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Calcio petizione
, 31 Marzo 2026

«Per un calcio giusto e popolare»: qual è il valore della petizione dei tifosi italiani?


Uno sguardo approfondito alla petizione che sta iniziando a mobilitare il mondo del calcio e del tifo in Italia.

«Tutte le manifestazioni sportive, e in particolare quelle calcistiche, costituiscono parte integrante del patrimonio sociale e culturale del nostro Paese. Lo sport, e, in maniera peculiare per l’Italia, il calcio rappresenta un potente strumento di aggregazione sociale ed è sinonimo di comunità, identità e appartenenza a qualcosa di più grande del singolo individuo: una dimensione che valorizza l’espressione personale, ma che non dovrebbe mai essere subordinata esclusivamente a interessi economici.

Con l'arrivo del cosiddetto “calcio moderno”, questa forma di aggregazione non è mai venuta meno nel sentimento dei tifosi che hanno dedicato anni di vita alla propria comunità sportiva; tuttavia, essa è stata progressivamente marginalizzata e spesso demonizzata attraverso scelte improntate a logiche prevalentemente commerciali o repressive».

Si apre così il testo ufficiale della petizione “Per un calcio giusto e popolarepresentata il 10 marzo 2026 in una conferenza stampa a Vicenza dall’avvocato Federico Pesavento e da alcuni tifosi della squadra biancorossa recentemente promossa in Serie B. Tuttavia, la petizione in questione non si limita ad una singola area geografica né alla situazione di un club in particolare. Nelle settimane successive, in svariate curve d’Italia – a partire dalla curva Pisani, cuore del tifo dell’Atalanta – sono comparsi numerosi striscioni che invitano a firmare questo appello diretto al Senato.

Si tratta di una raccolta firme trasversale che già dai primi giorni si è dimostrata in grado di raccogliere consensi nelle tifoserie di oltre 120 squadre, dalla Serie A fino alla D. Tra i firmatari si trovano tifoserie divise da profonde rivalità, come le due squadre di Genova o i bergamaschi e la Salernitana. Sembra che, per una volta, il mondo del tifo organizzato sia in grado di superare quelle divisioni campanilistiche che ne sono state sia la forza che un punto debole, nel tentativo di raggiungere qualcosa che identificano come un bene superiore. Ma qual è questo obiettivo? Cosa chiede davvero questa petizione?

Il messaggio fatto circolare dalla curva Pisani, col quale invitava i tifosi a firmare la petizione in appositi banchetti al di fuori della New Balance Arena.

Il testo ufficiale sembra più un manifesto programmatico che una richiesta precisa alle istituzioni. La petizione vuole rimettere al centro delle scelte di chi governa il calcio italiano il tifoso “comune”, identificato in quella persona che dedica tempo e risorse alla passione per la squadra. Quel tifoso che, sempre secondo il testo ufficiale della petizione, nel corso degli anni è stato sempre più penalizzato dal calcio spezzatino che propone partite in orari incompatibili coi lavori ordinari o prezzi dei biglietti entrati in una spirale di aumenti incontrollata.

Proprio sui prezzi dei biglietti e sulla tutela delle trasferte si concentra la prima parte della petizione, chiedendo non solo un tetto massimo al prezzo dei tagliandi nei settori popolari e in quelli dedicati ai tifosi ospiti ma anche la rimozione di una serie di misure – implementate dallo Stato negli ultimi decenni – che rendono estremamente difficile seguire la propria squadra del cuore allo stadio.

Si chiedono, infatti, misure di serio contrasto alla calendarizzazione spalmata di cui sopra e la “definizione di procedure certe e tempestive, che consentano ai tifosi ospiti di programmare le trasferte con adeguato anticipo, tutelando la libertà di movimento, costituzionalmente garantita”, superando quei divieti generalizzati (ad esempio quello che impedirà le trasferte fino a fine anno per i tifosi di Roma e Lazio) e quei programmi di fidelizzazione (Tessera del Tifoso) che nel corso degli anni hanno smesso di essere eccezione e sono diventati regola, facendo sì che molti diritti costituzionali che in altri ambiti di vita sono “scontati” – libertà di movimento, di associazione e di ritrovo – siano sistematicamente repressi nel mondo del calcio.

A tal proposito, si legge ancora, viene effettuata una distinzione fra il “DASPO fuori contesto” – introdotto nel 2019, adottato indipendentemente dalla realizzazione di condotte violente in occasione di manifestazioni sportive, bensì sulla base di una precedente condanna e/o di una semplice denuncia e che di fatto realizza una valutazione a priori della pericolosità sociale di un individuo, impedendogli di assistere alle manifestazioni sportive, del quale si chiede l’abolizione - e il DASPO ordinario così come abbiamo imparato a conoscerlo.

Per quanto riguarda quest'ultimo, si chiede una rivalutazione sia dei presupposti che portano alla sua adozione sia della sua fase amministrativa in senso stretto, al fine di garantire il diritto di difesa dei tifosi sottoposti a queste misure che sembra effettivamente menomato.

Ma al fianco della parte che riguarda i diritti del tifoso in senso stretto, vi è un’altra parte della petizione in cui si mira a tutelare il tifoso attraverso un miglioramento complessivo del prodotto-calcio-italiano, recuperando quei valori di comunità e appartenenza menzionati all’inizio del testo.

In primo luogo, quindi, viene chiesta l’abolizione delle squadre B (punto chiaramente non condiviso dalla tifoseria dell'Atalanta, che sta vivendo in prima persona i benefici di questa risorsa) che – secondo gli ideatori della petizione – sottrarrebbero posti a piazze storiche e dotate di un autonomo movimento di tifo in favore di club più ricchi. Proprio a proposito, poi, della ricchezza dei club, viene richiesto anche di introdurre criteri di “affidabilità, trasparenza e solidità economica per i soggetti che assumono il controllo delle società di calcio, vietando severamente la multiproprietà, al fine di prevenire conflitti di interesse, tutelare la correttezza delle competizioni e proteggere la storia, l’identità e il legame con il territorio delle squadre che giocano i nostri campionati”.

Anche al Maradona di Napoli si sono visti striscioni relativi all'iniziativa.

Su quest’ultimo punto, il pensiero è che si tratti, purtroppo, di un’utopia. Il calcio - proprio perché sport più seguito a livello nazionale come scrive la petizione stessa - è sempre stato lo specchio del nostro paese, dei suoi pregi ma anche e soprattutto dei suoi difetti.

Il fatto che nel calcio vi sia, non solo a livello italiano, un sistema che si è dimostrato incapace di evitare i conflitti di interesse e di tutelare il corretto svolgimento delle competizioni, ricalca quanto avviene nel sistema economico dove viviamo, un mondo in cui il pesce grande mangia sistematicamente quello piccolo e dove chi dovrebbe controllare che questo non accada chiude più di un occhio. E, paradossalmente, il calcio, continua ad offrire comunque maggiori possibilità di emergere grazie a merito e competenze sul campo rispetto a tanti altri settori.

Più attuabile a livello legislativo, forse, è invece la parte relativa alla tutela della persona del tifoso e dei suoi diritti. È abbastanza sotto gli occhi di tutti, infatti, come il sistema repressivo approntato a partire dalla fine degli anni Novanta abbia da un lato diminuito il numero di incidenti legati allo svolgimento di partite di calcio, ma dall’altro abbia creato una serie di storture che hanno contribuito ad allontanare molti tifosi – soprattutto tra quelli non appartenenti al mondo ultras – dagli stadi.

Prima di tutto il caro biglietti, ormai insostenibile in un paese in cui gli stipendi sono fermi da trent’anni, ma anche un generale ridimensionamento della passione e del fenomeno associativo “sano” che ha sempre ruotato intorno al calcio. Ad esempio, la programmazione del derby di Roma alle 12.30 di una torrida domenica di settembre potrà anche favorire le operazioni di controllo delle Forze dell’Ordine (e anche qui ci riserviamo il dubbio), ma che spettacolo restituisce in campo se i 22 protagonisti sono stremati dal caldo?

Non solo: la petizione chiede anche l’eliminazione delle “restrizioni all’introduzione negli stadi degli strumenti del tifo “all’italiana” (striscioni, tamburi, megafoni, bandiere e coreografie), restituendo ai tifosi la possibilità di dare voce e colore agli spalti”. Anche qui, i suddetti strumenti sono ammessi in moltissimi paesi – primi fra tutti Francia e Germania – e sembra assurdo pensare che il perseguimento della sicurezza pubblica passi attraverso il loro divieto.

Per non parlare del tema striscioni, il cui ingresso o meno allo stadio può essere deciso in modo totalmente arbitrario dalle Questure, spesso sulla base di criteri di difesa di altri apparati dello Stato (si vedano i sequestri delle bandiere commemorative per Federico Aldrovandi, ucciso dalla polizia nel 2005) o per non urtare la sensibilità di paesi alleati, per citare le centinaia di casi in cui è stato impedito l’ingresso allo stadio di striscioni di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese.

Secondo la petizione, consentire l’ingresso degli strumenti di cui sopra contribuirebbe - oltre che a manifestare in modo libero il proprio pensiero - anche a “riconoscere il valore culturale di un tifo apprezzato e riconosciuto come uno tra i migliori al mondo”. È una posizione condivisibile nel momento in cui si smette di criminalizzare il tifo e lo si identifica piuttosto come una delle tante modalità di espressione dell’appartenenza a una determinata comunità sociale.

Questo, naturalmente, senza trasformare gli stadi e le aree circostanti in terra di nessuno alla mercé di criminali e violenti. Durante la conferenza stampa di presentazione, infatti, è stato ribadito più volte che “chi sbaglia deve pagare”, ma anche che tale responsabilità deve essere personale. È assurdo che con gli strumenti identificativi di cui lo Stato dispone nel 2026 vi sia ancora questo ampissimo ricorso a punizioni generalizzate e collettive che non fanno altro che privare gli stadi del loro colore, i club degli introiti e contribuiscono all’allontanamento delle persone dallo sport più popolare del mondo.

La Curva del Cagliari è recentemente entrata nello stadio con 15 minuti di ritardo in segno di solidarietà nei confronti del tifo napoletano, al quale era stato vietata la trasferta all'Unipol Domus.

Negli ultimi decenni gli stadi sono stati – anche a detta di operatori del diritto – una sorta di laboratorio di sorveglianza o addirittura repressione, spesso realizzato attraverso leggi speciali il ricorso alle quali, in uno stato di diritto, dovrebbe essere molto più limitato. Senza rifarsi a slogan propagandistici e senza negare il fatto che alcune di queste misure sono state poste in essere in risposta a gravissimi e ingiustificabili fatti di cronaca, viene da chiedersi se non sia il momento di ripensare l’intero paradigma che si pone come loro fondamento e di valutare in modo libero da condizionamenti il bilanciamento di interessi che ha portato alla loro adozione.

E lo scopo della petizione sembra essere proprio quello di tornare a pensare a un calcio a misura di tifoso, da un lato restituendogli quella sua dimensione popolare fatta di riti, accessibilità e colore, dall’altro superando quella logica repressiva che vede nel tifoso una sorta di “criminale a prescindere” che va sottoposto a controlli e restrizioni.

Per alcuni aspetti il potere dello Stato – destinatario della petizione che punta a raccogliere almeno 50mila firme entro fine maggio – sembra limitato a quello di mediatore fra le istanze dei tifosi e quelle dei club, ad esempio in tema di orari delle partite o prezzi dei biglietti. Ma già intavolare e favorire una discussione seria in merito, sul modello di altri paesi in cui ciò avviene (ad esempio: la Premier League ha recentemente rinnovato il tetto massimo di £30 per il prezzo dei biglietti nei settori ospiti), sarebbe un grande passo in avanti.

Su altri aspetti, invece, il potere di modificare alcune regole che la petizione ritiene eccessivamente vessatorie spetta direttamente al legislatore. Non si tratta, ovviamente, di un'operazione semplice, come non è semplice nessuna mediazione fra sicurezza e libertà o fra soggetti portatori di interessi economici profondamente diversi. E il rischio che tale petizione rimanga solamente un bel coacervo di idee in grado di unire tante tifoserie è molto alto. Ma proprio perché quell’unione è peculiare ed identifica un noi raro in un ambiente, come quello calcistico, ad altissimo tasso di rivalità, merita forse un’occhiata più approfondita ed un interessamento serio da parte di tutti.

Perché il ruolo di mediare fra istanze diverse e apparentemente opposte fra loro non è semplice ma è per definizione il ruolo dello Stato. E perché occuparsi dello sport più seguito del paese, ed occuparsi dei bisogni dei milioni di persone che lo seguono, significa in qualche modo ascoltare una parte del paese.

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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