
Non è il 3-5-2 il problema dell'Italia
Nonostante la convinzione comune, non è (solo) il modulo ad aver arenato la Serie A e l'Italia di Gattuso.
I giorni successivi a una mancata qualificazione a un Mondiale sono diventati, purtroppo, un dejà-vu in Italia, un'abitudine dura a morire; i discorsi sull’inadeguatezza del sistema calcio si sprecano e la cosa buffa è che sono sempre gli stessi, solo con una cassa di risonanza diversa. Tutti sanno quali sono i problemi da anni, eppure nessuno li sa (o li vuole?) risolvere.
In un paese dove appena un problema comune diventa motivo di salotto tutti si sentono la voce della ragione, dove l’individuazione dei colpevoli è sport nazionale più del calcio stesso, a volte forse è bene tornare sul campo: è il caso di dire che la Nazionale è lo specchio di un movimento calcistico a dir poco arretrato e ciò che abbiamo visto sul terreno di gioco è la riproduzione in scala 1:1 di tutto quello che non va nel calcio giocato – ad alto livello – in Italia.
Forse è una buona idea descrivere tutto quello che è successo in queste ultime partite del ciclo Gattuso per andare più a fondo, cercando di capire quali sono le cause di questa atavica rigidità calcistica caratteristica della Serie A e dell'intransigenza di tanti allenatori italiani che poi si trasferisce sui giocatori che vanno a rappresentare il paese. Soprattutto, il dubbio più grande: ma che ci ha fatto il 3-5-2?
Le ultime due partite dell'Italia di Gattuso, nel dettaglio
L’Italia, è bene dirlo, arriva alla sfida con l’Irlanda del Nord con tanta paura e un carico emotivo non indifferente. Gattuso si affida a un gruppo collaudato e un sistema di gioco, il 3-5-2, habitat naturale della maggior parte dei calciatori che proviene da un campionato capace di esprimersi principalmente in questo modo.
La parola chiave delle partite con nordirlandesi e Bosnia? Paura. Sembra evidente vedendo sia la qualità delle giocate che, soprattutto, l’attitudine alla partita, tanto in fase di possesso che in fase di non possesso.
Gattuso ha preparato le gare sulle 3 certezze che caratterizzano il movimento calcistico in Italia: pressione orientata sull’uomo e blocco basso; palla lunga sulle punte, palla al quinto che trova la traccia diagonale diretta verso l’attaccante.

Specialmente nella partita contro l'Irlanda del Nord, è risultato evidente che non siano state preparate altre soluzioni: l’Italia si è scontrata contro un 5-4-1 che ha tolto profondità e le pochissime combinazioni in catena sulla destra, nonostante un Barella sempre molto attivo.
Gattuso, dopo la partita, si è appellato alla difficoltà nel trovare Locatelli dietro la prima linea di pressione avversaria. Aspetto che non è tanto imputabile al giocatore, ma al lavoro della punta nordirlandese che cercava di schermare la traccia verso il centrocampista della Juventus.

La paura si è vista in questi casi: quando la punta non riusciva nel suo intento da pressatore, per sua pigrizia o un giro palla azzurro più veloce, la linea di passaggio si visualizzava in campo, ma comunque l’ex Sassuolo non veniva mai servito.

Da qui si vedeva il "rifiuto" dell’Italia a progredire centralmente col pallone, prediligendo invece soluzioni comode e conosciute verso l'esterno. La soluzione al problema infatti era di facile lettura: una delle mezzali poteva fare un movimento incontro per poi trovare il terzo uomo – Locatelli. Il problema principale è che sia Barella che Tonali venivano utilizzati più come invasori, rimanendo lontani dal play, rendendo impossibile una progressione centrale più "ragionata".
Il risultato? Locatelli si abbassava sulla linea dei difensori per toccare più palloni e provare a costruire, ma i compagni di reparto si erano allontanati. Ecco l'innesco di infiniti possessi perimetrali che tanto ossessionano la nostra Serie A, lasciando l'Italia con 0 opzioni di passaggio (e soluzioni) nei corridoi interni.

Questo è un problema sia per la creazione di gioco che nelle transizioni difensive: la squadra risulta spaccata in due. Se si fosse perso il pallone, la struttura dell'Italia non sarebbe stata abbastanza stratificata per tentare una riaggressione efficace, anzi i costruttori erano lontani dal pallone ed erano costretti ad affrontare la transizione negativa indietreggiando. Più velocemente la palla va avanti, più velocemente torna indietro: a Gattuso forse la terza legge della dinamica non piace, avendo come risultato quello di esporre i suoi giocatori a corse all’indietro pericolose.

Nonostante questo, però, l’Italia arriva alla finale playoff: troppo innocua l'Irlanda del Nord. Contro la Bosnia, Gattuso ripropone la stessa Italia a livello di uomini, seppur il piano gara riesca con più facilità per una serie di fattori. In primis, Dzeko e compagni si orientavano sull’uomo e scoprivano il centrocampo, col trequartista che rimaneva attaccato a Locatelli. Questo favoriva passaggi diretti verso le punte e in generale il gioco più diretto ricercato dagli Azzurri.
Si sono viste alcune combinazioni a due tra le punte in più, con qualche velo dell’attaccante che veniva incontro – spesso Kean – per favorire la ricezione del compagno di reparto.

Il problema, di nuovo, è che non sembrava esserci altra soluzione: l’Italia avrebbe potuto ragionare di più col pallone, trovando combinazioni in fase di costruzione e sfruttando il moto perpetuo di un Barella che aveva approcciato molto bene la partita. Il centrocampista dell’Inter è stato più propositivo nel venire incontro, fungendo talvolta addirittura da primo costruttore. La pressione della Bosnia non era del tutto intensa: tendeva ad andare a disturbare il portiere, per cui si apriva la possibilità di combinare in maniera molto basica col terzo uomo. Eppure, la scelta è stata sempre il lancio di Donnarumma verso Kean.

Se con l’Irlanda del Nord i problemi in fase di non possesso passavano in sordina per lo scarso tasso tecnico avversario, con la Bosnia sono usciti tutti i limiti di una fase troppo prudente per una squadra che partiva con i favori del pronostico.
L’Italia proprio non riusciva a rimanere alta nella sfida a Zenica nonostante qualche giocatore – spesso Locatelli – incitasse i compagni ad alzare il baricentro. Il centrocampista della Juve aveva il compito di schermare la linea di passaggio verso le punte, comportando che fossero solo in quattro – Retegui, Kean, Barella e Tonali – a lavorare attivamente per il recupero del pallone.
Già col 3-5-2 si fatica a scalare sugli esterni con le mezzali, se poi uno dei centrocampisti rimane ancorato davanti alla linea difensiva, diventa praticamente impossibile riottenere il pallone.

Questo ha permesso ai bosniaci di guadagnare campo a dismisura, permettendo ai suoi esterni di puntare l’uomo con continuità e crossare. A fine partita saranno 64 i traversoni piovuti nell'area di rigore azzurra.
Il resto è un’accozzaglia di episodi anche sfortunati, ma il problema è che alla terza occasione dei play-off per qualificarsi al Mondiale, l’Italia avrebbe dovuto imparare che in partite come questa, dove bisogna legittimare la superiorità rispetto all’avversario, l’approccio dovrebbe portare a non permettere agli episodi di farla padrona.
Il discorso dell’inferiorità numerica non regge: l’Italia non ha giocato bene neanche prima dell’espulsione di Bastoni. Il filo comune che ha caratterizzato le ultime due dell'Italia di Gattuso è l'insieme di elementi che perseguitano il calcio italiano da anni: riduzione del rischio, ideologia, rigidità, banalità fatta passare per pragmatismo, pigrizia nel trovare soluzioni alternative, mancanza di ambizione. In una parola, di nuovo, paura.
Sin dove arrivano le colpe di Gattuso?
Detto che i profili calcistici che genera il sistema italiano non soddisfano le richieste del calcio moderno, e ribadito allo stesso modo che in ogni caso l’Italia aveva una squadra migliore della Bosnia, cosa poteva fare di più Gattuso con gli uomini a disposizione? Tante soluzioni, le più immediate, sono state proposte e sono tutte sacrosante: insistere con Bastoni centrale non è una buona idea, Palestra avrebbe meritato di partire titolare, Esposito era molto più in forma Retegui. Ma oltre a questo, in che modo Gattuso avrebbe potuto mettere tutti a loro agio?
Il tempo a disposizione per costruire qualcosa era poco e il 3-5-2 era in effetti l’opzione più sensata, ma proprio a causa del poco tempo avrebbe avuto senso proporre una struttura diversa nelle "posizioni" e nelle funzioni in campo.
Riproponendo Bastoni centrale, si sarebbe potuto fare in modo di sfruttarlo meglio in fase di non possesso: più di una volta si è visto giocare da ultimo uomo dietro il primo costruttore senza una funzione ben precisa. Gattuso avrebbe dovuto mettere vicini i giocatori che si conoscono in modo da sbloccare le catene laterali e contare sulle connessioni pre-esistenti, magari facendo scendere Locatelli a costruire permettendo a Bastoni di allargarsi e giocare più vicino a uno tra Barella e Dimarco.
In questo modo a sinistra si sarebbe ricreata una una catena che gioca a memoria con Calafiori, altro giocatore molto associativo che dà il meglio di sé quando può muoversi "anarchicamente". Non un giocatore che si occupa in prima persona della costruzione, ma che grazie ai movimenti permette ai costruttori di esprimersi al meglio liberandogli gli spazi.

A destra in questo contesto sarebbe stato meglio far giocare Palestra, più autosufficiente di Politano nello spazio che non nello stretto - l'ex Inter ha bisogno di compagni che conosce attorno per esprimersi al meglio, vedasi la connessione napoletana con Di Lorenzo; con Tonali, che avrebbe avuto compiti da incursore, e Mancini, il senso di averlo in campo sarebbe venuto meno.
Siamo ciò che produciamo
Il problema della formazione di Gattuso non è di certo il modulo: si sarebbe potuto fare qualcosa di interessante anche con la stessa disposizione, ma abbinandoci il coraggio di giocare e strategie chiare per fare male all’avversario. Quando si critica il 3-5-2 lo si fa per l’accezione che ne viene data dagli allenatori in Italia: difesa a 3 significa difesa a uomo, blocco medio-basso, quinti atleticamente prestanti ma poveri di iniziativa con la palla, punte poco mobili e mezzali che si inseriscono nello spazio.
In questo senso, il 3-5-2 è indubbiamente un modulo anti-creatività, ma al momento la produzione del calcio italiano ci trascina a questo, con tanto di braccetti sinistri fortissimi ma che se non abituati a giocare in contesti diversi fuori dai club faticano.
Il classico «siamo ciò che mangiamo» spiega bene il concetto. L’Italia può mettere in campo solo giocatori di questo tipo, dunque il problema sta a monte: perché dalle giovanili esce fuori quasi soltanto tipo di calciatori? Sarebbe un discorso troppo lungo da affrontare e non è la direzione in cui si vuole andare in questo pezzo, piuttosto meglio concentrarsi ancora sul problema del modulo.
Quando si chiede se il problema del 3-5-2 sia più offensivo o difensivo, probabilmente diremmo il primo, afferente la produzione offensiva. Tuttavia, in Europa la costruzione a 3 è oramai sdoganata anche nei sistemi difensivi che prevedono un'iniziale linea 4: il modulo è in effetti solo un numero. La struttura di gioco muta in continuazione e se nel resto del panorama calcistico europeo si stanno ancora interrogando sul come scardinare le fondamenta più estreme del calcio posizionale per aggiungere movimento, connessioni e fantasia all’interno del proprio gioco, in Italia siamo ancorati a principi di dieci anni fa.
Gasperini e Conte – il primo con la difesa uomo su uomo e il secondo con gli automatismi diventati Bibbia del 3-5-2 – sono riusciti nell’impresa di semplificare concetti che ai tempi erano all’avanguardia e tiravano fuori il meglio dalle loro squadre - o meglio, tiravano fuori il peggio dalle squadre avversarie. Nello splendido lavoro fatto, però, hanno spianato la strada per un appiattimento totale della varietà tattica del campionato, che si gira e si rigira negli stessi principi da anni, pur con qualche esempio eccezione che, purtroppo, non ha fatto scuola, come il Napoli di Spalletti, l’Inter di Inzaghi, il Bologna di Thiago Motta e il Como di Fabregas.
Ciò che manca è la curiosità, la sperimentazione, la ricerca. Noi italiani siamo allergici al cambiamento perché ci crogioliamo nella nostra presunta superiorità, respingendo ogni tentativo di innovazione mentre il resto del mondo, già anni e anni fa, scardinava in pochi anni tutto ciò che era stato costruito in decenni di gioco del pallone.
A livello tattico, il campionato italiano è la perfetta rappresentazione della povertà degli Azzurri: la stragrande maggioranza delle squadre gioca a 3, e non è questo il problema principale. Piuttosto, lo è la conseguenza nata dalle nostre credenze. Ovvero un calcio che si gioca uomo su uomo, con lanci diretti sulle punte e con questa verticalità (che ci fa pensare di essere scaltri) sia la strada migliore verso il successo, quando invece è solo la più semplice.
Ormai le partite in Serie A seguono un canovaccio ben preciso: squadra A costruisce e squadra B porta una pressione uomo su uomo; squadra A supera la pressione con un lancio verso le punte che proteggono il pallone e scaricano; superato il pressing, squadra B si chiude in blocco medio-basso, con squadra A che non ha le armi per scardinarlo, non trova spazi centrali e allarga la struttura sbattendo spesso contro un muro di gomma. Riprendendo i contenuti tattici delle partite dell'Italia di cui abbiamo parlato prima, è possibile notare la stessa identica tendenza: perché questa è l’eredità che sta lasciando il calcio italiano.
L'ennesima disfatta di questa squadra ha portato alle dimissioni di Gravina, Buffon e Gattuso, che anche dopo la partita hanno continuato a non centrare il punto parlando delle cene fatte, del gruppo, di cuore, continuando a descrivere il calcio da una prospettiva retorica. Hanno parlato anche, come da tradizione all'italiana, di episodi. Alle nuove figure si chiede una cosa: si diffonda la cultura dell'accettazione dell'imprevisto. In Italia si cerca di controllare tutto e questo non fa che ritorcersi contro in un calcio che si sposta sempre di più, in controtendenza, verso il dominio dell'imprevedibilità.
Si diffonda una cultura dove la ricerca possa diventare il mantra di ogni allenatore, senza avere la paura di essere sottoposti alla gogna mediatica da parte degli arroganti che credono ancora di avere la chiave del successo. Bisogna essere curiosi, bisogna voler approfondire il gioco, bisogna cercare modi per non appiattirsi e adagiarsi, altrimenti ogni fallimento non diventerà motivo di rinnovamento, ma di ulteriore abbattimento di una cultura calcistica che, un tempo, faceva scuola in tutto il mondo.
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