
Daniele De Rossi si è guadagnato la Serie A
Vincendo contro Sassuolo e Pisa, il Genoa di De Rossi ha messo 11 punti fra sé e la zona retrocessione.
Quando Daniele De Rossi si è seduto sulla panchina del Genoa a inizio novembre, il Grifone era terzultimo in classifica con soli 6 punti raccolti nelle prime 10 di campionato. Dietro i genoani, che avevano lasciato l’ultimo posto alla vittoria contro il Sassuolo ottenuta dalla coppia Criscito-Murgita, c’erano solo il Verona e la Fiorentina. Dando per scontato la risalita di quest’ultima, il rischio retrocessione era estremamente concreto per i rossoblù, che addirittura nelle prime 9 partite della gestione Vieira avevano raccolto solo 3 punti frutto di altrettanti miseri pareggi.
Per la verità erano arrivate anche sconfitte beffarde come quelle contro Bologna e Napoli, ma la sensazione era che il tecnico francese – dopo l’ottimo lavoro della stagione passata – non sapesse che pesci pigliare e che si ostinasse a giocare con un modulo, il 4-2-3-1, non più applicabile ad una squadra che era uscita fortemente ridimensionata dal mercato estivo.
La scelta di affidarsi a De Rossi – fermo da oltre un anno dopo, quando gli era stato fatale proprio un pareggio col Genoa alla guida della Roma – poteva sembrare anche una scelta azzardata. Siamo abituati a vedere nel nostro campionato squadre che per rimediare a situazioni difficili si affidano all’usato sicuro rappresentato da una serie di allenatori specializzati in salvezze in corsa o comunque a navigare nei bassifondi della classifica. È il caso della Fiorentina che si è affidata a Vanoli, del Torino che ha inserito in corsa D’Aversa, della Cremonese che si affidata a Giampaolo (come aveva fatto il Lecce lo scorso anno).
Non fa eccezione neanche la Nazionale, che per provare ad andare ai Mondiali si è affidata in extremis a Gattuso e ad una serie di concetti molto vaghi come "sa fare gruppo", "trasmetterà tranquillità ai giocatori", buoni per un corso di team building aziendale ma molto lontani dal giocare e parlare di calcio. In questo contesto, quindi, prendere De Rossi in una situazione di classifica complicata è stata una scelta rischiosa e controcorrente, come poche se ne vedono nel nostro calcio.
Come abbiamo già scritto, inoltre, il rischio era che ancora una volta si ponesse eccessivamente l’accento sul rapporto fra De Rossi ed una piazza, quella di Marassi sponda rossoblù, sicuramente molto calda e che vive il calcio in modo simile a come lo vive l’ex giocatore di Roma e Boca Juniors. È vero che si è creata fin da subito una bella simbiosi fra il tecnico ed il pubblico del Grifone, ma il giudice supremo è sempre il campo ed il rapporto è stato cementificato dai risultati e non certo da ruffianerie ad hoc nei confronti della tifoseria.
Partendo dai freddi numeri – che non dicono tutto ma servono a capire tanto – prima di De Rossi il Genoa viaggiava su una media di 0,6 punti a partita. Con l'ex Roma in panchina, questo dato è più che raddoppiato, arrivando a toccare quota 1,44. Inoltre, a impressionare è stata la solidità del Grifone negli scontri diretti: i rossoblù, infatti, non hanno mai perso contro le squadre coinvolte nella lotta per non retrocedere.
A tal proposito, il calendario aveva subito messo De Rossi davanti a due sfide complicatissime contro Fiorentina e Cagliari, in cui il Grifone ha colto due pareggi pirotecnici ma preziosi. La svolta è arrivata nell’ultimo weekend di novembre con la vittoria per 2-1 contro il Verona, seguita da una vittoria ad Udine con lo stesso punteggio. I 5 risultati utili consecutivi hanno permesso al Genoa di staccare la zona retrocessione di 4 punti: un grande risultato, se si considera che prima di questo ciclo era ultimo con tre punti.
Come citato poc'anzi, non sono mai arrivate sorprese contro le big, nonostante i rossoblù siano, tradizionalmente, una ammazza-grandi. Da metà dicembre in poi, il Genoa ha perso nettamente contro Inter – confermando la capacità dei nerazzurri di avere sempre la meglio di squadre che pressano molto alte – e Roma, nell’emozionante ritorno di DDR nel “suo” Stadio Olimpico.
Nel mentre c’è stata la sconfitta all’ultimo secondo contro l’Atalanta nonostante un’eroica resistenza in 10 per 90', e quella partita – unita alle sconfitte arrivate all’ultimo respiro contro Lazio e Napoli – ha rischiato di attirare sul Genoa e su De Rossi un’aura di negatività, di squadra tenace, a tratti bella da vedere, ma con difficoltà nel portare a casa punti pesanti. Tuttavia, le successive vittorie negli scontri diretti contro Cagliari, Torino e Verona hanno contribuito a scacciarla quasi subito.
A oggi, dopo le vittorie nelle ultime partite contro Sassuolo e Pisa, il Genoa occupa la 13° posizione con un +11 sulla zona retrocessione occupata da Lecce e Cremonese in caduta libera, e manca solo la matematica per confermare una salvezza per nulla scontata qualche mese fa.
Ma come ha salvato il Genoa De Rossi? Prima dell’arrivo del tecnico di Ostia, Vieira aveva impostato il Genoa con una difesa a 4 – orfana di De Winter e Ahanor ceduti in estate – di buon livello per la parte destra della classifica, con Vasquez e Ostigard in mezzo e Aaron Martin e Norton-Cuffy sulle fasce. Davanti il tecnico francese aveva invece avuto qualche difficoltà nel far coesistere Cornet, autore di un sanguinoso errore dal dischetto nel pareggio interno contro il Parma, Malinovskyi, Colombo e il talento troppo inconsistente di Carboni.
In generale, il Genoa è una squadra che dispone di un discreto talento offensivo ma le cui trame sembrano essere molto dipendenti dalla vena di Vitinha e soprattutto dal mancino di Malinovskyi. L’impressione è che Vieira non avesse molte idee su come far rendere al meglio questi giocatori, con l’ucraino spesso gravato anche da compiti difensivi eccessivi quando veniva schierato nei due di centrocampo.
Due anni fa, quando fu chiamato a sorpresa per sostituire José Mourinho sulla panchina della Roma, Daniele De Rossi ribadì l’importanza di mettere i giocatori più forti nelle condizioni di rendere al meglio, e ci è certamente riuscito con il centrocampista ex Atalanta e Marsiglia. Rientrato dopo un grave infortunio alla caviglia, Ruslan Malinovskyi è il vicecapocannoniere del Grifone con 6 gol, tutti segnati sotto la gestione del tecnico romano.
De Rossi ha schierato l’ucraino in un modulo “protetto”, ovvero con un centrocampo sempre a tre uomini di cui lui costituisce il perno della manovra, con accanto Frendrup ed Ellertsson, due giocatori ideali per sgravare Malinovskyi da compiti difensivi eccessivi – nonostante la posizione di partenza comunque arretrata – e coprire il centro del campo quando l’ucraino si sgancia in avanti per tentare una delle sue micidiali conclusioni dal limite.
Il mercato di gennaio, poi, ha portato Baldanzi – trequartista voluto da De Rossi quando era alla Roma e che il tecnico stava cercando di trasformare in una mezzala di qualità – mentre Thorsby ha salutato in direzione Cremonese. L’arrivo in prestito dell’ex Roma ed Empoli ha permesso al tecnico di sperimentare un po’ di più, dirottando Ellertsson sulla fascia destra (complici i problemi di Norton-Cuffy) e schierando Baldanzi nei tre di centrocampo per aumentare il tasso qualitativo della squadra. Così si sono viste, contro Cremonese, Torino e Inter, delle versioni più offensive del Genoa, che in quel frangente ha raccolto 4 punti.
L’intelligenza di De Rossi è stata quella di proporre questa soluzione dopo alcune partite in cui, al di là dei risultati (il Genoa veniva appunto da due sconfitte all’ultimo contro Lazio e Napoli), la squadra era in crescita e soprattutto i giocatori avevano ritrovato grande fiducia in loro stessi. Il tecnico romano, infatti, da due anni a questa parte deve convivere anche con l’assurda etichetta di “estremista” che gli è stata appiccicata a Roma per aver commesso due volte il reato di lesa maestà.
Non solo ha osato sostituire Mourinho sulla panchina della Roma, ma – non pago del regicidio – ha provato a fare qualcosa di ancora più grave: ha provato a portare alla Roma alcuni principi di gioco, nulla di particolarmente cervellotico, che caratterizzano il 90% delle squadre del terzo millennio. Apriti cielo. “Integralista”, “talebano”, “nemico della Roma” (ricordiamo: 20 stagioni in giallorosso con oltre 600 presenze). Con questo deve convivere un allenatore giovane che prova a portare un po’ di aria fresca in un calcio italiano così vetusto.
E questo nonostante lo stesso De Rossi avesse dichiarato, già all’inizio della sua esperienza romana, che è fondamentale che le squadre sappiano sì giocare a calcio, ma sappiano anche anche essere provinciali e sporche quando c’è da mettersi l’elmetto e remare in difesa. Ne aveva dato prova anche prima di essere esonerato al termine di una delle tante guerre intestine che lacerano la Roma da anni, quando nel momento di difficoltà dopo un brutto inizio di stagione aggiunse un difensore, tolse un uomo offensivo e si presentò con la linea a tre nelle trasferte contro Juventus e – guarda te il destino – Genoa.
Anche sulla panchina rossoblù, la prima mossa di De Rossi è stata quella di tornare al 3-5-2, modulo col quale il Grifone ha giocato per anni, togliendo un attaccante ed inserendo un difensore in più, con Marcandalli preferito quasi sempre a Otoa. Detto del centrocampo, dove ha fatto la cosa meno integralista di sempre ovvero mettere il giocatore migliore nelle condizioni migliori possibili, l’ultimo rebus da sciogliere è stato quello dell’attacco.

Dal mercato estivo sono arrivati due flop come Cornet e Stanciu, mentre Colombo ha impiegato un po’ a carburare - spesso con Vieira neanche partiva titolare. De Rossi ne ha fatto il perno del suo attacco, schierandolo principalmente in coppia con Vitinha. Nessuno dei due è un bomber e i numeri - 7 gol in stagione per il nativo di Vimercate, 5 per il portoghese - sono qui a dimostrarlo, ma il loro lavoro senza palla è molto importante per alzare il baricentro della squadra e alzare la prima linea di pressing.
Qualcosa su cui, infatti, De Rossi è rimasto attaccato a quanto predicava a Roma è proprio la pressione alta. Giocare contro il Genoa è estremamente fastidioso, soprattutto a Marassi dove il pubblico sembra dare una carica ulteriore ai rossoblù.
A marzo ne ha fatto le spese, ironia della sorte, proprio la Roma, battuta per 2-1 grazie ad una grande lettura a partita in corso del suo ex allenatore. A causa delle molte assenze, De Rossi ha schierato il Genoa con una formazione sperimentale, con Masini al posto di Malinovskyi, Ellertsson in fascia e davanti Messias a supporto di Ekuban ed Ekhator. Dopo aver pressato a morte la Roma nella prima ora di gioco, il tecnico ha inserito i migliori nella ripresa, vincendo la partita grazie ad una combinazione fra Colombo e Vitinha e disponendo di più benzina dei giallorossi per replicare quel gioco uomo su uomo che tanto ha fatto le fortune dell’allenatore avversario.
Colombo e Vitinha sono una coppia d’attacco che riesce a sposarsi bene pur calciando molto poco in porta (entrambi sono sotto i 3 tiri a testa in media per ogni partita e sotto il singolo tiro in porta a testa), dialogando bene con chi arriva da dietro, in particolare Malinovskyi che – pur giocando più arretrato – è il miglior tiratore del Genoa. A beneficiare degli spazi aperti dai due, poi, c’è anche Junior Messias, l’unico giocatore del Grifone a calciare in porta in media più di una volta a partita nonostante abbia giocato solo il 21% dei minuti disponibili, una sorta di jolly i cui gol hanno portato punti preziosi ai rossoblù.
Questi sono gli ingredienti con i quali Daniele De Rossi ha raccolto 33 punti nelle sue 23 partite alla guida del Genoa. Se consideriamo la classifica della Serie A da quando si è seduto sulla panchina del Grifone, il Genoa si trova in una sorprendente ottava posizione, davanti a tutte le rivali per la salvezza.
Inoltre, in questo periodo il Genoa ha più che raddoppiato la sua produzione offensiva, passando dal segnare 0,6/90 minuti a farne 1,48/90 minuti, il quinto miglior dato offensivo di tutto il campionato durante questo periodo. Nel mentre, nonostante le insensate etichette di cui sopra, il dato dei gol subiti è rimasto stabile su una media di 1,4 a partita.
Dopo la parentesi alla Roma – positiva ma conclusasi con un esonero dopo tre partite nonostante tre anni di contratto – De Rossi è stato paziente nell’attendere la squadra giusta per tornare ad allenare. Voci di corridoio lo davano vicino a Parma e Fiorentina nella scorsa estate, ma non se n’è fatto nulla ed il rischio era quello di uno stop ancora più lungo, che può risultare frustrante in questa fase della carriera.
Come nel passaggio tra SPAL e Roma, tuttavia, l’ex centrocampista della Nazionale non ha avuto fretta e ha saputo aspettare una buona occasione. Il fatto che il Genoa, poi, rappresentasse l’occasione giusta era però tutto da dimostrare. I rossoblù dispongono di una buona rosa ma nel corso della storia recente sono incappati in un paio di retrocessioni sorprendenti nonostante il talento a Marassi non fosse mai mancato.
Inoltre, i numerosi cambi di proprietà e dirigenza nella squadra genovese – attualmente in mano all’imprenditore rumeno Dan Șucu – rischiavano di creare una situazione molto confusionaria, vale a dire lo scenario peggiore per ogni progetto che si affidi ad un allenatore ancora giovane, e uno scenario in cui De Rossi si era già trovato nella sua avventura alla Roma.
Invece pare essersi creato un rapporto fruttuoso tra De Rossi e il DS spagnolo Diego Lopez, arrivato a Genova a fine ottobre e la cui prima mossa è stata proprio prendere De Rossi in un contesto per nulla semplice. Diego Lopez viene da un passato come capo scouting al Lens ed al Lille, dove tra gli altri ha scoperto Khusanov, Rafa Leão e Gabriel Magalhães.
Lo stesso De Rossi, poi, non ha mai fatto mistero di voler stare dove c’è programmazione e sinergia sulle idee calcistiche da portare avanti, cosa che con un DS giovane – e abituato a lavorare scegliendo calciatori promettenti da far crescere – potrà riuscirgli a Genova anche nel futuro prossimo, sperando che non vi siano tradimenti e ribaltoni come nella sua ultima avventura alla Roma.
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