
Traiettorie Ep. 2 - Stefano Okaka Chuka
Lo sport come veicolo di inclusione e la continua capacità di reinventarsi, con Stefano Okaka Chuka l'ex attaccante di Roma, Parma e Sampdoria oggi in forza al Ravenna Football Club.
"Traiettorie" è un progetto editoriale prodotto da Sportellate e il Festival della Cultura Sportiva. Troverete sui nostri canali una serie di contenuti e di interviste che vogliono mostrare lo sport come scelta di vita, percorso personale, opportunità di crescita e in alcuni casi vera e propria àncora di salvezza. In questo secondo episodio, abbiamo avuto il piacere di intervistare Stefano Okaka Chuka, calciatore italiano con un recente passato da predestinato, attualmente tesserato per il Ravenna Football Club. Buona lettura.
Ciao Stefano, grazie intanto per aver accettato il nostro invito a Traiettorie. Abbiamo pensato che la tua fosse una traiettoria di vita piuttosto interessante, capace di prendere una moltitudine di direzioni diverse che oggi ti hanno portato qui al Ravenna Football Club, in questo stadio. Partiamo però da dove tutto è nato, ovverosia da Castiglione del Lago, comune da 15mila abitanti in provincia di Perugia. È ancora quello il posto a cui ti senti più legato quando pensi a casa?
Sì sicuramente. È il posto dove sono nato e dove ancora oggi mi sento più a mio agio.
Come è stato crescere lì, figlio di genitori nigeriani in un piccolo comune umbro? Come vivevi da bambino, passami il termine, questa doppia appartenenza? Raccontami della tua famiglia. Ti ha avvicinato qualcuno in particolare al calcio? L’Okaka bambino chi aveva come idolo?
È stato bello. La mia famiglia è nigeriana: i miei genitori sono arrivati in Italia quando avevano 20 anni, quindi è stato normale vivere qualche difficoltà d'ambientamento iniziale, però ci siamo fatti forza a vicenda e con tanta umiltà e voglia di cambiare le nostre sorti abbiamo affrontato e superato sempre gli ostacoli che ci si sono posti sulla nostra strada. La loro educazione mi ha trasmesso da sempre l'importanza del sacrificio e del lavoro.
A mio papà piaceva tanto il calcio e quindi ha fatto cominciare a giocare mio fratello (Carlo Okaka, oggi agente di Stefano nda) che è più grande di me. Io ho cominciato poco dopo proprio perché volevo imitare mio fratello. Ho iniziato tirando calci dentro casa, poi iscrivendomi al settore giovanile del Sanfatucchio e da lì ho piano piano preso il calcio sempre più seriamente. A livello di idoli ti direi che il primo di tutti è stato mio fratello, che era anche lui attaccante e molto bravo tecnicamente. Poi crescendo è arrivato Ronaldo il fenomeno ed è stato amore a prima vista...
In comune a Ronaldo, oltre al ruolo, hai avuto un momento di carriera dove anche tu eri considerato un predestinato di questo sport. Hai debuttato con la Roma a soli 16 anni in Coppa UEFA, diventando il più giovane marcatore nella storia della Coppa Italia e il più giovane italiano a debuttare nelle competizioni europee (record che oggi è di Francesco Camarda che condivide anche lui con te il ruolo).
È un patrimonio di record che in pochi conoscono davvero. Ti ricordi cosa hai pensato in quel momento? Eri consapevole di quello che stava succedendo?
Dell'importanza di quei record e della nomea che inizi a farti non ti ci rendi conto. Sono tutte cose di cui ti rendi conto dopo, crescendo. Lì per lì sinceramente neanche mi interessavano. Io ero a Roma, ero giovane, ho giocato in Champions con la Roma, ero in rampa di lancio, ma sono da sempre una persona poco attenta alla mediaticità. Quello di cui ti rendi sicuramente però, è che inizi ad avere una responsabilità, molto probabilmente più grande dell'età che possiedi. Soprattutto quando le cose vanno male, è un attimo non riuscire a reggere il peso delle aspettative che la gente inizia a farsi sul tuo conto...

Quindi comunque pesa, a 16 anni, sentirsi dire che Okaka è il futuro del calcio italiano?
Il peso non riesci a percepirlo perché sei troppo giovane, però magari non raggiungi le aspettative che si è fatta la gente perché semplicemente il processo di carriera non è lineare per tutti. Magari uno può esordire a 16 anni fare subito molto bene, a 18 anni non essere pronto per quello status e quella nomea che gli è stata "assegnata", ma diventarlo poi per esempio a 24.
In sei stagioni con la Roma, hai collezionato appena 34 presenze in Serie A e la tua traiettoria diventa un po' una montagna russa. Sei stato mandato in prestito a Modena, Brescia, Fulham, Bari e Parma. Una carriera che sembrava un’autostrada si trasformò in un percorso a ostacoli: tanti prestiti, tante città, tanti allenatori. È stato questo il momento fondamentale della tua carriera per la tua formazione da uomo prima che calciatore? Come ci si mantiene lucidi quando il calcio — che è la tua vita — assume delle traiettorie che sembrano non credere in te quanto ci credi tu?
Allora, sono sincero, lì per lì è stato molto complicato. Ero tanto giovane e dovevo attraversare tanti ostacoli. Poi era la prima volta dove mi separavo completamente dalla famiglia, rimasta a Roma, e mi sono sentito spesso solo. Quando incominci a girare così, cambiare squadra ogni 6 mesi, fai fatica a riconoscere chi sei, non hai mai punti di riferimento.
Ti faccio un esempio: il tempo che io e te ci vediamo, organizziamo quattro o cinque interviste, andiamo a mangiarci qualche pizza insieme, e via che io devo riprendere l'areo e ripartire verso una nuova città: non riesci mai a crearti la tua dimensione, non riesci mai a creare dei rapporti veri. Per questo mi piace spesso definirmi «lo zingaro del calcio».
Poi quando incominci a crescere ed a capire che ti stai perdendo devi fare uno switch. Non è facile, io sono riuscito a farlo quando ho lasciato definitivamente Roma, sono andato a Parma e poi alla Sampdoria, ma già avevo 24 anni, avevo superato diversi ostacoli ed ero maturato, passando anche attraverso momenti dolorosi. Diciamo che ero finalmente pronto per affrontare determinate sfide.
In questa girandola di prestiti, prima di arrivare a Parma, c'è un momento in cui ti sei sentito invisibile, dentro e fuori dal campo?
Spesso purtroppo. Quando non sai chi sei, dove sei eccetera eccetera, fondamentalmente a livello lavorativo ti senti sempre in balia degli eventi e di conseguenza spesso invisibile. Soprattutto quando capita, come è capitato a me, quando si è molto giovani diventa difficile non sentirsi inutili. Come ti dicevo però sono state esperienze poi fondamentali e che mi hanno formato a livello sia umano che calcistico.
Che rapporto ha quindi Stefano Okaka col dolore?
Con il dolore fisico ed emotivo purtroppo ho un rapporto d'abitudine. E' brutto da dire, ma soprattutto il dolore emotivo dovuto ai tanti trasferimenti ed ai tanti giudizi negativi è diventato parte di me. Per fortuna dopo un po' diventa abitudine e fa meno male.
Il mio rapporto con il dolore ti direi quindi che è stato negli anni piuttosto costante e normale. A volte chiaro, vorresti non provarlo e quindi con il lavoro e la determinazione cerchi di combatterlo, ma volente o nolente non puoi fare sempre bene e quindi devi imparare a conviverci.
Domanda un po' più soft. In carriera hai condiviso lo spogliatoio con Totti, De Rossi, Ozil, Cassano e tanti altri campioni, ma chi è stato il calciatore che ti ha lasciato di più a livello umano?
A livello umano tutti coloro che hai nominato mi hanno lasciato qualcosa. Parli di ragazzi con cui sono diventato amico, campioni dentro e fuori dal campo. Se ti devo dire a livello di rapporto di vita, il giocatore con cui ho condiviso più esperienze è stato Antonio Cassano perché abbiamo vissuto momenti difficili insieme e sono cose che poi ci si porta dentro nel tempo e ti permettono di legarti in maniera particolare ad una persona.
Affrontiamo ora due tematiche importanti, il razzismo nel calcio italiano e lo splendido rapporto che hai con tua sorella gemella, Stefania Okaka. Come dicevamo, sei nato a Castiglione del Lago, ma quante volte nel corso della tua carriera ti sei trovato a dover dimostrare di essere italiano?
Guarda, per me è stato un po' più semplice perché sono nato in un posto dove eravamo un po' le star o meglio le novità. Sai non capitava tutti i giorni nella provincia italiana di veder arrivare una famiglia con due fratelli ed una sorella gemella di origini nigeriane, tutti e tre sportivi. Dopo andando avanti, alcune volte qualche domanda te la fai. Anche lì, crescendo riesci ad affrontare tutto...
È stata interessante una tua dichiarazione recente dove hai chiaramente detto che il problema non sono gli stadi o i Paesi, ma le persone e come vengono educate fin da bambini. Questa tua visione – educare i bambini e non aspettarsi che siano gli stadi a cambiare – è una posizione per certi versi controcorrente rispetto alle soluzioni più istantanee che vanno di moda d’oggi. Da dove deriva? A tal proposito ti piacerebbe far qualcosa per sensibilizzare sulla materia?
Mi piacerebbe molto, sto anche sviluppando proprio in questo periodo qualcosa con le scuole per provare a far capire si arrivi a ciò. Il mio pensiero è che avendo girato tanto e avendo frequentato tanti posti dove ci sono moltissimi ragazzini giovani ed avendo avuto a che fare spesso con loro, posso dire con assoluta certezza che non ho mai conosciuto gente di 13/14 anni razzista. A quell'età è praticamente impossibile. Quindi il problema sta da un'altra parte. Bisogna indagare sul perché poi ci diventano. Bisogna fare capire ai giovani che l'educazione è fondamentale per non cascare in determinati errori.
Sono contento di aver conosciuto tuo fratello, ma non ho avuto la fortuna di conoscere Stefania tua sorella gemella con cui condividi lo stesso giorno di nascita. So che tu e tua sorella (ex pallavolista professionista) avete condiviso tantissimo – tra cui anche tante delle città dove avete giocato. Cosa vuol dire avere una sorella gemella?
È una cosa per la vita. Siamo uno e due. Soprattutto, come nel nostro caso, facendo entrambi sport a livello alto, diventa proprio automatico capirsi ed avere una spalla con cui poter condividere qualsiasi tipo di emozione e situazione ci si trovi di fronte lungo il percorso. Adesso lei fa la psicologa e personal trainer: ti assicuro che è una ragazza con una forza mentale che è clamorosa. Per me è un grande orgoglio essere suo fratello.
Leggevo tra l'altro che ogni mattina alle 9 ti manda un messaggio motivazionale. In primis si può sapere cosa ti ha scritto stamane? Qualcosa in vista dell’intervista immagino… in secondo luogo quanto conta, nelle giornate difficili, sapere che c’è qualcuno che ti conosce così bene e che magari ha passato situazioni paragonabili alle tue?
No dai (ride, nda), non è per forza sempre un messaggio motivazionale. Alcune volte sono semplici frasi simpatiche. Lei è veramente il mio specchio al femminile.
Adesso, all’età di 36 anni sei al Ravenna Football Club in Lega Pro. Come sta vivendo Stefano Okaka questo nuovo capitolo della sua vita? Lo vedi più come una fine o un inizio?
Lo vedo come un nuovo inizio. Prendere una decisione così alla mia età, dopo una carriera come la mia alle spalle e due anni di inattività è da pazzi. Però io fondamentalmente sono un pazzo (ride nda). Mi piace da sempre uscire dalla mia comfort zone e non fare scelte scontate. Mi è bastato poco comunque per capire che Ravenna era la scelta giusta.
Con che sentimento giocava Stefano Okaka quando era giovane e con quale sentimento gioca adesso? Oggi, quando scendi in campo, qual è il sentimento principale che ti smuove?
La forza è sempre la stessa perché questo sport o lo ami o non lo fai. A maggior ragione alla mia età. Se tu decidi di tornare, sei costretto a tornare in campo con l'amore che avevi inizialmente perché alla fine è l'amore per il gioco che ti porta a fare i sacrifici che devono essere fatti per rimanere competitivi a livello professionistico.
Quello che provavo prima quindi rimane identico a quello che provo adesso, la differenza è che oggi mi godo molto di più qualsiasi piccolezza, qualsiasi dettaglio. Adesso anche il minimo allenamento fatto bene, il minimo giorno in cui non ho dolori me lo godo. Prima era la normalità, adesso è quasi un evento e quindi dà molta più soddisfazione. Un gol fatto oggi, vale 10 fatti prima!
Quella che stai mettendo in campo oggi la definiresti fame? Cosa ti ha motivato a tornare sui campi?
Bravo, è solamente fame. Neanche ambizione. Già a 24 anni avevo 10/15 anni di carriera alle spalle, quindi l'ambizione c'entra poco. E' la fame di spingersi ancora oltre. La fame che ho adesso a 36 anni è quella di voler dimostrare in primis a me stesso che posso ancora competere dopo 2 anni di inattività. Sto facendo un qualcosa che dà un significato alla mia vita; un qualcosa capace di farmi ancora sentire importante e trasmettermi l'adrenalina che solo il calcio sa darmi... e ancora non è finita.
Cosa sa fare oggi Stefano Okaka che invece a 16 anni non sapeva fare? Non parlo di calcio.
Riflettere. Essere molto meno impulsivo. Sono oggi una persona sicuramente più saggia.
C’è un ragazzo, da qualche parte in Italia, che ha la pelle scura e sogna di giocare a calcio ad alti livelli. Cosa ti senti di dirgli?
Prima cosa: preparati a fare sacrifici. Parte tutto da lì. Il resto viene di conseguenza, ma non sei disposto a soffrire è meglio che non incominci. Per arrivare ad alti livelli purtroppo io conosco solo una strada: bisogna crederci e prepararsi a soffrire. Non ci sono alternative.
Siamo in chiusura e devo proprio dire che la tua carriera è una traiettoria di vita piuttosto particolare e poco lineare.. guardassi la linea della tua vita dall’alto — tutti quei trasferimenti, quelle città, quelle maglie — che forma ha? È una retta, una curva, un labirinto?
100% un labirinto, anche perché non mi sembra mai di arrivare a destinazione. Non so quello che mi aspetterà in futuro, ma continuerò a dare il massimo nei progetti cui prenderò parte sperando prima o poi di trovare l'uscita. Ora voglio finire al meglio questa stagione a Ravenna, poi vedremo.
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