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Inter
, 2 Aprile 2026

3 modi in cui l'Inter può perdere lo Scudetto


Cronaca profetica di una morte (quella dell'Inter) già annunciata.

Nel 1905, lo Stato Maggiore dell’esercito dell’Impero tedesco mise a punto il “Piano Schlieffen”, la strategia che avrebbe dovuto permettere alla Germania del Kaiser Guglielmo III nello scenario di un’ipotetica guerra europea, per sconfiggere in poche settimane il nemico francese a ovest per poi rivolgere tutta la propria potenza di fuoco verso l’Impero russo, evitando così di essere schiacciata in una guerra su due fronti. A Berlino, tutti davano per scontato che quella guerra, prima o poi, sarebbe arrivata. Contro quegli specifici nemici, secondo quelle precise dinamiche che il Piano tentava di sistematizzare e descrivere.

L’unica incognita, perché nessuno sarà in grado di controllare lo scorrere del tempo — se non sanguigni e irsuti telecronisti del calcio italiano -, risiedeva nel quando quella guerra sarebbe scoppiata. Gli anni che precedono la Prima guerra mondiale appaiono come una lunga rincorsa a indovinare il momento esatto in cui il conflitto sarebbe deflagrato, a cercare d’incasellare in una finestra temporale definita qualcosa che sarebbe arrivato senza degnarsi di chiedere appuntamento.

Mentre scrivo questo pezzo, mi sembra di avvertire che il mio stato d’animo sia molto simile a quello di Schlieffen e di tutti gli alti comandi tedeschi che, in quegli anni febbrili, si dedicarono ad aggiornare quel piano che, in fin dei conti, non sarebbe servito ad altro se non a regalare loro l’illusione di poter controllare l’incontrollabile, di poter governare la seconda creazione umana più imponderabile fra tutte: la guerra.

La prima, com’è notorio, sono i campionati di calcio. La Serie A, per esempio.

La Serie A 2025/26, appena qualche settimana fa, con tutte le fanfare del caso, sembrava essersi ufficialmente conclusa con l’assegnazione del titolo alla squadra più forte, che godeva di un vantaggio a due cifre sulla prima inseguitrice. Ora, invece, ci si ritrova a rimettere in palio un titolo strappato in modo sanguinoso dalle grinfie di una squadra che è stata campione d’Italia per appena un paio di settimane.

Che l’Inter sia destinata a perdere, definitivamente, lo Scudetto, mi appare ovvio quanto lo scoppio della Grande Guerra doveva apparire inevitabile ai militari tedeschi d’inizio Novecento. E fin qui potrebbe anche trattarsi del solito, atavico pessimismo. Il problema è che, ormai, non sono l’unico a pensarla così. Che il destino della squadra di Chivu sia già segnato emerge dalle dichiarazioni dei giocatori e dell’allenatore nei post-partita, dal maniavantismo della dirigenza, dai discorsi di opinionisti che parlano di rimonte mirabolanti.

Rimonte che, fino a poche settimane fa, gli stessi ritenevano impossibili quanto una vittoria del centrosinistra alle elezioni 2027. Lo si capisce dai giochi mentali in cui si lanciano certi allenatori avversari che, fiutato l’odore del sangue, parlano di Scudetto con più nonchalance di quanto facessero quando erano loro i favoriti assoluti. È sempre così: quando il predatore avverte l’incertezza della preda, smette di nascondere i denti. E dopo l'ennesimo pareggio contro la Fiorentina, la caccia non può che considerarsi aperta.

L’Inter, insomma, ha perso anche questo Scudetto. Come Schlieffen nel 1905, non mi resta altro da fare che capire quando questo avverrà. Poiché il calcio, come detto, è molto più imprevedibile di qualsiasi guerra mondiale, c’è bisogno anche di capire come e perché l’inevitabile accadrà. Per questo motivo, attingendo alle immense risorse strumentali e finanziarie di Sportellate (ironico, ndr), avvalendomi di sofisticati algoritmi per l’analisi dei dati e ponderando con scrupolo i risultati che mi sono stati consegnati, ho elaborato tre scenari, tutti ugualmente probabili e altamente precisi.

Tre scenari nei quali la realtà ci consentirà di andare dal punto A al punto B: da questa situazione di caccia alla volpe fino al momento in cui la sua pelliccia sarà ormai conciata; dal primato traballante dell’Inter all’istante in cui i nerazzurri perderanno, per l’ennesima volta, uno Scudetto apparentemente già conquistato. Chiamatelo “Piano Allegrini”, se volete. Bisogna soltanto capire quale di questi scenari finirà davvero per concretizzarsi.

SCENARIO NUMERO 1 - NON C'È DUE SENZA TRE

La mattina del Sabato Santo, mentre la maggior parte dei tifosi interisti si appresta a fare i conti su quanti chili di salsiccia sia opportuno acquistare in vista di Pasquetta, arriva una notizia tanto imprevista nella tempistica quanto nel contenuto: Cristian Chivu viene esonerato, senza concedere all’ex bandiera del Triplete neppure il beneficio del dubbio di allenare l'Inter un’ultima volta in casa contro la Roma.

Oaktree prende questa decisione estrema di fronte all’altrettanto estremo male di una squadra fuori controllo, depressa e immersa in una situazione divenuta ingestibile per un allenatore esordiente. Ma ciò che davvero fa rabbrividire i tifosi nerazzurri, nonostante il pallido sole del weekend pasquale, è il nome del sostituto.

Un video registrato alla rinfusa da Inter Media House, palesemente ritoccato con l’intelligenza artificiale annuncia al mondo il terzo ritorno di Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter, prima ancora che si sia concretizzata la seconda venuta del Signore Gesù. Nella prima conferenza stampa, Mancini si presenta offrendo ai giornalisti un cesto di vimini ricolmo di primizie e doni della terra marchigiana, accompagnato da una singola forma di ’nduja a mo’ di sfottò verso allenatori calabresi a lui preferiti nella corsa alla guida della Nazionale.

Il calcio, così come il viso di Mancini, non sembra essere invecchiato di un minuto. Nella sfida contro la Roma, il Mancio schiera un 4-4-2 d’emergenza che riporta un’altezza media prossima al metro e novanta. Davanti alla linea difensiva composta da Akanji, Bisseck, Acerbi e Bastoni, ecco un centrocampo epurato da Çalhanoğlu e Zieliński, troppo tecnici e troppo poco dinamici per il giuoco muscolare del Mancio.

Il risultato è un undici che sembra uscito da un’assemblea di condominio dell’Europa orientale: Bonny e Diouf adattati esterni di centrocampo, davanti una coppia d’attacco pesantissima formata da Lautaro Martínez e Pio Esposito, chiamati a interpretare il calcio secondo i principi più semplici e ancestrali: correre, saltare e colpire.

Eppure, in piena sintonia con l’atmosfera mistica di Pasqua, il Dio del Calcio concede a Mancini una vera e propria grazia: prendendo esempio da Gesù Cristo, Thuram resuscita dai morti e risolve, a metà della ripresa, una partita nervosa e contratta. Sommer para anche un rigore a Malen. L’Inter sembra davvero tornata sui binari giusti, grazie a una vittoria che restituisce morale e verve a un ambiente depresso. Una settimana più tardi arriva addirittura un successo 0-2 sul difficile campo del Como.

Dietro ai nerazzurri, nel giorno di Pasquetta il Napoli di Conte riesce a piegare il Milan e a superarlo al secondo posto, regalando così un ulteriore punticino di vantaggio alla capolista. 7 punti di margine, 6 partite rimanenti e 2 vittorie convincenti sembrano fugare ogni dubbio dalla mente del mondo interista. Ed è proprio in questo momento che le cose iniziano a incrinarsi. Sentendosi il Tricolore già in tasca, l’Inter tira per l’ennesima volta i remi in barca.

Il giorno dopo la vittoria con il Como, Mancini concede 3 giorni di riposo ai suoi ragazzi per poi volare, insieme a Matteo Renzi, a Riyadh, impegnato a sponsorizzare la ricostruzione saudita del Golfo Persico dopo i bombardamenti iraniani. Al rientro, contro il Cagliari, l’Inter scende in campo in ciabatte: Folorunsho e Sebastiano Esposito firmano la rimonta nel secondo tempo e strappano un pareggio.

Il giorno successivo, un Napoli in trance come una manica di dervisci travolge la Lazio 5-0. La 33° giornata anticipa il copione delle successive: il Napoli travolge Cremonese, Como e Bologna grazie a uno straripante McTominay; l’Inter pareggia contro Torino, Parma e Lazio, erodendo inesorabilmente il vantaggio e rinverdendo i fasti della “pareggite” tipica della prima Inter di Mancini.

All’alba della penultima giornata, la classifica vede un solo punto separare Inter e Napoli, entrambe impegnate in un duello serrato. In modo sorprendente, ai nerazzurri capita tra le mani il match point: il clamoroso successo di un Pisa già retrocesso sul Napoli, deciso da un gol di Albiol, offrirebbe all’Inter la possibilità di chiudere ogni discorso. Ma la squadra di Mancini si fa recuperare nel finale dall’Hellas Verona: Bernède, dalla distanza, risponde al vantaggio illusorio firmato Frattesi.

Si arriva all’ultima giornata con l’Inter in vantaggio di 2 punti sul Napoli. Per una settimana, il dibattito pubblico italiano si concentra su quando far disputare le ultime partite in vista di un possibile spareggio. La discussione si esaurisce quando diventa evidente che Bologna-Inter ha un’aura talmente tragica da rendere superflua qualsiasi previsione alternativa.

Il giorno della partita, gli interisti scendono in campo con la rassegnazione di un eroe tragico diretto incontro al proprio destino; a Napoli iniziano già a circolare le prime medaglie celebrative. Nessuno, in fondo, sente davvero il bisogno di proteggersi con riti apotropaici. Non c’è alcun finale a sorpresa: questa Inter non è in grado di vincere una partita decisiva al Dall’Ara, tanto meno una finale Scudetto mascherata.

A 3' dalla fine, mentre il Napoli batte l’Udinese con una doppietta di Alisson Santos, arriva il colpo definitivo: Orsolini realizza un calcio di rigore causato da un braccio troppo largo di Bisseck e spegne anche l’ultima illusione nerazzurra. Per la 3° volta in 5 anni, l’Inter perde lo Scudetto a Bologna.

Il lunedì successivo, Napoli celebra. Il Comune e l’Arcivescovado invitano ufficialmente Orsolini ai festeggiamenti: il sindaco Manfredi gli conferisce la cittadinanza onoraria e le chiavi della città, mentre l’arcivescovo raccoglie simbolicamente il suo sangue per conservarlo accanto a quello di San Gennaro. Un sangue destinato a coagularsi ogni anno, a differenza di quello dei tifosi interisti, ormai troppo saturo di bile per consentire qualsiasi forma di miracolo.

SCENARIO NUMERO 2 - DI MUSO CORTO, ANZI CORTISSIMO

Al rientro dalla sosta per le nazionali, impegnate nei playoff mondiali, l’Inter torna in campo contro la Roma senza dare la minima impressione che le due settimane di pausa abbiano prodotto alcun effetto positivo. L’eliminazione nella finale dei playoff contro la Bosnia-Erzegovina ha gettato Barella in uno stato catatonico, ha condotto Dimarco alla follia e ha persino spinto il Governo italiano a offrire Esposito e Bastoni come ostaggi agli ayatollah in cambio della riapertura dello stretto di Hormuz.

L’infermeria non si è svuotata. Capitan Martínez continua a lamentare un atroce fastidio al polpaccio sinistro; Hakan Çalhanoğlu, esasperato dai continui problemi muscolari, decide di porre fine in modo brusco e improvviso alla propria carriera da professionista. L’annuncio arriva come un fulmine a ciel sereno: si candiderà alle elezioni turche del 2028 con l’AKP di Erdoğan, insieme ad altre vecchie glorie del calcio turco con un passato interista (Emre Belözoğlu e Caner Erkin, nello stesso collegio in cui, per il CHP, si presenterà addirittura Hakan Şükür).

Contro la Roma, l’Inter non ne ha a sufficienza. Chivu si affida giocoforza a Frattesi e Thuram, una coppia d’attacco che, dopo appena 45', spinge il Governo svizzero a richiedere un’urgente revisione della Convenzione di Ginevra, e alle parate di Sommer che, per l’occasione, decide di scendere in campo senza guantoni. A Gian Piero Gasperini, tutto questo non pare vero.

La Roma trita la piccola Inter come il pecorino sulla gricia - notoriamente più buona della normale amatriciana, si può discutere invece sui favori rispetto a una buona carbonara - e la travolge con un 3-0 firmato Cristante, Pellegrini e Mancini. Il risultato porta il Milan, vittorioso a Napoli, a soli 3 punti dall’Inter, il Gasp a fare il bagno nella Fontana del Tritone e Tikus Thuram a partecipare ai lavori per la costruzione del nuovo San Siro. Marotta esercita fortissime pressioni affinché il francese venga murato vivo in uno dei primi piloni del nuovo stadio, il primo nella storia a essere costruito con materiali biodegradabili.

Dopo il tracollo coi giallorossi, accade qualcosa che nessuno, in un ambiente interista ormai devastato dalla paranoia, avrebbe più ritenuto possibile: l’Inter, anziché morire, si rifiuta. E lo fa nel modo più umiliante possibile per la narrativa moderna del calcio: non grazie ai giovani, ai prospetti, ai ragazzi terribili, ai talenti in rampa di lancio o a qualche under 23 feticcio dei “tifosi contabili”, ma grazie ai vecchi. Ai reduci. Ai sopravvissuti. A quelli che, secondo i piani alti, avrebbero già dovuto essere consegnati alla naftalina, al golf e ai tornei di padel con gli sponsor.

Un segretissimo patto di spogliatoio, aperto esclusivamente a coloro che erano già in vita all’epoca della partenza di Craxi per il suo esilio in Tunisia, sancisce l’inizio della Restaurazione interista: al trono e all’altare si sostituiscono il 5-3-2 e i blocchi bassi. Basta con le follie woke della riaggressione alta, della costruzione dal basso e dei braccetti che si sganciano. A capo di questa controrivoluzione si collocano un Mkhitaryan rinato dopo le beghe muscolari di marzo e la nuova difesa titolare dell’Inter, gli highlander Acerbi, De Vrij e Darmian.

Sono loro a epurare definitivamente Bastoni, lasciato nelle mani degli ayatollah, Akanji — che risolve il contratto in attesa di accasarsi al Milan — e Bisseck, cui viene affidato il prestigiosissimo compito di accompagnatore della gerontocrazia nerazzurra, affinché possa finalmente utilizzare a dovere quelle sue dannate braccia.

La notte che precede Como-Inter si colora delle stesse tinte della Notte dell’Immacolata 1970, solo che, questa volta, il golpe riesce. Acerbi e Mkhitaryan sequestrano e avviano la rieducazione dei giovani Diouf, Sučić e Bonny; De Vrij e l’inaspettato capo della rivolta, Darmian, fanno visita a Chivu proponendogli, in sostanza, la stessa alternativa che Escobar era solito offrire alle sue vittime. Il tecnico non può fare altro che accettare, un fantoccio manovrato dai capi della rivolta.

Il colpo di spogliatoio dei vecchietti interisti ha successo: i nerazzurri battono 0-1 il Como, espugnando il Sinigaglia con posizioni medie simili a quelle di un grafico della crescita del PIL italiano, un baricentro bassissimo e una rete di testa su calcio d'angolo di Dumfries, da subito individuato dai leader controrivoluzionari come il braccio armato della reazione. Con lo stesso canovaccio, l'Inter batte Cagliari, Parma e Torino, conservando nel rush finale quel prezioso cuscinetto di 3 punti che la separano da un Milan che sembra procedere a tappe forzate di vittoria in vittoria, rigorosamente conquistate con reti siglate dopo l'85' di tibia, perone, anca e muscolo pelvico.

Il dramma nerazzurro si consuma, come da tradizione, a maggio, come da tradizione contro la Lazio, come nel 2025, come nel 2002. La squadra di Sarri, che appena un paio di mesi prima aveva regalato una boccata d’ossigeno all’Inter battendo il Milan, si riprende con gli interessi tutto ciò che aveva concesso alla squadra di Chivu. Al 5' del primo tempo, un retropassaggio fuori misura di Zieliński coglie impreparato il Líder Máximo Darmian, che spalanca il campo a Daniel Maldini, il quale con un rasoterra ben angolato supera Sommer e porta avanti gli aquilotti.

Per i successivi 85', l’Inter prende d’assalto la metà campo avversaria, ma con la stessa sterilità di santa Elisabetta e san Zaccaria, senza riuscire a concretizzare una mole impressionante di possesso palla che si infrange contro la difesa sarrista, ordinata e impenetrabile. Il settore ospiti dell’Olimpico, nonostante il tepore serale della primavera romana, si gela in un silenzio irreale; da San Siro arriva la notizia dell’autogol di Musah che, allo scadere, consegna al Milan il vantaggio sull’Atalanta.

A due giornate dalla fine, Inter e Milan sono prime a pari punti. E lì resteranno fino alla fine, visto che entrambe riusciranno a vincere le due partite rimanenti, compresa l’Inter che espugna inutilmente il Dall’Ara di Bologna. Per la prima volta dal 1964, lo Scudetto verrà assegnato per mezzo dello spareggio.

Sull’andamento del Derby di Milano più importante della storia non mi dilungherò troppo. Potreste tranquillamente recuperare la replica del derby del marzo 2026, o di quello del novembre 2025, o di quello del 2 febbraio 2025, o di quello del settembre 2024. L’Inter, nonostante le parole d’ordine retoriche e vagamente fascisteggianti del collegio dei saggi al governo della squadra, entra in campo con lo stesso stato d’animo che avrebbe potuto avere don Abbondio alla vista dei bravi.

Il Milan si presenta con la stessa sicumera di Cruijff e del suo Barcellona prima della finale di Coppa dei Campioni 1994, senza però dover scontare gli stessi peccati di hybris. Finisce 1-0, rete di Adrien Rabiot che ribadisce in porta un tiro maldestro di Fofana respinto da Sommer direttamente sui piedi del francese.

Per Massimiliano Allegri sarà l’apoteosi della sua visione calcistica e filosofica della vita: un campionato vinto come una sua classica partita, di un solo gol e neanche di un solo punto, di cortissimo muso. Per l’Inter, invece, la sconfitta cancella ogni ricordo del 5-1, dell’Euroderby e degli Scudetti vinti in faccia ai rivali. Il ritorno dall’Iran di Esposito e Bastoni dà il via a un’ennesima rivoluzione interna, che finisce per epurare i gagliardi vecchietti, rei di aver condotto l’Inter alla peggiore umiliazione della sua storia. Almeno fino a questo momento.

SCENARIO NUMERO 3 - TUTTA COLPA DELLE TOGHE ROSSONERE

Oltre alla corsa Scudetto, c’è stato un altro evento che in questi giorni ha tenuto il Paese con il fiato sospeso e lo ha diviso (quasi) a metà: non tra interisti e anti-interisti, ma tra No e . Che cosa c’entra il referendum del 22 e 23 marzo con la stagione dell’Inter? Se si parla di giustizia, di cupole, di criminali, di processi penali, di collusioni mafiose e di derive illiberali della democrazia, il collegamento con la Marottese è rapido e immediato.

La squadra degli impuniti, dei prescritti e dello smoking bianco, nei mesi antecedenti al referendum, ha avuto una fottuta paura della vittoria del No, perché avrebbe avuto due conseguenze disastrose per tutto il mondo nerazzurro. Vi siete mai chiesti che fine abbiano fatto i soldi delle cessioni di Lukaku, Onana e di tutti gli altri ex interisti andati via nelle scorse stagioni, oltre ai faraonici premi incassati grazie alle due finali di Champions League e alla partecipazione al Mondiale per Club?

Tutti, e dico tutti, i fondi sono stati dirottati a favore del comitato promotore del , permettendo ai sostenitori della riforma Nordio di agire nell’ombra per influenzare e manovrare l’opinione pubblica italiana in vista dell’appuntamento decisivo. Il denaro che l’Inter avrebbe dovuto spendere per l’acquisto di un sostituto di Acerbi o di un vice Dumfries è stato dirottato verso altre operazioni: il pagamento dei migliori autori, sceneggiatori e compositori, con la missione di disseminare messaggi subliminali nello scenario pubblico e culturale.

Che questi messaggi fossero nascosti dentro canzoni di enorme popolarità o impressi in mastodontiche scritte sui muri, poco cambiava: l’importante era orientare il subconscio collettivo e piegare la volontà dell’elettorato. La vittoria del No ha significato lo sperpero infruttuoso di tutte le liquidità che la società nerazzurra aveva faticosamente accumulato nel corso degli ultimi 5 anni, quasi togliendosi il pane di bocca e la speranza dall’animo dei tifosi.

La seconda conseguenza è ancor più grave. La battaglia referendaria è stata persa e, come dice un vecchio detto russo, quando si taglia il legno volano i trucioli. Non sono soltanto ministri, sottosegretari e pezzi grossi della maggioranza a pagare il prezzo di una battaglia elettorale persa senz’appello, ma soprattutto gli esponenti e i demiurghi di quella cupola che per anni ha saldato il mondo del potere politico-istituzionale a quello del tifo interista.

Nei giorni immediatamente successivi alla vittoria del No, i vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati danno il via a un’enorme campagna investigativa nei confronti dei principali esponenti della maggioranza di governo. Inebriati da un successo tanto insperato quanto liberatorio, si vedono privati di ogni freno inibitore e si abbandonano alla ricerca della vendetta con la stessa determinazione di tanti John Wick in toga. Un nuovo approccio interpretativo da parte dei giudici ribalta come un calzino la precedente giurisprudenza in materia di applicazione della legge Scelba del 1952.

In tutto il Paese si scatena così la caccia a nostalgici, apologi del fascismo e possessori, a vario titolo, di calendari del Duce, portachiavi littori, bottiglie di amaro Eia Eia Alalà e, soprattutto, di busti di Mussolini (non Romano Floriani, ma Benito) in qualsiasi ordine di grandezza. Il 6 aprile, in quella che verrà ricordata come la Purga di Pasquetta, vengono arrestati tutti i reduci più in vista del Movimento Sociale Italiano: da Gianfranco Fini a Maurizio Gasparri fino ad arrivare al Presidente del Senato Ignazio La Russa.

La Russa viene sorpreso nella sua abitazione mentre tenta di disfarsi, gettandoli nel wc del bagno, di dodici chili di “Pasta del Duce” (cottura 13'). Il suo arresto comporta l’immediato crollo dell’imponente apparato collusivo interista che, per decenni, ha governato il nostro Paese e il nostro calcio. Nella cassaforte della sua casa vengono infatti rinvenuti gli elenchi degli iscritti alla loggia massonica "P5(a zero)".

Paolo Bonolis, Enrico Mentana, Amadeus, Carlo Cottarelli, Madame e Tananai: nel giro di ventiquattr’ore la magistratura rossonera — o rossa(nera), a seconda dei punti di vista — sembra rivivere i fasti del 1992, mentre fioccano avvisi di garanzia e misure cautelari. Il tintinnar delle manette riecheggia come il suono di campane a festa dall’Alpe alla Sicilia. Ma è solo l’inizio.

La mattina del 13 aprile, mentre gli italiani onesti e anti-interisti si alzano per andare a scuola e al lavoro, i supereroi della magistratura colpiscono al cuore il Leviatano interista. Le immagini di Giuseppe Marotta, scortato in manette da due teste di cuoio fuori dal suo appartamento milanese, fanno il giro del mondo: a nulla vale il cappotto calato sui polsi nel tentativo di nascondere l’onta. In tutta Italia, cortei spontanei di persone festanti invadono le piazze recando cartelloni inneggianti a Calamandrei, Impastato e Mauro Suma.

Come ai tempi del processo Edimont, i milanesi onesti fanno la fila fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano per assistere alle udienze del Processo alla cupola neroazzurra, che nei giorni successivi vedrà alla sbarra nomi eccellenti come Massimo Moratti, Tronchetti Provera e Beppe Sala. Negli stessi giorni, il Governo, nel tentativo di intercettare l’onda emotiva manettara che travolge il Paese, adotta un decreto-legge che istituisce il reato di simulazione calcistica, con speciali effetti retroattivi.

Barella, Thuram e Lautaro Martínez vengono immediatamente trasferiti nel supercarcere dell’Asinara, riaperto per l’occasione. Per Alessandro Bastoni si decide di fare un esempio. Viene istituito un apposito “Treno dell’Onestà” per permettere a tutta la Penisola di recarsi a impartire pagaiate sul sedere all’ex difensore di Atalanta e Parma: da Trieste a Mazara del Vallo, fa riscoprire agli italiani il piacere perverso e mai sopito delle punizioni corporali. Nonostante le 13 condanne della CEDU, l’operazione si rivela un enorme successo mediatico per il Governo.

In tutto questo, c’è pur sempre da giocare a calcio. Ma in quali condizioni? Con una rosa decimata dagli arresti - Chivu e Javier Zanetti sono costretti a rimettersi gli scarpini — e privata delle protezioni politiche necessarie, l’Inter perde tutte e 8 le partite rimanenti in campionato. Lo Scudetto finisce al Milan, con due punti di vantaggio sul Napoli, al quale verrà comunque assegnata l’appositamente istituita “Coppa dell’Onestà Enrico Varriale”, a imperitura memoria della capacità del bene di trionfare sempre sul male.

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto, studia a Bologna e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema. Ha sul comodino la foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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