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, 7 Aprile 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Matt Le Tissier


La sesta puntata di Diez ci porta da Matthew Le Tissier, verità e bellezza tra Francia e Inghilterra.

L'antropologia ha una teoria precisa su come i luoghi formano le persone. Il territorio entra nel corpo prima ancora che nella mente. Entra nel modo in cui ci si muove, nel ritmo con cui si respira, nella qualità dell'attenzione con cui si osserva il mondo. L'antropologo Tim Ingold lo chiama dwelling, abitare. Sostiene che il paesaggio è in noi e non siamo semplicemente parte di esso. Lo portiamo ovunque andiamo, nelle abitudini, nelle percezioni, nei gesti che ripetiamo senza sapere da dove vengono. Alcuni numeri 10 sono la dimostrazione calcistica di questa teoria.

Si tratta di qualcosa di molto difficile da imitare: la corrispondenza esatta tra un territorio e un modo di giocare. Il paesaggio diventa stile. La provincia che diventa visione. Ogni grande numero 10 porta nel gioco il luogo che lo ha formato come sostanza e struttura profonda.

Il numero 10 che porta il suo territorio nel gioco spesso rimane perché ha capito, consciamente o no, che la propria grandezza ha una forma precisa, e quella forma corrisponde esattamente al luogo in cui è nata. Spostarla altrove sarebbe come trapiantare una pianta in un terreno diverso e aspettarsi gli stessi frutti. Tecnicamente possibile, forse. Ma non è mai la stessa cosa.

Bourdieu chiamava habitus questo sistema di disposizioni incorporate: schemi di pensiero e di azione che il corpo acquisisce attraverso l'esperienza del mondo e che poi riproduce automaticamente, senza bisogno di calcolo conscio.  

Gli inglesi hanno anche un’altra parola che non si traduce bene in nessun'altra lingua: belonging. È il senso fisico di essere nel posto giusto, di avere radici abbastanza profonde da non lasciarsi sradicare. È quello che si prova quando il territorio e la persona si corrispondono così perfettamente che non riesci più a separarli.

Su un'isola, per esempio, il tempo scorre diversamente. Chi cresce circondato dal mare impara che le pause non sono vuoti da riempire, ma parte del ritmo. Impara che l'attesa è presenza attiva. D’altronde il pescatore è l’unico che conosce l'esatto momento in cui gettare la rete. Tutto questo, per un calciatore, finisce inevitabilmente nei piedi.

Matt Le Tissier era questo. Un uomo di Guernsey che giocava a Southampton come se i due luoghi fossero sempre stati destinati a incontrarsi. Un numero 10 il cui stile era inseparabile dalla terra che lo aveva formato: dall'isola sospesa tra due paesi, dal porto che guarda il mare, dal ritmo lento e preciso di chi ha imparato ad aspettare il momento giusto senza ansia e senza fretta.

Le Tissier è il protagonista della sesta puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Il sovrano senza corona del calcio inglese

C'è uno stadio che non esiste più. Si chiamava The Dell, Southampton, sedicimila anime. Sulla cancellata d'ingresso c'era scritto: Benvenuti nella casa di Dio. Non era necessario specificare chi fosse Dio da quelle parti.

Il 19 maggio 2001, ultima partita nella storia del Dell, Matt Le Tissier entra in campo sul finale. All'89' riceve il pallone al limite dell'area, spalle alla porta. Controlla. Si gira. E con il destro, lui, che era mancino, manda la palla nell'angolo basso. È l'ultimo gol nella storia di quello stadio. Come se il Dell, prima di morire, avesse voluto sentire ancora una volta la voce del suo figlio prediletto. Un commiato perfetto. Nessun addio nel calcio è mai stato così elegante e compiuto.

Le Tissier nasce a Guernsey. Un’ isola sospesa tra Inghilterra e Francia, politicamente un'anomalia del Regno Unito, culturalmente un ibrido che non appartiene completamente a nessuno dei due mondi che la circondano.

In campo, Le Tissier porta Guernsey con sé senza saperlo. Le sue pause erano riflessione attiva, presenza pura. Un attimo prima invisibile, un attimo dopo incontenibile. Un'eleganza distratta, come chi non si accorge della propria bellezza. Mentre la Premier League accelerava verso la modernità, lui giocava semplicemente con il suo stile.

I gol di Le Tissier rispondevano a domande che nessuno aveva pensato di fare. Non riesci nemmeno a immaginarli prima che accadano. Il sombrero su Mark Wright del Liverpool nell'autunno del 1993 è un gesto che sa più di danza che di dribbling.  Il tiro da trenta metri contro il Nottingham Forest con il pallone che rimbalza una sola volta, il tempo di prendere aria, poi la fionda e l'incrocio opposto. Il pallonetto da trentacinque metri contro l'Aston Villa al minuto 89.

E poi il gol contro il Blackburn Rovers, il 19 dicembre 1994, quello che lui stesso considera il più bello. Tre difensori ipnotizzati da una coreografia che non hanno capito fino a quando la palla era già in rete, con quello strano effetto che sembrava non avere forza ma viaggiava velocissima.

Sedici stagioni. 540 presenze. 209 gol. Una fedeltà che non era romanticismo astratto ma corrispondenza esatta tra un uomo e un luogo. Southampton lo ha amato come si ama qualcuno che ti assomiglia, che  ti porta nel modo in cui cammina, nel modo in cui parla, nel modo in cui guarda il mare la stessa cosa che porti tu.

La nazionale inglese non lo capì mai del tutto. Otto presenze, mai convocato per un grande torneo. L'esclusione dai Mondiali del 1998 fu la ferita più profonda della carriera di Le Tissier. Hoddle gli preferì altri, l'Inghilterra uscì agli ottavi ai rigori contro l'Argentina. Proprio ai rigori. Lui che su quarantotto rigori in carriera ne aveva realizzati quarantasette.

Ma Le Tissier non costruì il suo mito sulla nazionale. Lo costruì su The Dell, partita dopo partita, anno dopo anno. Fuori dal campo era gentile, quasi silenzioso. Si fermava dopo gli allenamenti con i magazzinieri, parlava con i ragazzi delle giovanili, ringraziava i tifosi a uno a uno. Aveva la leggerezza di chi sa che il talento è un dono, non un merito, e che va usato per dare gioia.

Per La Ragione di Stato, ospite di questa puntata, “spiegare Le Tissier a chi non ha visto Le Tissier è veramente difficile, perché è un panda del gioco del calcio. È una figura, a suo modo, unica, irripetibile e irriproducibile, al di là di ogni questione relativa al rapporto con il Southampton (…) Le Tissier era capace di giocate che quel corpo non sembrava consentirgli. Eppure, la capacità coordinativa, il calcio, l’inventiva, la creatività nel modo di mettere la palla in porta, era qualcosa che francamente se non ti piace hai problemi con questo gioco. Definirla arte non è del tutto sbagliato”

Bellezza è verità, verità è bellezza. Keats lo aveva scritto. Southampton lo ha vissuto per sedici anni.

Scopri la serie dedicata ai grandi numeri 10 del calcio

Se ti piacciono queste storie non perderti neanche Diez: l'Atlante dei numeri 10.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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