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van aert parigi-roubaix
, 13 Aprile 2026

Van Aert: le pietre a volte restituiscono tutto


Superando in volata Pogačar, il belga Wout van Aert si aggiudica la Parigi-Roubaix.

La Parigi-Roubaix è un quesito esistenziale posto con il linguaggio del granito. Duecentocinquantotto chilometri, cinquantaquattro di pavé, trenta settori di pietre antiche che sono un omaggio laico e popolare alla fatica e al sudore. Il pavé, si sa, vive nella logica del caos: quella che governa le battaglie.

Il cuore di questa drammaturgia su due ruote è sempre la foresta di Arenberg. Il nome vero è Drève des Boules d'Hérin. Sembrerebbe qualcosa di quasi poetico. Sono stati i cronisti del ciclismo a ribattezzarla foresta. La Tranchée, la chiamano i corridori. Perché lì le guerre sono state di trincea, e non c'è nome più onesto per quel dolore.

La strada fu suggerita agli organizzatori nel 1968 da Jean Stablinski, corridore polacco che da giovane aveva fatto il minatore proprio lì sotto. Letteralmente sotto, nelle gallerie che corrono sotto quelle pietre. E per anni, finché fu vivo, i vecchi minatori tornavano ad Arenberg nel giorno della Roubaix. Sedevano ai bordi della strada e guardavano i campioni soffrire sulle pietre. Per loro era una specie di rito, di riconoscimento. La sofferenza dei corridori diventava la rappresentazione più precisa e fedele della loro vita intera.

Insomma, puoi essere il più forte, il Dio in terra, ma puoi bucare lo stesso: la Paris-Roubaix è una corsa in cui si gioca a dadi con il destino. Dal caos, dalla parità improvvisa e brutale che solo il pavé sa imporre, è emerso un uomo che il ciclismo aveva imparato ad amare in modo particolare. Uno che negli ultimi anni sembrava condannato alla grandezza senza la gloria, e per questo era diventato amato. Perché in questo sport che profuma di Novecento, in cui la sofferenza la vedi ritratta nel volto, chi è bersagliato dalla sfortuna ha un posto speciale. È un'appendice romantica. Ci si appassiona alle cause perse.

Quell'uomo si chiama Wout van Aert. E domenica ha vinto la Parigi-Roubaix.

Per capire cosa questo significa, bisogna raccontare cosa è successo nella foresta. Arenberg quest'anno ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso uno dei (due) più forti e lo ha ridotto a un inseguitore.
Mathieu van der Poel - 3 vittorie consecutive su questo pavé, il campione uscente, l'uomo che sembrava aver trasformato la Roubaix in una proprietà personale almeno fino alla decisione di Pogačar di tentare anche questa impresa -, ha forato due volte nel giro di poche centinaia di metri ed è rimasto indietro di oltre 2' mentre il gruppo di testa spariva nella luce grigia del Nord.

Per chiunque altro sarebbe stata la fine della giornata. van der Poel non si è fermato. Si è rimesso in sella e ha cominciato a tirare da solo, con quella cadenza larga e potente che sembra appartenere a un'altra specie. Il distacco scendeva: un minuto e mezzo, un minuto, quaranta secondi. Era una locomotiva lanciata su un binario impossibile, qualcosa di magnifico e inutile insieme, come certi atti di volontà pura che ammiri sapendo già che non cambieranno l'esito.

Alla fine, è arrivato a 15". Quindici. In un altro universo, con le pietre appena un po' più clementi, avrebbe vinto lui. Ma questo è il pavé. I giorni paralleli non esistono.

Davanti, intanto, la corsa stava diventando un duello rusticano tra due mood agli antipodi. Tadej Pogačar, il cannibale gentile, l'uomo che sta divorando il ciclismo Classica dopo Classica, che ha già vinto la Sanremo e le Fiandre, era partito per l'ennesima impresa. L’obiettivo era quello delle cinque Monumento in una stagione sola. Anche lui aveva forato, due volte, ma grazie a un grande lavoro di squadra era rientrato.

Wout van Aert, il Don Chisciotte di questa storia, era lì. Attaccato alla sua ruota come qualcosa che non si scrolla. Ad ogni fiammata dello sloveno su Mons-en-Pévèle, sul Carrefour de l'Arbre, il belga teneva. Era resistenza attiva. Quella che alberga nell’anima di chi vuole follemente qualcosa. Quella di chi è mosso da qualcosa di più profondo di un record storico. Come chi porta con sé qualcosa che viene da più lontano del corpo e più lontano della tattica: tutta la storia di un uomo, il peso accumulato di ogni secondo posto, di ogni infortunio, di ogni volta che la gloria era lì e poi non c'era più.

E poi c’è sempre qualcosa di mistico. C'è una data che van Aert porta cucita addosso da otto anni. Il 2018, la sua prima Roubaix. In squadra con lui correva Michael Goolaerts, un ragazzo della sua stessa generazione, della sua stessa terra. Quel giorno Goolaerts cadde e non si rialzò più. Un infarto fulminante sul pavé, a pochi chilometri dall'inizio della corsa. Aveva 23 anni.

Da allora questa gara ha smesso di essere solo una classica per van Aert. È diventata qualcosa che si porta dentro, un debito morale verso un compagno che non ha potuto finire quello che avevano cominciato insieme. Quante volte, negli anni delle cadute e degli infortuni e delle forature nel momento sbagliato, abbia pensato a Goolaerts per trovare un motivo in più per rialzarsi. Questo non lo sa nessuno. Forse nemmeno lui saprebbe dirlo con precisione. Ma nel 2026, nel velodromo di Roubaix, c'era anche quella storia.

Mentre i due si avvicinano al velodromo, la corsa vive forse il suo unico momento di apparente normalità. È il silenzio prima del colpo di teatro. Il corridoio buio prima della luce della scena. Loro due pedalano dandosi i cambi. Chi li guarda da casa trattiene il respiro mentre loro probabilmente stanno solo calcolando, misurando, decidendo quando e come. La mente del corridore in quei momenti è un posto freddo e preciso, lontanissimo dall'emozione di chi sta guardando dal divano con le mani sui braccioli, magari ripensando alle loro storie o alla storia di questa gara incredibile che ha portato questi due estremi a giocarsi la gloria.

Il pubblico porta il peso emotivo di tutto quello che è venuto prima. Le cadute, le forature, gli anni, le storie. I corridori no. O almeno, non in quel momento. In quel momento sono soltanto due uomini che si studiano, che aspettano, che sanno che tutto si deciderà in pochi secondi e vogliono essere pronti.

È il trailer del film. La scena che precede il finale. E chi sta guardando sa che quello che sta per succedere resterà. Freme, in attesa di quei pochi secondi che decideranno tutto.

Nel velodromo, Pogačar sapeva già. Ha detto che aveva forse l'1% di possibilità in volata contro Van Aert. Uno percento. È la stessa percentuale che van Aert aveva, negli anni bui, di tornare quello di prima. Eppure…

Pogačar, nella volata a due, è davanti. È nella posizione scomoda. van Aert parte. Parte quando sembra ancora troppo presto. È una scommessa, forse una disperazione trasformata in tattica. Ma i suoi muscoli sprigionano una potenza disumana. Irrazionale dopo una corsa del genere. Le gambe girano come pistoni. Ogni muscolo del corpo spinge su quei pedali, e quei pochi metri di vantaggio diventano un divario incolmabile anche per Pogačar. Poi la corsa finisce, e comincia qualcos'altro.

Van Aert scende dalla bicicletta e si lascia cadere sull'asfalto del velodromo. Rimane lì, per terra, mentre il mondo gli arriva addosso. Tutti sono attraversati da una scarica di adrenalina e felicità. Malick, in The Tree of Life, sussurra che esistono due vie attraverso la vita. La via della natura, che è forza e conquista e non chiede permesso. E la via della grazia, che porta il peso senza mostrarlo. Il ciclismo di Pogačar è la prima. Uccide dolcemente, ma letalmente, ogni gara e ogni avversario. Quello di van Aert, negli ultimi anni, è stato la seconda. Per quella serie infinita di colpi che la vita ha deciso di concentrare su un solo uomo.

Oggi le due vie si sono incrociate su un rettilineo di asfalto, e ha vinto la grazia di van Aert; quella improbabile, goffa e potente di un omone di 190 centimetri che nelle interviste ha confessato, con la semplicità di chi non sa mentire, di aver smesso di crederci a momenti come questo.

In quell'urlo, mentre stringe tra le mani il sampietrino, simbolo della vittoria, c'è la liberazione di chi ha attraversato il buio abbastanza a lungo da non essere più sicuro che ci fosse un'uscita. C'è un campione che ha vinto la sua gara più difficile e forse, in tutto questo, c'è anche un ragazzo di 23 anni che non ha potuto finire la sua prima Roubaix, e al quale Wout Van Aert ha appena tenuto fede.

Da qualche parte, sulle pietre di Arenberg, i vecchi minatori avrebbero capito e annuito.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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