
Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Enzo Francescoli
La quinta puntata di Diez ci porta dal Principe Francescoli, più uruguagio e malinconico di tutti.
Federico García Lorca parlava spesso di duende. Una forza oscura e irrazionale che arriva dalle radici e dalla terra. È qualcosa che passa attraverso il corpo dell'artista e lo trasforma in canale di qualcosa di più grande. La percepisci, per esempio, quando un numero 10 fa una cosa con il pallone che nessuno si aspettava e che, appena la vedi, sembra l'unica cosa possibile. O quanto meno, quella più giusta. Quella così semplice, ma che nessuno aveva visto ma che nessuno aveva mai pensato.
Il duende, a volte, abita il silenzio. Abita chi fa parlare il gesto invece della voce. Ma il duende non è solo calcio. È una qualità umana rara, e per questo preziosa.
È comune a quelle persone che guidano senza comandare e che ispirano senza imporsi. Che tengono insieme le cose ma con qualcosa di più sottile e più difficile da definire rispetto alla forza della personalità. È la coerenza silenziosa di chi sa esattamente chi è, anche quando nessuno sta guardando.
Portano con sé una malinconia dolce non come debolezza ma come profondità. Quella capacità di sentire le cose fino in fondo che li rende capaci di capire gli altri prima che gli altri capiscano se stessi. Sono quelli che si notano dopo, non durante. Quelli che lasciano un vuoto preciso, incolmabile, della forma esatta della loro presenza.
Il calcio ogni tanto produce questo tipo di campione. E quando lo produce, non sa bene cosa farsene, perché il sistema preferisce il personaggio. Questo tipo di atleta, in un certo senso, dimostra che si può fare tutto questo anche senza fare rumore. E questa è una forma di libertà che gli altri faticano a sopportare.
Calciatori che sembrano quasi malinconici. Perché la malinconia non è tristezza. È una forma di amore per le cose che stanno per finire. È quella sensazione precisa di stringere qualcosa sapendo già che le mani si apriranno. Chi la conosce davvero non la nasconde, la indossa, come una seconda pelle. E quella seconda pelle diventa il modo in cui tocca il mondo: con più grazia e delicatezza di chi sa che ogni cosa bella è anche fragile, e che la bellezza e la fragilità, in fondo, sono la stessa cosa.
In un posto incredibile del mondo, l’Uruguay, lo sanno bene. La murga, quella forma di teatro di strada che ogni anno invade i quartieri di Montevideo durante il Carnevale, è un rito collettivo dove la gente comune sale su un palco improvvisato e racconta, tra musica e costumi sgargianti, le cose che fanno ridere e quelle che fanno male.
La murga ride del potere, piange la perdita, celebra i vivi e ricorda i morti. Tutto nella stessa sera. È così che la malinconia si mette in scena e diventa, in un certo senso, comunità. È il modo uruguaiano di dire che le cose belle finiscono, ma finché durano vale la pena cantarle a squarciagola.
E poi c'è Benedetti, che scriveva di cose semplici e immense allo stesso tempo. E Galeano, che raccontava il calcio come se fosse la più alta forma di letteratura.
Enzo Francescoli era tutto questo. Il numero 10 dallo sguardo malinconico che amava il silenzio. Parlava con i piedi ma tutti si fermavano ad ammirare. Il Principe del Río de la Plata, l'uruguaiano di seta con lo sguardo da filosofo.
È lui il protagonista della quinta puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.
Il Principe del Río de La Plata
C'è un bambino francese di origini algerine che un giorno si avvicina timidamente a un campione e gli dice: Bonsoir monsieur, je m'appelle Zinedine et je voudrais son jersey. Il campione era Enzo Francescoli. Anni dopo, nel 1995, Zidane darà al suo primo figlio il nome Enzo, in onore al Principe del Río de la Plata. Non è una curiosità biografica. È la misura esatta di quello che Francescoli rappresentava: il tipo di giocatore che ti entra dentro da bambino e non esce più.
Francescoli nasce a Montevideo. Il quartiere popolare di Capurro prende il nome da un mercante ligure: in Uruguay anche la geografia porta i segni dell'emigrazione italiana. Lo chiamano El Flaco per il fisico esile. Lo scartano Peñarol e il River di Montevideo. Lo accoglie il Wanderers, la squadra dei vagabondi, che è il posto giusto per coltivare un talento senza soffocarlo.
Da lì comincia un viaggio lungo e silenzioso. Buenos Aires, il River Plate, Parigi, Marsiglia, la Sardegna del Cagliari, Torino, di nuovo il River. Un percorso che non segue la logica delle vetrine più luminose ma qualcosa di più interiore, di più fedele a sé stesso. In ogni tappa Francescoli porta con sé la stessa cosa: un certo modo di giocare. La sua firma d’artista è quella pausa prima del tocco decisivo che sembra un respiro trattenuto.

Il calcio di Francescoli era sussurrato con accento rioplatense. Punizioni che curvavano come i racconti di Galeano. Stop di petto presi in volo come chi saluta la Luna. Era un enigma calcistico, quando lo osservavi muoversi tra le linee come una mezzala, ti sorprendeva improvvisamente con l'istinto predatorio del centravanti. In lui convergevano anime di gioco apparentemente inconciliabili. Non si lasciava catalogare. Non gliene importava nulla di essere catalogato.
C'è un gol a Cagliari, nella seconda stagione italiana, che vale più di qualsiasi descrizione. Di fronte ai campioni d'Italia della Sampdoria, Francescoli disorienta Vierchowod con un tocco d'esterno che fa scivolare il pallone tra le gambe del difensore come un tango improvviso. Poi due passi, sinistro, destro. Una pausa. Breve come un respiro trattenuto. Iconica del suo gioco. E poi un tiro a giro che parte dolce, si curva, accarezza il palo lontano e finisce in rete. La Sardegna aveva riconosciuto in quel passo leggero una forma diversa della stessa dignità.
Fuori dal campo Francescoli era discreto, quasi timido. Non era un rivoluzionario come Diego. Si definiva socialista progressista e aveva rifiutato ogni contatto con la dittatura militare uruguaiana. L'eleganza come forma di resistenza. Ma a modo suo, con quella coerenza silenziosa, aveva resistito al mondo più di molti che avevano urlato più forte.
Per Darwin Pastorin, ospite della puntata, Francescoli è il simbolo del 10 inteso come eleganza e maestria. Possiamo considerarlo senza se e senza ma l'erede di Juan Alberto Schiaffino, campione del Mondo nel 1950 tra le lacrime senza fine del Maracanazo brasiliano e poi stella del Milan. Il principe era stimato da Eduardo Galeano, prezioso bracconiere di storie e personaggi, per la sua bravura e la sua affabilità. Un maestro del pallone. Un'artista senza tempo e senza confini.
Quando nel 1997 Francescoli appende gli scarpini al chiodo, il River gli dedica una festa che diventa leggenda. Gli occhi umidi dei tifosi seguono la sua silhouette per l'ultima volta sul prato. E quella sera a Buenos Aires nasce il vuoto, preciso, incolmabile, della forma esatta della sua presenza.
Il resto è storia. E malinconia.
La storia del Principe del Río de la Plata, Enzo Francescoli, è la quinta puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.
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