
Il cammino europeo delle italiane è stato un disastro
Nell'anno della terza mancata qualificazione al Mondiale di fila, per la prima volta dal 2018/19 nessuna delle squadre italiane giocherà nelle semifinali delle coppe europee.
L’ufficialità è arrivata solo con l’eliminazione di Bologna e Fiorentina, per mano rispettivamente di Aston Villa e Crystal Palace, ma nei fatti era già nell’aria dopo i risultati dell’andata che avevano visto le due squadre italiane perdere in modo netto: per la prima volta dopo 7 anni l’Italia non avrà nessuna rappresentante nelle semifinali delle tre coppe europee. Non accadeva dalla stagione 2018/19 quando, tra l’altro, le coppe europee erano due: la Conference League non era ancora stata ideata. Per ritrovare uno zero italiano con tre competizioni bisogna addirittura risalire alla stagione 1986/87.
Proprio nella coppa europea di minore prestigio, introdotta a partire dal 2021/22, l’Italia è stata protagonista fin da subito, con la vittoria della Roma nella prima storica edizione e la Fiorentina, finalista nelle due edizioni successive e semifinalista lo scorso anno. Quest’anno, complici i problemi in campionato che hanno costretto i viola a lottare fino a poche settimane fa per uscire dal pantano della zona retrocessione, a Firenze sono state dedicate molte meno attenzioni alla Conference e il risultato è stato un percorso sottotono fin dal preliminare contro gli ucraini del Polissya Zhytomyr.
L’eliminazione, alla fine, è arrivata ai quarti di finale contro il Crystal Palace, una buona squadra che naviga, però, al 13° posto in Premier League e nel 2026 aveva vinto solo 3 partite. Anche il Bologna è stato eliminato dall’Europa League per mano di una squadra inglese, l’Aston Villa di Unai Emery, maestro della seconda competizione continentale che ha vinto alla guida di Siviglia e Villarreal. I Villans possono vantare una squadra superiore ai felsinei: molti, ai nastri di partenza, li indicavano tra i favoriti della competizione.
Deludente è stato anche il percorso europeo della Roma, che nel lasso di tempo considerato hanno conquistato – oltre alla sopracitata Conference League – ben tre semifinali di Europa League, nel 2021, 2023 e 2024. La squadra di Gasperini, nonostante fosse riuscita ad evitare i sedicesimi per la prima volta, è stata subito eliminata agli ottavi proprio per mano del Bologna di Vincenzo Italiano.
Sicuramente il sorteggio non è stato amico, mettendo subito le uniche due partecipanti italiane l’una contro l’altra, ma anche qui entrambe possono avere ben pochi rimpianti: la Roma ha perso meritatamente contro un Bologna che veniva da mesi pessimi in campionato, mentre i felsinei sono stati eliminati dall’Aston Villa con un complessivo 7-1, giustificato solo in parte dal livello superiore della squadra inglese.
Venendo poi alla competizione continentale più importante, la Champions League, la situazione addirittura peggiora. Il Napoli campione d’Italia è arrivato 30° nella League Phase, alternando sonore batoste come il 6-2 col PSV a pareggi contro i modesti Eintracht Francoforte e Copenhagen. La Juventus si è qualificata per il rotto della cuffia fra le prime 24 ma è stata eliminata dal Galatasaray nel playoff in due partite folli: i bianconeri hanno buttato la gara di andata tornando da Istanbul con un pesantissimo 5-2 da rimontare, al ritorno hanno sfiorato l’impresa uscendo solo ai supplementari.
Ancora più deludente è stata la Champions League disputata dall’Inter finalista nel 2023 e nel 2025. I nerazzurri hanno iniziato la loro campagna continentale con 4 vittorie ma, esattamente come pronosticavano i detrattori della squadra di Chivu, appena il livello degli avversari si è alzato hanno incassato sconfitte consecutive contro Atletico Madrid, Liverpool ed Arsenal. Nemmeno la vittoria in extremis in casa del Borussia Dortmund ha potuto evitare ai meneghini il ricorso al playoff.
Qui si è consumata, quindi, quella che probabilmente è l’eliminazione più grave tra quelle citate: l’Inter ha perso sia all’andata che al ritorno contro i norvegesi del Bodø/Glimt, squadra sicuramente in crescita e molto interessante, ma contro la quale i vicecampioni d’Europa, semplicemente, non possono perdere senza appello.

Alla fine, ad andare più avanti nell'Europa che conta è stata l’Atalanta di Raffaele Palladino (e Ivan Juric), che dopo una rimonta epica nel playoff ai danni del Borussia Dortmund si è dovuta arrendere al turno successivo al Bayern Monaco. Anche qui, non senza dimostrare l'enorme distanza del nostro calcio dalle big europee: uscire contro la squadra di Kompany era prevedibile e accettabile, ma i bergamaschi hanno subito un parziale di ben 10-1 nella doppia sfida.
Nessuna delle squadre italiane, dunque, ha superato gli ottavi di finale di Champions League: negli ultimi 6 anni è già la quarta volta. Nel mentre il campionato italiano, le cui squadre non vincono la massima competizione continentale da 16 anni (eguagliando il digiuno più lungo di sempre fra il 1969 e il 1985), rimane l’unico dei cinque maggiori campionati europei a vantare questo triste primato, oltre ad aver disputato solo 4 finali in questo lasso di tempo.
Anche in Europa League, per il secondo anno consecutivo, non ci sono italiane in semifinale dopo la vittoria dell’Atalanta nel 2024 e la finale persa dalla Roma nell’anno precedente; in Conference, questa sia la prima edizione senza italiane a giocarsi l'accesso alla finale. Nel frattempo, gli altri campionati portano una squadra a testa in semifinale di Champions League e tra Europa e Conference League troviamo anche una rappresentante del Portogallo e una della martoriata Ucraina.
Ma quali sono i motivi di un risultato così deludente? Sicuramente incidono anche fattori intrinseci alle singole partite – come, ad esempio, il fatto che la Juve abbia giocato 80 dei 180' contro il Galatasaray in 10 uomini, o l’infortunio di Lautaro Martinez a Bodø – ma provando ad andare oltre gli episodi, cos’è che manca alle italiane in Europa?
Questa settimana è stato un continuo susseguirsi di opinionisti e addetti ai lavori che hanno puntato il dito contro una presunta perdita della capacità di difendere bene, identificata come qualcosa che ha sempre contraddistinto il calcio italiano. Ha parlato così Fabio Capello, ma anche Fabio Cannavaro e Carlo Ancelotti – rispettivamente ultimo giocatore italiano a vincere il Pallone d’Oro e ultimo allenatore italiano a vincere la Champions League.
Eppure, se andiamo ad analizzare le eliminazioni ottenute dalle squadre italiane in Champions, ci rendiamo conto di come le nostre compagini fossero sempre quelle più difensive in campo, eccezion fatta forse dalla sola Juventus di Spalletti che, in effetti, nel doppio confronto col Galatasaray ha collezionato una serie di obbrobri difensivi.
Il Bodø/Glimt gioca un calcio molto più organizzato e quindi attendista dell’Inter di Chivu, eppure l’ha battuta. Il Napoli di Conte è una squadra conservativa per antonomasia eppure il suo modo di stare in campo sembra tanto inadatto in Europa quanto, invece, è efficacie nel campionato italiano.
E forse la differenza sta proprio qui: c’è un’enorme differenza tra ciò che serve per vincere in Italia e ciò che serve, invece, per vincere le partite che contano in Europa. Se le competizioni ad eliminazione diretta sono sempre state terreno fertile per squadre in grado di vincere le partite in modo sporco – d’altronde per 90 minuti è possibile tenere botta con catenaccio e contropiede mentre farlo per 34/38 partite è più difficile – ora anche questa tendenza sembra si stia invertendo.
La possibilità di ricorrere ai cinque cambi – con il livello dei subentranti che sale man mano che si va avanti nelle competizioni – complica enormemente la vita a chi scende in campo per speculare, tant’è che in Champions League non lo fa più nessuno.
L’esempio lampante è quanto fatto dal Cholo Simeone nella sfida di ritorno contro il Barcellona: nonostante il vantaggio di due reti ottenuto nella partita di andata – e nonostante la solita narrazione pigra che continua a dipingere l’allenatore argentino come un catenacciaro –, i Colchoneros sono scesi in campo nella sfida di ritorno con 4 attaccanti, in un 4-4-2 le cui ali erano Lookman e Giuliano Simeone, non certo due terzini spostati un po’ più avanti.
E se allarghiamo il discorso alla nazionale – che ha da poco mancato l’accesso al terzo mondiale consecutivo –, tutto si può dire tranne che l’Italia sia stata eliminata dalla Bosnia perché ha giocato col baricentro alto. Anzi, a condannare l’Italia è stato proprio il solito atteggiamento remissivo e pauroso che ha portato gli azzurri a schiacciarsi anche prima dell’espulsione di Bastoni.

Con la differenza che – e qui, forse, ha ragione Cannavaro – nel frattempo l’Italia ha perso anche la capacità di soffrire. In pratica, nel nostro calcio continuiamo ad impostare partite sporche ma forse senza essere più così bravi nel portarle a casa, tranne poche eccezioni (vedasi la finale di Europa League raggiunta dalla Roma di Mourinho nel 2023 o la vittoria dell’Inter in Champions contro il Bayern Monaco lo scorso anno).
Passando dalla tattica agli altri aspetti, poi, l’impressione – citando Fabio Capello – è che le squadre italiane non abbiano l’atletismo necessario per reggere i ritmi europei. Il calcio moderno alza i giri del motore anno dopo anno, mentre le nostre squadre continuano a lavorare per abbassarli, nella convinzione di poter controllare il gioco solo quando esso scorre a ritmi bassi.
I norvegesi del Bodø/Glimt, o squadre meno nobili della Premier League come Aston Villa e Crystal Palace, vanno semplicemente al doppio delle squadre italiane. Qualsiasi impostazione tattica, infatti, necessita di essere supportata da una condizione atletica all’altezza, altrimenti sarà difficilissima da mettere in pratica. Sempre nel pigro immaginario collettivo italiano, si pensa che per giocare un calcio offensivo sia indispensabile avere giocatori molto dotati tecnicamente e molto prestanti dal punto di vista atletico.
Ma tutto ciò è riduttivo. Tecnica ed atletismo sono alla base del calcio – come in qualsiasi altro sport – qualunque sia la proposta di gioco. Nel calcio moderno coi 5 cambi, anche chiudersi in difesa e giocare di rimessa per 90 minuti diventa quasi impossibile se non si è supportati da una buona forma fisica. Così come giocare bene – qualunque cosa ciò voglia dire – diventa impossibile se i giocatori non sono dotati tecnicamente e pronti a livello atletico.
E l’impressione è che fra le due componenti, quella tecnica e quella atletica, a mancare nel nostro calcio – al netto del fatto che sicuramente le italiane non dispongono dei campioni che militano nel Bayern Monaco o nel PSG – sia principalmente quella atletica. Vuoi perché le nostre squadre sono abituate ad un campionato in cui anche le big abbassano i ritmi dopo aver segnato, vuoi perché gli arbitri spezzettano continuamente il gioco fischiando contatti che in Europa – giustamente – non vengono fischiati, fatto sta che i ritmi delle partite europee che contano sembrano insostenibili per le nostre squadre, e non solo quando ci si confronta con le corazzate spagnole o inglesi.
Un esempio è l’Inter degli ultimi anni: Simone Inzaghi ha condotto i nerazzurri a due finali di Champions League, nel 2023 e nel 2025, eliminando squadre come il Bayern Monaco ed il Barcellona (due volte), eppure l’Inter ha pagato lo sforzo atletico della Champions non riuscendo a vincere due campionati in cui aveva la rosa più forte rispetto alle avversarie. Nei due anni, 2024 e 2026, in cui i nerazzurri sono invece usciti a febbraio dalla Champions, hanno vinto la Serie A senza troppi problemi.
Guardando i campionati del Napoli della passata stagione o del Milan quest’anno, la differenza tra giocare o non giocare nelle coppe europee è netta a livello di rendimento. Non sorprende che due allenatori furbi come Conte ed Allegri abbiano scelto per rilanciarsi due squadre con un solo impegno a settimana. Sono lontani i tempi in cui quest’ultimo con la Juventus riusciva a vincere il campionato – anche se meno competitivo – e a raggiungere contemporaneamente due finali di Champions League.
È chiaro, poi, che su tutto questo incide la povertà economica del nostro calcio. Tornando di nuovo all’Inter, quest'ultima ha raggiunto due finali di Champions League nonostante i pochissimi milioni spesi per i cartellini nel triennio 2022-24, così come la Roma che nel 2023 raggiunse la finale di Europa League spendendo appena 7 milioni per i cartellini. Si tratta di un cane che si morde la coda: meno si va avanti nelle competizioni europee, soprattutto la Champions League, meno si incassa e più si amplia la forbice con i top club europei. Ma siamo sicuri che sia solo una questione di soldi?
Andiamo a vedere quanto fatturano Braga e Friburgo, semifinaliste in Europa League, rispetto alla Roma. O qual è il monte ingaggi di Bodø/Glimt e Sporting Lisbona rispetto a quello di Inter e Juventus. Piuttosto, anche qui, il problema non sta solo nel quanti soldi vengono spesi, ma nel come.
La sensazione è che nel resto d’Europa si lavori in modo diametralmente opposto all’Italia in tutte le fasi: dalla costruzione del giocatore nei settori giovanili fino al mercato ad alti livelli. E che la povertà – oltre che economica e che va certamente considerata – sia anche di idee. Se guardiamo Bayern Monaco-Real Madrid di mercoledì scorso, oltre a vedere dei campioni che sicuramente oggi la Serie A non è in grado di attirare, vediamo un atteggiamento che quasi nessuna squadra italiana ha in mente di replicare.
Quale squadra italiana oserebbe lasciare i propri centrali 2 contro 2 contro le punte avversarie convinta che quello che riuscirà a fare in attacco farà passare in secondo piano eventuali problemi difensivi? Quale giocatore al 93', anziché andare verso la bandierina del calcio d’angolo a perdere tempo proverebbe a fare quello che ha fatto Olise?
Quale squadra italiana andrebbe a prendere uomo su uomo gli avversari fin dentro la loro area di rigore? Negli ultimi dieci anni l’ha fatto solo l’Atalanta di Gasperini, che infatti è l’unica ad aver vinto almeno l’Europa League, tra l’altro battendo con pieno merito lo Sporting di Amorim, il Liverpool di Klopp e il Bayer Leverkusen degli invincibili.
Ma anche questo atteggiamento tattico rischia di essere già obsoleto. In un interessante editoriale sul Guardian, Philipp Lahm – ex capitano del Bayern Monaco e della nazionale tedesca – ha dichiarato che quello stile di gioco diventa poco efficace se usato contro avversari molto più forti tecnicamente. E proprio la doppia sfida tra Bayern ed Atalanta di un mese fa lo ha dimostrato.
È un approccio rischioso che, come sottolinea l’ex terzino, richiede un dinamismo e un’intensità che molte squadre italiane non hanno. E così, dopo aver provato a imitare Guardiola senza avere la tecnica spagnola (e non solo: senza avere l'atletismo necessario, perché solo nella nostra miope visione il tiki-taka dipende solo dalla tecnica e non anche dalla pressione alta che serve per recuperare subito la palla), adesso molte squadre italiane provano ad imitare Gasperini senza avere l’intensità e le misure della sua Atalanta. Ancora una volta, povertà di idee oltre che di risorse.
Un’altra squadra italiana che ha vinto giocando in modo moderno, poi, in realtà c’è. È la Nazionale di Roberto Mancini che nel 2021 ha vinto meritatamente gli Europei giocando un calcio relazionale di altissimo livello. Tre anni dopo è bastato fare male con Spalletti agli Europei successivi per tornare indietro di anni mettendo sulla panchina della Nazionale un allenatore come Gattuso, semplicemente pavido.
Perché nel conservatorismo che permea il calcio italiano – e non solo il calcio – si considera coraggiosa la grinta, la dichiarazione forte e tutta una serie di cose che però hanno poco a che fare con il campo, il quale ci dice come l’Italia stia andando in controtendenza rispetto al resto del calcio europeo. In tal senso, il già citato discorso dei soldi vale fino a un certo punto (e a volte anche le stesse squadre italiane lo hanno dimostrato): la nostra arretratezza è in primis nelle idee, in un coraggio che manca quasi ovunque, e che a volte è perfino osteggiato e sbeffeggiato.
Ci riempiamo la bocca del mantra “nei settori giovanili si fa troppa tattica”. Giustissimo, ma non si può passare da questo a demonizzare la tattica stessa perché “per vincere servono i giocatori forti”. Perché di giocatori forti non ne produciamo più, non siamo in grado di comprarli quando sono già molto forti e non siamo in grado di accaparrarceli prima che diventino inaccessibili, per miopia dei nostri dirigenti, perché si devono seguire le indicazioni dei procuratori e per mille altri motivi.
A maggior ragione in assenza di forza – che sia economica o che sia il livello dei giocatori – dobbiamo ripartire dalle idee. Che non devono essere ideologie, ma che siano idee almeno. Che si inizi a vedere qualcosa di nuovo, a non osteggiare chi lo propone. A non tirare in ballo uno stile di gioco italiano che discenderebbe “dalla difesa del fortino medioevale nel Duecento” come se altrove in quegli anni sviluppassero già l’intelligenza artificiale.
Sta a noi accorgerci che il calcio è cambiato, capire cosa serve per competere ad alti livelli e cercare di replicarlo, ovviamente nei limiti delle risorse dei nostri club. La cosa più folle che si possa fare è dividerci sul “ci piace”/”non ci piace”, partire con i “era meglio prima” evocando con furore nostalgico il periodo in cui il calcio italiano dominava in Europa, che tra l’altro ormai risale a quasi trent’anni fa.
Per farlo, oltre alle idee, serve il coraggio: questi due concetti che vanno di pari passo. Coraggio che non significa iniziare dall’oggi al domani ad affrontare sempre le partite in modo spregiudicato, bensì è un concetto che parte più lontano. Il giudice supremo è sempre il campo ma quello che si vede in campo è quasi sempre il frutto di ciò che si programma fuori dal campo. Ed è proprio la programmazione che continua a mancare. Tornando al periodo d’oro del calcio italiano, è in quel momento che sono mancati gli investimenti – specialmente quelli meno visibili in termini di risultati immediati, come quelli sul settore giovanile – portando al risultato attuale che è sotto gli occhi di tutti.
Le squadre italiane sono fuori dalle semifinali europee per la prima volta dopo 7 anni. Il rischio è che questi risultati negativi diventino sempre più la regola anziché l’eccezione, un po’ come sta accadendo con il non qualificarsi ai Mondiali. Per invertire il trend bisogna puntare su un lavoro profondo e non su risultati estemporanei. Serve programmare per sopperire a ciò che manca oggi e costruire ciò che servirà domani. Serve, insomma, ragionare in modo opposto a come è stato fatto negli ultimi decenni.
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