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, 14 Aprile 2026

Quando rivedremo una Juventus piena di ambizione?


Nonostante i proclami di rinascita, la Juventus sembra prigioniera di una dimensione che prima non le apparteneva: la mediocrità.

Giampiero Boniperti, un uomo, una frase, un culto, una storia, uno stile di vita. Alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Al Presidente più leggendario della storia bianconera, nel 1992, fu attribuita quella che potremmo definire la prima regola dell’essere Juventus.

Viene spontaneo domandarsi che cosa penserebbe oggi Boniperti sentendo parlare i dirigenti apicali e i tesserati della Vecchia Signora. Massimiliano Allegri, tecnico tra il 2014 e il 2019 e tra il 2021 e il 2024, che, dopo un pietoso 0-0 in casa col Genoa, aveva dichiarato: «Abbiamo guadagnato un punto sul Bologna (diretta concorrente per un posto nelle prime 4); la squadra ha giocato bene», e Maurizio Arrivabene, Amministratore Delegato tra il 2021 e il 2023, gli fece da spalla affermando che: «Vincere è importante, ma anche qualificarsi in Champions lo è altrettanto».

Ambizione, questa sconosciuta

Le frasi di Allegri e Arrivabene sono soltanto fulgidi esempi della totale morte di ambizione dalle parti della Continassa. L’ambiente, a partire dai tesserati stessi, si è autoconvinto negli ultimi anni, tendenzialmente dall’Allegri-Bis in poi, che non essere all’altezza (da un punto di vista tecnico) equivalga automaticamente a mettere le mani avanti e normalizzare un risultato che, per tradizione, è un vero e proprio fallimento.

Luciano Spalletti, da fine ottobre 2025 alla guida della Vecchia Signora, in una delle primissime conferenze stampa, ha invece affermato con vigore: «In questo club vieni stimolato a fare sempre meglio, ogni mattina che ti alzi e pensi che sei alla Juve. Anche perché abbiamo questa storia con cui confrontarci quotidianamente; finché la matematica non ce lo vieta, dobbiamo essere nelle condizioni di poter ambire a lottare per qualsiasi cosa». Parole e musica di un mister che, per storia personale e professionale, non era mai stato un simbolo della storia bianconera.

Gli ha fatto eco, due anni fa, a fine stagione 23-24, Maurizio Sarri: il poco amato - più per il suo passato che per i risultati sul campo - tecnico toscano, che, ironia della sorte, resta l’ultimo allenatore capace di vincere lo Scudetto con la Juventus, dichiarò, con una punta di veleno: «Quando una squadra ha come motto vincere è l’unica cosa che conta, penso che la Coppa Italia non basti». Il riferimento all’eccessiva considerazione per un risultato quasi banale come la conquista di una Coppa Italia, soprattutto se paragonata ai non-festeggiamenti per lo Scudetto vinto proprio sotto la sua gestione e «dato per scontato» come lui stesso ammetterà in seguito, è chiaro come non mai.

Eppure, viene difficile dare torto al mister della Lazio: o si giudicano i risultati in base a chi li ha ottenuti o c’è un problema più strutturale di peggioramento di mentalità, che passa anche per le ambizioni del club stesso e, per osmosi, di chi lo rappresenta. E pensare che anche un gigante del calibro di Zidane dice sempre che la mentalità vincente l’ha imparata alla Juventus. Brividi, se si confronta con l’oggi.

The Normal Ones

José Mourinho si definì Special One. Villas-Boas prima e Klopp poi, invece, dichiararono, di essere Normal One. Guardando la rosa bianconera dal post Covid, tolte rare eccezioni (Yildiz e Bremer oggi, de Ligt e Chiesa ieri), viene naturale collegarne i membri alla definizione che diedero di loro stessi Villas-Boas e Klopp; un insieme di giocatori, anche buoni o comunque non scarsi, che nell’insieme però non sono a livello della storia della Juventus e in generale di tutti gli altri top club europei (cosa che la Vecchia Signora, anche se si è probabilmente dimenticata, è stata e sarà sempre).

L’accusa non si concentra su un singolo calciatore (anche se si potrebbe discutere di qualcuno in particolare) quanto su un intero gruppo squadra e un cuore che è alla Juventus da svariati anni e che, tolta una sopracitata Coppa Italia, ha collezionato quelli che Mou definirebbe zeru tituli. Viene naturale chiedersi come sia possibile, per una società di questo spessore, con dirigenti come Chiellini che in maglia bianconera ha vinto tanto, tantissimo, continuare ad affidarsi a questo gruppo il quale, con 4 allenatori diversi ormai, ha dimostrato di non essere in grado di vincere.

Allegri, tanto discusso e tanto amato, nel 2019 disse: «Ci sono dirigenti che vincono, allenatori che vincono, giocatori che vincono e poi ci sono giocatori che non vincono, allenatori che non vincono e dirigenti che non vincono. Ma se uno non vince mai, ci sarà un motivo Dio Santo Dio? Nella vita, in tutti i ruoli, ci sono le categorie!».

Per quanto reputi quest’uscita piuttosto superficiale e infelice nel senso stretto del contenuto (da quel giorno, hanno vinto in Serie A, nell’ordine, Sarri, Pioli, Spalletti e Inzaghi, che in decenni di carriera non avevano ancora vinto; Allegri si è fermato al 2019), ne condivido pienamente una parte del concetto finale, quello delle categorie, che però non è giusto riferire strettamente ai trofei vinti, quanto alla capacità di saper fare determinati gesti tecnici in qualsiasi situazione.

Michael Olise è arrivato al Bayern l’anno scorso dal Crystal Palace per una cifra importante, €50 milioni. A 24 anni avrebbe tutte le attenuanti per soffrire questo tipo di salto; al contrario, ha dimostrato di avere la personalità (oltre alla qualità tecnica) per poter stare a questi livelli e l’abbiamo visto anche recente nella cornice del Bernabeu, contro il Real Madrid.

Ciò ovviamente non implica che la Juventus debba avere in campo 11 Olise, quanto che i giocatori in rosa siano tali da non soffrire le partite di un certo peso e che mantengano immutato il coraggio di fare una giocata, che sia in amichevole estiva o al Bernabeu in Champions League; esattamente il contrario di ciò che questo gruppo squadra ha dimostrato negli ultimi anni.

Con Allegri, la squadra si è sciolta come neve al sole nei momenti clou della stagione (sempre contro l’Inter, in casa nel 2022 e in trasferta nel 2024); con Thiago Motta, dopo essere arrivati a marzo, nonostante mille infortuni e problemi vari, a -6 dalla vetta, i 7 gol presi nelle sfide con Atalanta e Fiorentina hanno tagliato le gambe a qualsiasi possibilità di Scudetto. I segnali di inadeguatezza di questa squadra, sempre rapportata alla tradizione bianconera, sono più che mai inequivocabili; per dirla alla Leonardo Bonucci, servono giocatori che spostino gli equilibri.

Rivoluzione e Juventus: l'ossimoro necessario

La leggenda narra che Togliatti, ogni lunedì, chiedesse a un dirigente del Partito, Pietro Secchia, il risultato della Juventus della domenica e, qualora questi non sapesse rispondere, il leader comunista replicasse: «E tu pretendi di fare la Rivoluzione senza sapere i risultati della Juventus?». I termini Juventus e Rivoluzione, sia per quello che rappresentava la famiglia Agnelli che per quello che si è visto sul campo negli anni a venire, sono sempre stati quasi in contrapposizione tra loro.

L’ambiente tutto ha sempre rigettato qualsiasi forma di cambiamento radicale (Sarri e Motta gli ultimi esempi lampanti) forti di uno status talmente elevato da rendere impossibile un qualsiasi tipo di progresso. Eppure, quanto farebbe bene una Rivoluzione tale non da portare direttamente al futuro, ma tramite un tuffo nel passato? Probabilmente, dato il livello attuale del dibattito calcistico in Italia (non solo in Juventus), andrebbe ricordato, specialmente dalle parti di Corso Galileo Ferraris, che la Vecchia Signora più vincente e temuta di sempre è quella targata Lippi, che inventò un nuovo modo, geniale e quanto mai attuale, di fare calcio, trasformando una buona squadra in un gruppo eccezionale e straordinariamente vincente.

Sono questi i modelli a cui dovrebbe ambire la Juventus e da cui dovrebbe prendere ispirazione: il grido di cambiamento tecnico ma anche di mentalità lo chiede a gran voce la tradizione del più glorioso club d’Italia stesso, che sta vedendo calpestata e storpiata la sua stessa storia da un modo di intendere e fare calcio non al passo con il resto del mondo (e si vedono i risultati della Nazionale) ma soprattutto irrispettoso per la cultura calcistica di questo Paese.

La Juventus, oggi, è un club, un ambiente, una squadra mediocre. Non scarsa, ma mediocre, che probabilmente è ancora peggio; è incolore, priva di qualsiasi eccellenza tecnica o umana, si confonde nell’anonimato di una stagione dopo l’altra senza sapere come uscirne, o meglio, trovando solo nell’allenatore la causa di tutti i mali. La proprietà dovrebbe guardarsi dentro capire in che termini e modalità far partire questa rivoluzione in primis tecnica, ma con la consapevolezza che questo gruppo non è in grado di dare più di questo nulla mischiato al niente alla storia della Vecchia Signora.

Cambiare, adesso, radicalmente e con criterio, guardando al passato lippiano e a nessun’altro, è l’unica soluzione per uscire dalla mediocrità. Perché il problema non è l’arrivare quarti in sé, quanto festeggiare questo risultato come se fosse qualcosa di rilevante ed esaltare chi è parte di questa roba qua, anche perché chiamarla Juventus è quasi offensivo. Per la sua storia e per il suo tanto decantato DNA con cui tutti si sciacquano la bocca ma che nessuno applica mai veramente sul campo.

Spalletti: una luce in fondo al tunnel

Il primo mattoncino per la Rivoluzione, oggi, si chiama Luciano Spalletti: il mister di Certaldo, arrivato a fine ottobre dopo l’interregno Tudor, sembra finalmente il primo allenatore dopo anni di progetti iniziati e abbandonati dopo due mesi (coff Sarri, coff Thiago Motta) nel quale la stessa Juventus ha illimitata fiducia a lungo termine, dimostrata recentemente col rinnovo fino al 2028 nonostante il posizionamento in classifica sia tutt’altro che certo. L’allenatore toscano ha rimesso il calcio al centro del villaggio, con una proposta moderna e all’avanguardia.

Il passaggio fondamentale del cambio di mentalità che Luciano sta provando a portare in casa Juventus si evince dalla conferenza stampa post Juve-Roma per 2-1, in cui dichiara: «Quando ha palla la mia squadra voglio vedere triangolazioni che portino a fare il terzo gol. Non si sta lì ad aspettare che fischi l’arbitro perché abbiamo vinto 2-1. È una mentalità sbagliata che prima o poi paghi in un calcio di livello. In un calcio moderno, se non sei moderno nel modo di pensare e di fare poi lo paghi e ci sto male. Sto male a vedere la mia squadra al limite dell’area che non esce dalla fase difensiva: mi crea ansia. Sto proprio male, mi girano i coglioni».

Un’inversione di rotta netta rispetto al corto muso e alle partite sfangate in maniera episodica (anche perché, citando Riccardo Trevisani, poi quando arrivi lontano senza idee non vai più): Spalletti è e dev’essere il centro di tutto, altrimenti scalare l’Everest si rivelerebbe meno complicato. Il tecnico in più occasioni (post gara col Pafos o post gara in casa col Genoa di Pasquetta) ha lanciato stilettate importanti alla squadra e alla dirigenza («Non ho ancora capito, dopo 8 mesi, con che cosa ho a che fare» la frase più emblematica sulla mediocrità del blocco squadra) rispetto alla Juventus che ha lui in testa.

Il tifoso, l'appassionato, chiunque abbia a cuore le sorti della Juve, in questo momento chiede alla proprietà una cosa soltanto: supportare l'allenatore in ogni circostanza, e soddisfare ogni sua richiesta sul mercato. Ripartendo da lui, la Juventus può andare oltre la fine.

  • Studente universitario, grande appassionato di sport, in particolare calcio, basket e Formula 1.

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