
Sottovalutiamo ancora Lautaro Martinez?
Il momento negativo dell'Inter ci dice che l'argentino è ancora più imprescindibile di quanto potesse sembrare.
La stagione dell'Inter è cambiata il 18 febbraio 2026 intorno alle 22:26, in una città di 50 mila abitanti poco al di sopra del circolo polare artico in Norvegia. Nella fatal Bodø, l'ex Milan Hauge trovava la via del momentaneo 2-1 contro Lautaro e compagni, ghiacciati definitivamente pochi minuti dopo, al '64, da un Høgh in forma smagliante. La squadra di Chivu tenterà, invano, di ribaltare il passivo una settimana dopo tra le mura amiche, ma il Bodø avrà altri piani.
Non solo reggerà per tutto il primo tempo. Non solo andrà in vantaggio, ancora una volta grazie ad una rete di Hauge. Ma farà l'impresa: l'1-1 di Bastoni non è bastato, perché il goal di Evjen ha definitivamente portato il gelo norvegese a San Siro suggellando il passaggio del turno del Bodø agli ottavi di finale e condannando la squadra di Chivu.
A incidere sul rendimento nerazzurro in seguito alla pesantissima eliminazione rimediata in Champions League non sarà solo il contraccolpo psicologico che ne deriva da quest'ultima. Come se non bastasse, infatti, nella gara d'andata si è infortunato Lautaro Martinez, costretto ad uscire all'ora di gioco.
L'argentino, da quando è approdato in Italia, ha sempre diviso l'opinione pubblica. Alcuni ne elogiano il carisma, le capacità nel legare il gioco e il fatto di essere uno degli unici, in Italia, a timbrare il cartellino una quindicina di volte a stagione. Altri gli criticano la - paradossale, alla luce di quanto appena detto - incostanza, le caratteristiche piuttosto (o troppo?) specifiche e le prestazioni negative nei big match, un fattore che spesso lo ha condizionato nel corso della sua carriera.
Tuttavia, da quando Lautaro è fermo ai box, l'Inter ha faticato non solo in termini di risultati ma soprattutto per quanto riguarda le prestazioni offerte. Dal 10 febbraio i nerazzurri hanno vinto con Lecce e Genoa; pareggiato con Como, Atalanta e Fiorentina; perso nuovamente col Bodø e nel derby con il Milan. Non solo: nelle partite appena elencate, l'Inter messo a segno l'esiguo bottino di 7 reti in altrettante uscite, di cui 4 segnate con Genoa e Lecce e solo 2 reti su 7 portano la firma di un attaccante. In entrambi i casi, quella di Esposito.
Un rullino di marcia tutt'altro che esaltante, per usare un eufemismo, che dice molto dell'importanza di Lautaro nello scacchiere di Chivu. Sul momento di difficoltà dell'Inter pesano anche altri fattori: gli infortuni di altre pedine importanti certamente non aiutano (vedasi il raffazzonato attacco schierato contro il Milan, con Esposito e Bonny titolari senza cambi di ruolo). I limiti strutturali della rosa sono evidenti, con molti giocatori arrivati evidentemente a fine ciclo che continuano a tirare la carretta perché la dirigenza non è riuscita a soddisfare le reali esigenze dei nerazzurri nel corso del mercato estivo e di quello invernale.
Se poi ci aggiungiamo che le colonne portanti di questa Inter stanno venendo meno nel momento del bisogno, Barella e Thuram su tutti, vien da sé che i meneghini stiano arrancando nei mesi clou della stagione. Tornando alla (sottovalutata?) influenza di Lautaro sull'Inter, però, quest'ultima introduce due temi che meritano di essere approfonditi: il gioco nerazzurro e la composizione della rosa.
Troppa verticalità?
Da quando l'Inter e Conte hanno preso strade diverse ed è iniziata l'era-Inzaghi, una delle caratteristiche che rendevano i meneghini una squadra difficile da gestire senza la palla era la capacità di riuscire ad aggirare con efficacia chirurgica la pressione alta e a uomo. Non a caso, per anni l'Inter è stata la nemesi dell'Atalanta di Gasperini, che faceva di questo tipo di pressing il proprio pane quotidiano - già ai tempi dei confronti della Lazio inzaghiana, il mismatch era sempre di complicata lettura per i bergamaschi.
Il continuo movimento riusciva ad eludere le marcature più strette, mandando fuori giri il tentativo degli avversari di interrompere l'azione. Non era raro vedere Acerbi o De Vrij buttarsi in avanti, occupando lo spazio liberato dal movimento di un compagno più avanzato; le mezz'ali, Barella e Mkhitaryan, coprivano i movimenti dei braccetti, talvolta anche quelli fatti dal lato opposto del campo; e via discorrendo. Le continue rotazioni rendevano l'Inter una squadra spettacolare ed efficace, come poche se ne sono viste negli ultimi anni in Italia. Simone Inzaghi ha portato i suoi a disputare due finali di Champions League, perse entrambe.
Una figura estremamente importante all'interno di questo stile di gioco era ed è Lautaro Martinez. L'argentino è un giocatore utilissimo nell'uscita dal basso: una volta ricevuto il pallone, grazie al suo intuito e al senso della posizione, riesce spesso a saltare l'uomo partendo da spalle alla porta e a destabilizzare il marcatore con controlli orientati, finte e contro-finte. Forse le partite in cui è più riuscito a dimostrare le proprie capacità in tal senso sono state quelle col Bayern Monaco nel 2024/25 in Champions League.
Con Lautaro Martinez fermo ai box, i due titolari nel 2026 sono stati Thuram ed Esposito. Un po' per status, un po' per periodo di forma: il primo è considerato una delle colonne portanti nella rosa dell'Inter; il secondo è uno degli unici giocatori nerazzurri che, attualmente, la buttano dentro; Bonny, invece, in seguito ad un inizio di stagione scoppiettante, è calato di rendimento, trovando meno spazio.
La coppia formata da Thuram ed Esposito è potenzialmente affiatata e funzionale: i due possono dare all'Inter fisicità, velocità e, nel complesso, una discreta qualità tecnica, ma nell'effettivo sta funzionando poco. In particolare, non riescono ad incidere proprio nella dinamica di gioco che contraddistingue Lautaro, ossia aiutare la costruzione palla a terra. Con una frequenza sempre maggiore, infatti, l'Inter cerca la verticalità, facendo fatica ad imbastire trame elaborate. E questa tendenza è certificata dai numeri.
Secondo Sofascore quest'anno l'Inter ha tentato in media poco più di 31 lanci lunghi a partita. Da quando Lautaro si è infortunato, solo in due casi questo numero si è avvicinato alla media stagionale (con il Lecce, 35, e con il Genoa, 30) - le due partite con gli avversari, sulla carta, più agevoli. Nelle partite con squadre di pari livello, in fiducia o che pressano alte, invece, questo numero è aumentato se non raddoppiato. In due casi il numero di lanci lunghi ha superato ha superato quota 40 (con Milan e Como, rispettivamente 44 e 46) e in altri tre si è aggirato intorno alla soglia dei 60 (Atalanta, 57; Fiorentina, 60; Bodø, addirittura 64).
Il trend è chiaro: senza Lautaro, l'Inter fatica a tenere palla. Bonny potrebbe ovviare a questo problema, essendo un calciatore maggiormente votato a legare il gioco, ma al momento non pare un'opzione percorribile. Probabilmente questa tendenza è dovuta anche al fatto che, per sfruttare la fisicità di Thuram ed Esposito, la ricerca della palla lunga può mettere in risalto le loro qualità nella ricezione spalle alla porta. Ma non è un caso se, ultimamente, l'Inter non è più stata la stessa e ha faticato ad imporsi come le riusciva nei mesi passati.
Una squadra mono-tematica
Lo stile di gioco visto con Inzaghi, come qualsiasi altra impostazione tattica, aveva i suoi pro e i suoi contro. La coralità dell'Inter rappresentava, a volte, un limite dei nerazzurri: per far sì che tutto funzionasse era necessario che ogni singolo ingranaggio fosse ben oliato. Bastava che qualche tassello fosse fuori forma, acciaccato o assente e il meccanismo poteva risultare arrugginito, poco fluido.
Ma i vantaggi di questa struttura tattica, nel caso dell'Inter, schiacciavano nettamente quelli negativi, proprio per come era costruita la rosa. La seguente frase è diventata quasi un ritornello, ma rispecchia la verità: nell'organico dell'Inter non ci sono giocatori- o sono pochissimi - che saltano l'uomo, che ti risolvono la partita o che sono capaci di vincere un mismatch. In poche parole: l'Inter è carente di giocatori autosufficienti. E in un calcio fatto di duelli, questo fattore pesa.
Gli unici tre in tal senso, probabilmente, sono Thuram, Dumfries e Bisseck. Tuttavia, il neerlandese negli ultimi due anni ha avuto qualche infortunio di troppo, giocando relativamente poco; l'ex Colonia, per ovvie ragioni, ha un'influenza limitata in termini offensivi essendo un difensore; il francese, dal canto suo, pare attualmente l'ombra di se stesso.

È per questi motivi che l'Inter, più di ogni altra squadra, necessita che tutti siano sempre al massimo delle loro possibilità. Non ci sono giocatori alla Rabiot, che abbinano forza e velocità, dominando da soli a centrocampo; giocatori alla Yildiz, capaci di accendersi in un batter d'occhio e creando gli spunti necessari quando il resto della squadra non gira; giocatori alla Palestra, in grado di abbinare qualità, quantità e presenza fisica sulla fascia.
C'è Barella, una mezz'ala che in un sistema ben strutturato può rendere alla perfezione ma che non si può, anche per caratteristiche fisiche, caricare la squadra sulle spalle; c'è Zielinski, forse l'unico insieme a Luis Henrique che, grazie al dribbling, può far saltare gli schemi, ma di sicuro non fa di quella caratteristica il suo punto di forza principale; c'è Dumfries, ma l'ex PSV è tanto forte e dominante fisicamente quanto deficitario tecnicamente.
A questa quasi totale mancanza di giocatori indipendenti, si aggiunge un altro fattore: l'Inter è una squadra che deve necessariamente svecchiarsi. Quella nerazzurra è la seconda rosa con l'età media più alta della Champions League 2025/26, dopo il Pafos e subito prima del Napoli. La dirigenza dei meneghini procrastina sempre, si affida sempre all'usato sicuro, non ha mai il coraggio di prendere il toro per le corna e dare una svolta - anche a costo di sacrificare giocatori importanti ma, che all'interno di questo ciclo, hanno fatto il loro tempo.
E l'età media non è solo un numero astratto, in un calcio in cui i calendari sono intasati e nel quale, per star dietro alle grandi squadre e ai ritmi che alcune squadre ti impongono, devi essere fresco. Non è un caso se l'Inter perde quasi tutti i big match, faticando in quelle partite in cui, talvolta, la superiorità tecnica e tattica può non bastare. Quelle partite dove essere riposati, leggeri di testa, e avere la consapevolezza che puoi prevalere sull'avversario anche senza giocare il tuo calcio migliore può fare davvero la differenza.
Se si combinano i due elementi - la mancanza di giocatori autosufficienti e le difficoltà dell'Inter di reggere le partite più intense -, vien da sé che ogni tassello diventa imprescindibile. A maggior ragione se parliamo del capocannoniere del campionato, che con tutti i suoi limiti rappresenta comunque un giocatore unico per l'Inter, essendo l'attaccante che più si avvicina all'essere una seconda punta.
L'ex Racing, infatti, incarna alla perfezione i punti di forza e le debolezze dell'Inter. Di per sé, Lautaro non è un calciatore predisposto a vincere i duelli: non è alto, spostarlo è tutt'altro che impossibile (anche se il baricentro basso, talvolta, può aiutare), in velocità viene sempre recuperato. Ed è proprio per questo che fatica anch'esso nei big match, quando i ritmi si alzano. L'unico modo che ha per prevalere su un avversario di pari livello, per il #10, è essere in forma smagliante e anticipare il marcatore con movimenti e giocate che quest'ultimo non si aspetta. Oppure, grazie alla coralità della squadra.
Se poi, a tutto ciò, ci si aggiunge che gli altri giocatori cardine dell'Inter - Thuram su tutti - calano di rendimento proprio nel momento in cui dovrebbero essere loro ad illuminare la strada, vedere la luce in fondo al tunnel risulta ancora più difficile.
Replicare il percorso fatto nel 2024/25 in Champions League, che ha visto l'Inter eliminare due mostri sacri del calcio europeo come Bayern Monaco e Barcellona, era praticamente impossibile. Tuttavia, ce ne passa di acqua sotto i ponti tra fare una doppia impresa del genere e uscire perdendo due partite su due con il rispettabilissimo, ma comunque inferiore Bodø/Glimt.
Proprio da quel momento in poi l'Inter non si è più ritrovata e tra le cause di questo improvviso smarrimento vi è proprio l'infortunio di Lautaro. Il cuscinetto di 6 punti che separa Inter e Milan, in campionato, rappresenta un appiglio che permette alla squadra di Chivu di guardare al futuro senza dover fare allarmismi prematuri, ma il passo falso che potrebbe riaprire definitivamente i giochi è dietro l'angolo. Proprio per questo, e per tutti i motivi elencati, il ritorno in campo del nativo di Bahía Blanca è più che mai di fondamentale importanza.
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