un ultimatum: o me o lui. Col risultato che l’allenatore, giustamente indispettito, abbia messo a suo volta i proprietari davanti alla medesima scelta: dopo quello che è successo non possiamo più lavorare insieme, se volete che rimanga io deve andare via lui e io devo avere potere di scelta sui prossimi dirigenti.

Che Gasperini chieda, almeno secondo le ricostruzioni giornalistiche di questi ultimi giorni, potere di scelta sui dirigenti è legittimo (lo ha fatto più volte anche a Bergamo), ma i Freidkin non avevano mai voluto mettere troppo potere in mano all’allenatore. Invece il comunicato su Ranieri si chiude con "la piena fiducia che il club ripone nel percorso che l'attende sotto la guida di Giampiero Gasperini, con obiettivi condivisi, una direzione chiara e una visione ben definita".

Posto che la storia recente ci dice che a Trigoria la direzione chiara e la visione definita non sanno neanche cosa siano, si tratta un endorsement verso il proprio allenatore con pochissimi precedenti nella storia recente della Roma e della Serie A in generale, che da un lato aiuta Gasperini nel costruire una Roma a sua immagine e somiglianza ma dall'altro lato lo responsabilizza. Inoltre, cercando un pattern nei comportamenti dei Friedkin, ogni volta che un allenatore ha incassato la loro fiducia incondizionata ha finito poi per essere la vittima dell'epurazione successiva. Per citare Kissinger, "essere nemico degli Stati Uniti è pericoloso ma esserne amico è fatale".

Sullo sfondo resta poi la figura di Massara, anche lui accolto in dirigenza con entusiasmo come è stato per Ranieri ma ad oggi desaparecido. L'ex dirigente del Milan è sempre stato raccontato come molto legato a Ranieri da una narrazione – resa ancora più tossica dal fatto che ormai alcune testate sono sistematicamente portavoce dell’allenatore e altre della dirigenza – che ormai è improntata sullo stile guelfi contro ghibellini. È quindi lecito pensare che, con l'allontanamento dell'ex tecnico, anche lui lascerà la Roma.

E, anche qui con modalità abbastanza fuori luogo, lo stesso Gasperini il giorno dell'allontanamento di Ranieri ha espresso in conferenza stampa (contesto in cui, poco elegantemente, ha ribadito di essere stato messo in mezzo e di voler parlare solo di calcio) il suo disappunto per l'operato di Massara - pur definendolo "un'ottima persona a livello umano". Un caso abbastanza unico di allenatore che esonera il Direttore Sportivo.

Nel caso - che appare ormai scontato - in cui dovesse lasciare anche Massara, la Roma cambierebbe il quarto DS dal 2024 ad oggi, ed anche il prossimo arriverebbe fuori tempo massimo per preparare al meglio la prossima stagione, come già successo a Ghisolfi e allo stesso Massara. Non serve essere scienziati del calcio per capire come questo sia estremamente controproducente, soprattutto per una società che deve spesso contare il centesimo.

La Roma ha bisogno di stabilità ma anche di obiettivi seri e ben definiti, e quelli non può darli solo l’allenatore autoattribuendosi pieni poteri. Anzi, l'allenatore è il primo ad avere bisogno di una struttura societaria autonoma e ben gerarchizzata che lo metta nelle condizioni di poterli raggiungere.

Ancora una volta ci viene in soccorso un proverbio: il pesce puzza sempre dalla testa. I risultati sul campo – che ad oggi ci dicono che la Roma ha mancato la qualificazione in Champions League per l’ottavo anno di fila – dipendono dalle scelte di chi, operando fuori dal campo, dovrebbe far sì che allenatore ed i giocatori possano concentrarsi solo sulle loro sfere di competenza, cosa che a Roma non avviene da anni.

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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