
Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Francesco Totti
Il nostro viaggio tra i grandi 10 non poteva certo dirsi tale senza una puntata su Totti, il Re di Roma.
Ci sono città che vivono per il calcio. La differenza, rispetto ad altri contesti, è in qualcosa di difficile da misurare: il grado in cui una comunità urbana riconosce sé stessa nel rettangolo di gioco. Il grado in cui uno sport diventa un modo di stare al mondo che appartiene a quel posto e non a nessun altro.
Quando questo accade, quando la città e la squadra si fondono davvero, il numero 10 non è più solo il giocatore più talentuoso. Diventa altro. Diventa il punto in cui il calcio e l'identità urbana si toccano con la massima intensità. Si porta in campo un carattere. Un temperamento. Le contraddizioni e le grandezze di un luogo intero.
Questo tipo di numero 10 ha bisogno di un contesto preciso: un'identità forte, orgogliosa, sempre capace di trasformare la passione in appartenenza viscerale. Ha bisogno di una piazza che non si accontenti di un campione ma pretende qualcuno che la somigli. Che abbia gli stessi vizi o le stesse virtù, lo stesso modo di essere brillante e complicato allo stesso tempo. Che non venga da fuori a portare il suo talento come un dono, ma che emerga dal dentro, che sia già parte di quel tessuto prima ancora di calciare il primo pallone.
Le città che producono questo tipo di campione non lo dimenticano mai. Perché ciò che rimane sono i gesti che danno un senso all’appartenenza. I momenti in cui su un campo da calcio si è visto qualcosa d’incredibile che aveva il profumo di familiare.
Le grandi città non sono perfette. Sono contraddittorie, caotiche, capaci di farti impazzire e di farti innamorare nello stesso respiro. E il numero 10 che le incarna non può essere diverso. Deve portare dentro di sé quella stessa complessità. Deve essere, come la sua città, un po' genio e un po' follia, un po' eterno e un po' precario, sempre sull'orlo di qualcosa di straordinario.
Quando il numero 10 e la città si corrispondono così perfettamente, si crea una sorta di mito moderno che appartiene alla storia di un luogo. Ai racconti dei nonni, ai nomi dei figli, alle maglie conservate come reliquie. A quella malinconia eterna delle cose belle che non tornano più, ma per il fatto di essere esistite hanno cambiato tutto.
Francesco Totti è stato questo per Roma. Non un calciatore amato da una città. Una città incarnata in un calciatore.
Totti è il protagonista della settima puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.
L'anima de na città
Raccontare Francesco Totti senza sembrare banali e scivolando nella banalità non è un’impresa semplice. Tutto sembra già stato scritto o detto. Allora, forse, il modo migliore per descriverlo è inserirlo a pieno nel contesto della sua Roma, per poi raccontarlo, prima di tutto, attraverso i due gesti tecnici che descrivono meglio di tutto il suo genio.
Il passaggio di prima, di spalle, che fa impazzire le difese. Come se avesse occhi sulla nuca. Gli altri calciatori pensano, Totti già sa. Come se il campo fosse una mappa antica e lui l'unico a comprenderla, come un gladiatore che si muove nell’arena a occhi chiusi, sapendo dove colpire senza bisogno di vedere. Conosce ogni centimetro quadrato del campo. Gli appartiene. Regala prelibatezze calcistiche a occhi chiusi. Ha così tanta sensibilità nei piedi e così tanta sapienza calcistica nel cervello che può fare a meno della vista. Percepisce come un rabdomante.
Per Totti non esistono palle innocue: cancella dal vocabolario tattico il concetto di palla coperta/palla scoperta. Dove altri vedono difficoltà, lui vede possibilità. È calcio che si fa istinto. La matematica che diventa improvvisazione.
E poi c'è il cucchiaio. Firma d'autore che trasforma il gol in poesia. Gesto elegante e dissacrante. Romano per eccellenza. Sfida alla gravità e alla logica. Una carezza al pallone che diventa schiaffo ai portieri. Lo fa in area piccola, dal dischetto, da fuori. Lo fa quando nessuno oserebbe. È il manifesto calcistico di Totti: la tecnica che si fa teatro, il rischio che diventa certezza.
La storia del calcio italiano ha avuto grandissimi numeri 10 ma raramente qualcuno ha saputo essere così tante cose insieme: goleador e assistman, regista e finalizzatore, genio e concretezza. La sua evoluzione tattica non è stata necessità, ma rinascita continua. Un 10 che segna come un 9 e pesa come un regista.
Quello che rimane, quando un campione così smette, è qualcosa di intimamente prezioso: la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di irripetibile. La certezza che certi incontri capitano una volta sola nella vita e non si possono programmare. Si possono solo riconoscere ed apprezzare. Dire di essere stati fortunati.
Per Francesco Repice, ospite di questa puntata, tifoso romanista per eccellenza, "Totti è stato ciò che Roma e i figli di Roma avrebbero sempre voluto, essere capitano con quel numero di maglia, quelle capacità tecniche ovviamente assolutamente irripetibili. Passione, l'amore nel cuore proprio per quei colori, per quella maglia, per quella gente, per quella curva, per quello stadio. Per me è stato soprattutto il calciatore che da tifoso della Roma io intendo, mi ha fatto camminare a testa alta per 25 anni, perché potevo anche non vincere nulla ma non mi importava. L'importante era avere Totti nella mia squadra..."
Francesco Totti è stato il numero 10 di Roma. Ma è stato anche qualcosa di più difficile da catalogare. È stato la prova che il calcio, nei suoi momenti più alti, è capace di diventare letteratura perché contiene l'anima di un luogo. La custodisce. La restituisce ogni domenica a chi ne ha bisogno.
E Roma, che di storie ne ha viste passare in ventisei secoli, quella storia non la dimentica.
Non la dimentica perché era sua. Non la dimentica perché era lui.
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