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MANCHESTER, ENGLAND - MARCH 31: Mikel Arteta, Manager of Arsenal, interacts with Pep Guardiola, Manager of Manchester City, prior to the Premier League match between Manchester City and Arsenal FC at Etihad Stadium on March 31, 2024 in Manchester, England. (Photo by Michael Regan/Getty Images) (Photo by Michael Regan/Getty Images)
, 17 Aprile 2026

Arsenal o Manchester City: chi tifare per la vittoria della Premier League?


Arteta e Guardiola si sfidano per vincere il campionato: guida pratica per italiani in cerca di una cotta primaverile.

Siamo arrivati alla fine anche di questa stagione di calcio inglese. In attesa di scoprire i grandi verdetti di questa stagione, possiamo dire che abbiamo assistito a una stagione brit piuttosto particolare, verosimilmente di transizione fra la conclusione di alcuni cicli sportivi, alcune grosse delusioni fra le big six e qualche progetto ancora in procinto di sbocciare definitivamente.

In quello che è ormai a tutti gli effetti un classico d’Europa, il Manchester City è stato maltrattato dal Real Madrid senza appello. Non è stata una stagione semplice per il City, zoppicante per tanti mesi in Premier League perché traballante fra un nucleo di campioni da sostituire e Guardiola che desidera fermarsi per un po’. Per Newcastle e Chelsea, invece, le due umiliazioni contro Barcellona e Paris Saint-Germain sono le immagini perfette per visualizzare il grosso passo indietro all’interno dei loro progetti faraonici, da cui è lecito attendersi delle risposte già a partire da quest’estate.

L’ultimo Liverpool di Salah è senza dubbio la più grande delusione di questa stagione, specialmente se posto di fronte agli investimenti compiuti da quest’estate. D’altra parte, se il ritorno di Carrick ha restituito una parvenza di dignità al Manchester United, per i Red Devils si registrerà comunque l’ennesima stagione anonima di questi anni difficili. Peggio di loro solo la concreta possibilità che retroceda una fra West Ham e Tottenham: quest’ultimi da campioni d’Europa League in carica.

La stagione europea prosegue soltanto per Aston Villa, Nottingham Forest, Crystal Palace e Arsenal, con umori tutti diversi fra loro. Solo il tempo sarà capace di rivelarci se tutto questo sia l'inizio della fine del primato della Premier League o qualche imprevisto di troppo nei piani alti inglesi.

Un'altra stagione di Premier League raccontata giornata per giornata dal nostro Stefano De Caro in Give the Ball to Bobby, il podcast che vi racconta la settimana di calcio inglese in mezz'ora.

D'altronde, la Premier League ci ha già dimostrato ampiamente di saper riscrivere sé stessa: esattamente dieci anni fa vedevamo il Leicester di Ranieri salire sul tetto d'Inghilterra, letto dai nostri occhi come una piccola scheggia fiabesca, lasciandoci illusi di poter vedere una lega inglese capace di vedere chiunque campione. Invece, nonostante la successiva gloria anche per il Chelsea di Conte, dalla stagione 2017-18 abbiamo imparato a conoscere una Premier League completamente dominata da due sole squadre, Manchester City e Liverpool, un duello che ha indubbiamente scolpito questa epoca calcistica.

Da qualche stagione, tuttavia, ci sta (ri)provando l’Arsenal di Arteta a fermare Manchester City e Liverpool. L'ingresso dei Gunners nella lotta al titolo è stato timido, va detto, soprattutto più deludente che emozionante: quella Premier League 2023-24 persa a due punti dal City stata una storia crudele e spietata, ma soprattutto qualcosa che ha consolidato nell'immaginario collettivo quell'identità così perdente e frustrante dell'Arsenal. I Gunners sono ormai associati al gergo inglese bottling, ossia quella straordinaria puntualità di diventare piccoli e deboli al momento decisivo della stagione, qualcosa che è stato richiamato con sorprendente spavalderia dai tifosi del City qualche giorno fa, nell’ultima vittoria contro il Chelsea a Stamford Bridge.

Quel momento decisivo della stagione è arrivato anche quest’anno e porta i Gunners al primo posto in Premier League con 32 partite giocate, 70 punti raccolti e un distacco di sei punti dal Manchester City secondo, seppur con una partita in meno da giocare e lo scontro diretto all'Etihad. L'Arsenal è riuscito ad arrivare fino in fondo in questo campionato dopo una prima parte di stagione matura e convinta, ma con il Manchester City ancora una volta alle sue spalle a complicare i piani: siamo di fronte al bivio decisivo.

Rimangono soltanto altre sei giornate di campionato: chi fra le due vincerà la Premier League 2025-26? Ma soprattutto, quale squadra tifare in questa volata finale? E perché farlo?

La storia ci insegna che esiste un legame anglo-italiano e che esso sia intenso quanto subalterno, ultimamente riproposto anche nel rapporto fra Premier League e Serie A. Noi italiani, più che mai critici sul nostro calcio e quindi pronti a fascinarci della frenesia del (nuovo) calcio inglese, per caso o per esigenza ci siamo trovati a simpatizzare un club inglese in maniera più o meno seria. Perché catturati dalla sua storia, dal suo peso culturale, o magari da qualche vecchio campione che ha infiammato quegli stand a ridosso del campo qualche decennio prima: pensiamo, ad esempio, a quanta simpatia ci sia fra gli italiani e gli hammers, a quanto ci sentiamo vicini al Chelsea per la sua tradizione italiana o a chi sia rimasto folgorato da quel glorioso Manchester United dei tempi passati.

Lo stesso vale per Arsenal e Manchester City: da una parte una squadra che ha indubbiamente segnato gli anni 2000 del calcio, rendendo Highbury il pantheon di sua divinità Thierry Henry e degli Invincibles; dall'altra parte, una squadra dalla statura media, che fino vent'anni fa era nota al mondo soltanto per essere la squadra tifata dagli Oasis. Due squadre che probabilmente non avrebbero mai immaginato di diventare le acerrime rivali di oggi.

Arsenal e Manchester City non condividono molti aspetti culturali per rivaleggiare, se non l’eterno confronto antropologico fra londinesi e mancuniani. La loro rivalità non poteva che formarsi in questi ultimi anni trascorsi a lottare in campo: l’apice della tensione è stato toccato un anno e mezzo fa, dalla verve di Haaland e il suo laconico stay humble rivolto ad Arteta poco prima di battibeccare con Gabriel Jesus. Un’espressione che ha monopolizzato i pensieri delle due tifoserie per poi essere vendicato da Lewis-Skelly nel 5-1 di qualche mese dopo, quando esultò al goal con la vecchia esultanza di Haaland al Dortmund.

Un conflitto dialettico e psicologico che Rodri aveva già infiammato due volte: prima nel 2021 con un goal allo scadere all’Emirates con un’esultanza espansiva e poi con una dichiarazione piuttosto pesante sulla «mancanza di mentalità» dell’Arsenal in occasione della title race del 2023-2024. Quasi di contrappasso, l’infortunio al legamento crociato lo raggiunge nella sfida con l’Arsenal di settembre 2024, cementificando la tragicità di questo duello.

L’incontro in finale di Carabao Cup di marzo non ha visto l’intensità tipica di questo duello fra Arsenal e Manchester City, nonostante il trofeo in palio. Tuttavia, quella sconfitta contro il City potrebbe aver innescato questo breve periodo negativo dei Gunners, da lì a poco eliminati dalla FA Cup dal Southampton e poi sconfitti dal Bournemouth in Premier League, dando così modo a Guardiola di avvicinarsi ad Arteta e di riaprire quelle ferite che stavano per diventare delle cicatrici simboliche.

Con piglio entusiasta e quanto meno possibile pedagogico, oggi non prenderemo al vaglio le componenti tecniche di Arsenal e Manchester City per provare a rivelarvi quale sia il cavallo vincente da puntare per questo entusiasmante fine di stagione. Ci piacerebbe farvi bagnare la fronte con questo piccolo pensatoio, proiettandovi in Inghilterra e assaporando tutte quelle emozioni che in queste settimane viaggeranno da Londra a Manchester: una prospettiva emotiva delle reciproche storie di Arsenal e City, cifra fondamentale che indirizzerà quest’ultima battaglia.

Naturalmente, supponiamo un lettore ancora libero da scelte verso uno dei due club, proponendo questa guida come un modo per avvicinarsi e affezionarsi a una delle due storie, ma è qualcosa di valido anche per chi già ha già a cuore una fra Arsenal e Manchester City, magari per calarsi per qualche minuto nella prospettiva di un club "rivale". Soprattutto per ricollegarsi per un po' con la componente emotiva di questo sport, senza dubbio la più affascinante quanto la più dimenticata da chi vuole raccontarci questo calcio inglese. E per vivere con cognizione di causa la fine di una stagione che potrebbe chiudere definitivamente un’era del nostro calcio contemporaneo.

Perché tifare Arsenal?

di Marco Bellinazzo

«18 anni! Dico, 18 anni! Tu lo sai che cosa desideravi 18 anni fa? Oppure 10? O 5?» Urla Colin Firth in faccia a Ruth Gemmell in una delle scene più iconiche di Febbre a 90°, film tratto da un romanzo che non solo mette in parole con una precisione quasi euclidea, la folle irrazionalità dell’essere tifosi di una squadra di calcio, ma in particolare inquadra con un occhio sofferente ma autoironico le peculiarità di tifare proprio l’Arsenal.

Era il 1988/89, e i Gunners attendevano il titolo dal 1971: 18 anni e la frustrazione di un’attesa che in quella scena è così tangibile da diventare quella di tutti.

Oggi quel titolo l’Arsenal lo aspetta addirittura da 22 anni, dall’epopea degli Invicibles che festeggiarono a White Hart Lane, sul campo dei più acerrimi nemici del Tottenham. Una stagione perfetta, dalla quale si sono susseguite una serie di delusioni alle quali un tifoso dell’Arsenal si è abituato, ma che il tempo ha reso sempre più logoranti. L’arrivo di Arteta, che ha portato qualche trofeo (una FA Cup e due Community Shields) quando i Gunners erano ancora poco temibili ai piani alti, nelle ultime stagioni ha finalmente restituito un Arsenal competitivo per la vittoria della Premier League, come non accadeva da tempo immemore.

Arsenal vince la Premier League, non il Manchester City
L'Arsenal degli invincibili campione nella casa del Tottenham: quest'anno i Gunners potrebbero tornare campioni e vedere i loro rivali retrocedere in Championship.

Il 2022/23 ha visto l’Arsenal a contatto con la vetta fino ad aprile: la netta sconfitta di Ethiad 4-1 ha risvegliato i tifosi del Nord di Londra dal sogno. Ma è stata la stagione 2023/24 quella più difficile da digerire: non sono bastati nemmeno 89 punti per scrivere il proprio nome nell’albo d’oro del campionato inglese. Ad infrangere i sogni di Arteta e del suo Arsenal, in entrambe le occasioni, è sempre stato il Manchester City di Guardiola, il mentore del giovane tecnico basco e il carnefice dei suoi sogni di gloria, colui che da 3 anni a questa parte gli impedisce di consacrarsi con quel titolo che coronerebbe definitivamente il percorso alla guida dell’Arsenal.

Come si può non sentire il fascino di una simile storia di rivalsa? Se Guardiola è stato indiscutibilmente un rivoluzionario per il quale tutto il mondo del calcio prova l’ammirazione che merita, quanto sarebbe simbolico che il primo grande successo di uno dei suoi eredi passasse proprio attraverso una vittoria contro il maestro?

Anche la storia del 2025/26, a un certo punto, ha lasciato sinistramente intravedere i contorni della beffa, l’eterno ritorno, quel Giorno della Marmotta vissuto ogni primavera e che lascia i tifosi dell’Arsenal con l’amaro in bocca, ed è stato il mese di gennaio a portare i presagi più cattivi dalle parti di London Colney. Le giornate 21 e 22 di Premier League hanno visto sempre l’Arsenal scendere in campo dopo il Manchester City, sempre con l’occasione di allungare il proprio vantaggio dopo i passi falsi del Citizens contro Brighton e Manchester United.

I pareggi senza reti contro Liverpool e Nottingham Forest, però, hanno preso le sembianze del match point mancato, quel braccino sintomatico di una disabitudine a fare la parte del cattivo e spezzare le ali a chi insegue.

Le ragioni dietro la frenata nei risultati dell’Arsenal sono molteplici, da una piccola ma costante involuzione nel gioco che la squadra mostra dall’inizio del 2026 a una fisiologica flessione che riguarda tutte le squadre inglesi che, dopo le feste natalizie, sono ancora in corsa in tutte le competizioni. Non è da escludere però che anche l’aspetto psicologico possa avere inciso in qualche modo: il solito City a ringhiare alle spalle e la difficoltà a dare la spallata definitiva.

Nella 23° giornata, l’Arsenal ha perso in casa contro il Manchester United: quello che due settimane prima poteva diventare un discorso quasi chiuso è improvvisamente tornato completamente in discussione, con il City di nuovo a contatto e la paura del solito epilogo a farsi sempre più concreta. I pareggi successivi con Brentford e Wolves, in questo senso, sono sembrati proprio un riflesso di quella paura. Le gambe che tremano, il City che torna a farsi vedere negli specchietti, una squadra che a ottobre o novembre avrebbe vinto queste partite senza sforzo ora si vede rimontare due gol di vantaggio dall’ultima in classifica, a far divampare le psicosi dei tifosi, ma forse anche dei calciatori.

Scegliere l’Arsenal in questa title race significa anche ribellarsi a questo destino, rompere la maledizione e vedere finalmente i Gunners tornare grandi a pieno titolo, con un trofeo a suggellare la crescita delle ultime stagioni, diventare finalmente preda e non più predatore.

Sembra evidente come il livello del gioco espresso dall’Arsenal non sia lo stesso di inizio stagione: 4 competizioni logorano anche una rosa profonda, i punti pesano sempre di più, ogni partita ha un carico emotivo maggiore di quella precedente. Questo è il momento in cui scopriremo se l’Arsenal è davvero diventata grande come ha lasciato pensare a molti nei primi mesi di stagione: è impossibile vincere un campionato senza imparare a portare a casa anche qualche punto sporco e non solo quando tutto funziona bene. Ora più che mai è quello che serve ai Gunners per imporsi anche su chi nel passato recente ha saputo essere grande meglio di tutte le altre.

Qualcosa però nel 2026 è cambiato, anche nella percezione di questa squadra all’esterno. Nonostante venisse da una stagione in cui di fatto non è quasi mai stata in corsa per il titolo, una campagna acquisti di spessore ha portato l’Arsenal a essere considerata la favorita da molti (compresi i bookmakers) già dall’inizio del campionato, quantomeno inusuale rispetto a come è sempre stato percepito l’Arsenal nel passato recente: la solita squadra piacevole da guardare ma poco vincente, quella che quando il gioco si fa duro si squaglia come neve al sole. Quelli simpatici, belli, divertenti, ma mai quelli che vincono.

Quest’anno, soprattutto in Inghilterra, l’Arsenal ha smesso di essere percepita come un grazioso soprammobile e in certi momenti è diventata addirittura antipatica, quella un po’ scorbutica, di cui si contestano le vittorie. L’attitudine a segnare così tante reti (24 fino a questo punto della stagione) su calci piazzati, sfruttati in un modo molto fisico, quasi al limite del regolamento, la frequenza nel segnare i cosiddetti late winners (i gol vittoria allo scadere), persino a beneficiare di diverse autoreti ha addirittura trasformato l’immagine dell’Arsenal in quella di una “brutta vincente”: un paradosso, vero?

Quella di una squadra che gioca un brutto calcio ma che trova un modo per vincere è una visione esagerata e non corrispondente alla realtà, ma forse anche questo aspetto può essere significativo: il fatto che qualche successo Gunners cominci a suscitare controversie, che nel dibattito collettivo si provi a ridimensionare le vittorie dell’Arsenal, è sintomatico in realtà di un processo che spesso riguarda molte delle squadre che vengono prese sul serio.

L’antipatia, diffusa più che altro in patria, che l’Arsenal suscita è in realtà forse il segnale più forte del fatto che finalmente gli uomini di Arteta vengono avvertiti come una seria candidata. Sono lontani i tempi del Wengerball in cui l’Arsenal incantava per la qualità del gioco espresso, ma molto spesso tutti sapevano che a spartirsi i titoli grossi alla fine sarebbero stati gli altri: stavolta l’Arsenal fa paura.

In realtà, la veste di squadra scorbutica dalla difesa solida e che sfrutta al massimo i calci piazzati sembra voler fare aderire l’Arsenal a un modello di squadra che rievoca Juventus allegriane o l’Atletico del Cholo. Ma l’Arsenal di Arteta non è quel tipo di squadra: senza voler scendere nel dettaglio di dati e analisi, basta guardarsi alcune prestazioni dominanti dei Gunners di quest’anno per convincersi che il calcio espresso dalla squadra è stato a tratti anche molto bello.

Ovviamente, anche questo aspetto è dipeso dai momenti della stagione e dallo stato di forma: in alcune settimane ai Gunners riusciva tutto, e sono stati i momenti che hanno convinto il pubblico neutrale del fatto che fosse l’Arsenal la favorita indiscussa per la vittoria finale. In realtà, il lavoro di Nicolas Jover, al quale i tifosi dell’Arsenal hanno addirittura dedicato un murales, è un grandissimo valore aggiunto: se dietro a ogni calcio piazzato c'è un lavoro così minuzioso ed efficace è un simbolo affascinante di un’attenzione al dettaglio che porta ad ottimizzare in modo intelligente, quasi scientifico, una parte integrante del gioco.

Il fatto di vederlo come una “scorciatoia” alle vie più classiche di segnare non solo è una visione imprecisa, ma anche molto superficiale di un aspetto in cui probabilmente i Gunners oggi sono precursori di qualcosa che pian piano viene già riproposto da altre squadre di Premier League: un merito, più che un demerito.

L’ultimo aspetto da considerare per prendere le parti dell’Arsenal, soprattutto per chi è un affezionato del calcio inglese, è la storia di riscatto di una grande storica del calcio d’oltremanica. Contro il Manchester City, squadra popolare dalla storia più modesta, il simbolo di un club reso grande nel nuovo millennio partendo quasi da zero da parte di investitori stranieri, il successo dell’Arsenal, come era stato quello del Liverpool di Klopp nel 2020, vedrebbe un grande ritorno al vertice dopo tanti anni.

Anche l’Arsenal è una società moderna, con una proprietà straniera, uno stadio nuovo, un badge rinnovato. Non è diversa dalle altre big di Premier League, il campionato più internazionale al mondo. Semplicemente, con un occhio un po’ nostalgico, il nome dell’Arsenal ci può comunque riportare la nostra mente ad un’idea di calcio inglese un po’ più britannico e un po’ meno globalizzato, ai kit dell’Adidas con lo sponsor JVC, ai primi anni della Premier League o per qualcuno addirittura alla First Division. Insomma, a un calcio che non può esserci più, ma al quale qualcuno è rimasto affezionato e che, in qualche modo, il nome dell’Arsenal può rievocare.

Perché tifare Manchester City?

di Gabriel Nesticò

Non è mai stato facile amare il Manchester City. Fino a qualche anno fa, il City non era altro che una squadra eclissata da uno dei club più gloriosi del mondo, lo United, un club così pieno di campioni e di vittorie a tal punto che il resto dei giocatori si erano dimenticati dell’esistenza del City. Addirittura, qualcuno dei più sbadati aveva accettato il contratto del City perché convinto di andare a giocare allo United. Il Manchester City è stato un club dall'anima pura ma debole, descritta in modo commovente da un film cult come Jimmy Grimble, senz’altro un’interpretazione più dignitosa di quel semplice richiamo popolare da associare soltanto agli Oasis.

Il Manchester City con casa a Maine Road era un club qualunque, speciale soltanto per la sua sfortuna che valse il nome di «typical City» per quanto essa fosse affezionata alle partite degli sky blues.

Quando venne l'Etihad Stadium, uno dei primogeniti dell'apertura della Premier League alle proprietà straniere, in poco tempo si matura la sensazione di assistere a una corsa allo spazio calcistica, un'unione d'intenti economico-politici che andavano ben oltre il calcio. Questo, tuttavia, non può essere qualcosa che può esistere nella mente del tifoso per sempre. C'era bisogno di qualcosa che disintegrasse per sempre quel passato umiliante e quelle illazioni sul proprio conto: lo squarcio di Agüero all'ultimo momento del mondo contro il QPR. Un’azione per stupire il mondo intero e la vittoria del campionato per dare torto, almeno una volta, a Sir Alex Ferguson.

Da quel momento il «typical City» non esiste più, Maine Road diventa una reliquia e Liam Gallagher fa fatica con i suoi Beady Eye. Si ha la netta sensazione di essere entrati in un nuovo mondo, ma è ancora troppo presto per capirlo perfettamente.

Aguero con la maglia del Manchester City in Premier League
Agüero si tolse la maglia per mostrare al mondo la nuova pelle del Manchester City.

Ancora oggi, in verità, è difficile dire di aver capito quel mondo. Sul Manchester City non è stato ancora chiarito tutto quanto: negli ultimi anni, sia la UEFA che la Premier League hanno portato avanti cause giudiziarie piuttosto pesanti nei confronti del City. Il processo contro la UEFA, dopo una prima sentenza che vede il City colpevole, è stata ribaltata di fronte al TAS di Losanna. La querelle contro la Premier League è ancora corso, in attesa di un primo giudizio. Per un tifoso questi contenziosi giudiziari sono qualcosa di troppo complesso da maneggiare, ma riescono comunque a invadere la mente e contaminare anche i momenti più gioiosi di un club stellare.

Anche se pieni d’amore e di fede nelle buone intenzioni del club, tutti tentennano di fronte alla possibilità di esser stati nel torto da sempre. Non è facile amare il Manchester City, ma qualcuno lo dovrà pur fare.

Proprio da questo assunto nasce una delle leggende più antipatiche nei confronti del Manchester City, già poco perdonato per la quantità e la provenienza dei propri soldi. Difficile non essersi imbattuti di fronte la leggenda dell’Emptyhad o di qualunque altra accusa sul tifo freddo dei cityzens. In verità, quando parliamo del Manchester City parliamo di una delle migliori tifoserie da trasferta di tutta l’Inghilterra e di un club che nel suo piccolo passato ha sempre goduto di grande pubblico.

La verità è che i tiranni non piacciono a nessuno, specialmente per chi ne deve subire la prepotenza. Come si può provare simpatia per un club che ha cannibalizzato il campionato più bello del mondo? Forse solo tornando a ritroso e accorgersi che il Manchester City è a tutti gli effetti una delle poche storie calcistiche che è riuscita a ribaltare il proprio equilibrio narrativo, nonostante esso sembrasse scolpito nella propria anima. Solo da qui si può intendere davvero cosa rappresenti il Manchester City per la sua gente, ancora oggi vittima di vertigini dinanzi questa nuova statura della squadra.

Ma è altresì chiaro che come il tifoso non può maneggiare per sempre i processi in corso sulla sua squadra, allo stesso tempo non può sempre tenere a mente le sue origini, diventando al pari di un noioso professore di storia calcistica. Più semplice ammettere di essere divenuti un impero, quindi odiati e temuti. Da qui può nascere il senso del Manchester City odierno: porsi come potenza in grado di sfidare la storia e riscriverla in maiuscolo, battendo record appartenenti alle glorie del passato e imporsi ancora di più come forza del presente.

È facile (e giusto) affascinarsi alle storie che rimangono piccole e popolari. Più difficile legarsi a chi, da potente, vuole rimanere potente e proseguire nel terrorizzare gli altri. Compito più difficile del mondo, perseguibile soltanto dall’allenatore più geniale e ambiguo mai seduto su questo pianeta, Pep Guardiola. Antagonista perfetto per un club che cercava disperatamente il proprio autore per vendicarsi sul passato sovrascivendone la storia.

Per chi si è seduto a guardare il calcio è stato impossibile ignorare una personalità del genere. Difficile trovare un campo dove Guardiola non abbia trovato la sua miglior interpretazione. Rimanendo in questo sport, il suo Barcellona è stata la cesura da un’epoca calcistica precedente a quella contemporanea. Adesso questa frattura può finalmente chiudersi: in caso di vittoria finale in Premier League, Pep potrebbe salutare il Manchester City e il calcio per un bel po’. Quasi banale sottolineare il fascino di un finale di stagione del genere, al di là del merito tecnico di Guardiola nell'agguantare la settima Premier League della sua carriera. Anche chi non lo ha mai sopportato davvero vorrebbe salutarlo (e maledirlo) con un trofeo in mano.

In questo senso, è stato un vero peccato l’addio di De Bruyne dello scorso anno. Sarebbe stato ancora più emozionante vedere le due più grandi divinità dell’Etihad lottare insieme, fianco a fianco, per un’ultima volta per il grande traguardo inglese, nonostante gli evidenti segni del tempo sulla loro pancetta da perfetti padri di famiglia. Tuttavia, per un De Bruyne che ha scelto di prendersi un po’ di tintarella, c’è qualcuno che vuole crederci davvero in questa ultima grande emozione: Bernardo Silva, l’uomo più piccolo dell’area di rigore, ha appena annunciato che lascerà il Manchester City dopo nove anni trascorsi insieme.

Questa Premier League è l'ultima occasione per Bernardo Silva di innalzare ancora di più il proprio status da leggenda di questo club, soprattutto per vincerla da trascinatore e capitano. Anche per dare ragione al vecchio capitano Kompany che lo aveva promesso come futuro capitano di questa squadra, qualora avesse smesso di essere ridicolo. Il portoghese è stato il vero senso costante che si è perpetuato in questo decennio di Guardiola in Inghilterra e non poteva che essere il miglior soggetto per chiudere questa storia.

Il Manchester City ha quindi una storia da raccontare e rispettare, preferibilmente da trascinare il più in là possibile. Soprattutto se il futuro senza Guardiola si preannuncia complicato. Per i migliori oratori c’è sempre un premio nell’improvvisazione, specialmente di fronte si hanno avversari inesperti: Arteta ha fatto di tutto per costruire il finale perfetto per il City di Guardiola. Un’ultima grande rimonta per solidificare per sempre il (nuovo) mito del Manchester City – praticamente, non più il cugino noisy neighbour, ma il gemello perfetto dello United.

Una vittoria che stritolerebbe ancora di più l'Arsenal con la sua identità da eterno perdente, nonché un nuovo miracolo (e generoso regalo) sportivo che proietterebbe il City a vero e proprio dominatore dei Gunners, considerate le vittorie nelle stagioni 2022-23 e 2023-24. Più semplicemente, tifare il Manchester City significa vivere l'emozione di vivere una corsa d'inseguimento e non da inseguiti. Correre per frenare la gioia altrui e issarsi ancora una volta in cima del calcio inglese.

C'è di più, Arteta ha provveduto ad aiutare ancora di più Guardiola e il Manchester City. Questo calcio dell’Arsenal ha schifato praticamente tutti i suoi avversari, a tal punto da esser giunti a vedere il City come il male minore di questa lotta per la Premier League. Mai ci saremmo aspettati che un adepto di Guardiola, un mentore così ossessionato dal controllo e folle nella sua scientificità calcistica, riuscisse a rompere il calcio con l’esibizione più brutale del calcio d’angolo o perfino di una rimessa laterale. In questo senso, se volessimo essere pretenziosi, il Manchester City può rappresentare un piccolo pezzettino di bellezza calcistica che non vuole perdonare un Arsenal furbo e meschino. Ennesimo ribaltamento narrativo di un club che in patria non ha certo giovato di carinerie nei suoi confronti.

Per noi italiani un po' più distanti da questi aspetti culturali interni al calcio inglese, c’è un modo più semplice per allinearci su questo sentimento popolare: non è forse il City ad avere l’onore di far pattinare Rayan Cherki in ogni lato del campo, lasciando Guardiola a bordocampo perplesso ma allo stesso tempo incapace di nascondere la goduria vedere un giocatore del genere, forse l’unico in grado di sbeffeggiare in maniera così dolce la sua autorità?

In effetti, solo questo Cherki potrebbe essere il custode in grado di aprire la porta del nostro cuore e spingerci a tifare per questo Manchester City. Per larghi tratti di questa stagione non è stato un gran bel City: il nostro Stefano De Caro lo ha pronunciato «poco speciale» con immensa verità. Probabilmente sarebbe il City di Guardiola più debole a vincere la Premier League. Eppure, quello che più di tutti potrebbe rendere solido il significato del nuovo «typical City»: una squadra che rovina le storie altrui per continuare la propria tirannia, un avversario che ci ha convinto che allontanarlo a nove punti di distanza ad aprile non sia sufficiente per assicurarsi la Premier League.

È stata questa la vera forza del Manchester City 2025-26, l'idea di sé stesso. Nonostante i punti persi qui e lì, non appena è stato accusato un minimo cedimento dell'Arsenal tutto il mondo inglese si è reso conto che il campionato sarebbe stato aperto fino alla fine, perché Guardiola non avrebbe perdonato quel minimo spazio del possibile concesso da Arteta. E così è stato: entrambe si sono date appuntamento all'Etihad il 19 aprile, in una partita che andrà agli annali come una vera e propria finale di Premier League. All'Arsenal basterebbe un pareggio per tornare sereno e proseguire fino alla vittoria del campionato; per il City serve solo una vittoria per accorciare sulla capolista e mandare all'inferno psicologico Arteta. Tifare Manchester City, quindi, sarebbe proteggere la bellezza per tendere all'impresa. O più semplicemente, voler vedere una lotta vera fino alla fine, magari da decretare soltanto con la differenza reti.

Se la Premier League 2023-24 fu di Phil Foden, l’ultima vinta e combattuta contro l’Arsenal, questa stagione potrebbe essere intestabile a Nico O’Reilly. Da academy ad academy. Un dato che ci fa rendere conto di quanto poco siano stati costanti gli altri grandi protagonisti del Manchester City, da Haaland a Rodri, di quanto il City debba ancora comprendere chi lo guiderà nell'era dopo Guardiola.

Intanto, il giovane O’Reilly ha già sentenziato due volte ai danni dell’Arsenal nella poco onorevole Carabao Cup di marzo. Presagio dal futuro o sussulto d’orgoglio prima di vedere l’Arsenal campione del titolo che conta davvero? Lo scopriremo nel prossimo mese, magari commossi per la consapevolezza che sia l'ultima volta assieme a Guardiola, ma la prima assieme al Manchester City.


  • Scritto con inchiostro blu e senza editori.

  • Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

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