
Italia-Irlanda del Nord 2-0, Considerazioni Sparse
Buona la prima per l'Italia: a Bergamo gli azzurri superano l'Irlanda del Nord, ma non senza lasciare dubbi e ansie.
E la prima per l'Italia è andata. Alla New Balance Arena la Nazionale di Gattuso supera il primo scoglio sulla rotta per il mondiale, con una vittoria all'apparenza tanto scontata e dovuta visto il divario tecnico tra le due squadre ma, al contempo, così difficile e ansiogena sul piano emotivo per quelli che sono i precedenti e per quella che è la storia recente degli azzurri nelle maledette qualificazioni (cinque anni fa a Belfast proprio l'Irlanda del Nord ci inchiodò sullo 0-0 spedendoci ai playoff). La apre Tonali, la chiude Kean (oggi il secondo miglior marcatore azzurro in attività insieme a Belotti - a 12 reti - e dopo Immobile a quota 17), dopo un primo tempo all'insegna della paura e della piattezza e una ripresa dove, allentatesi le briglie e sciolta la tensione, pur con tutte le difficoltà del caso, l'Italia quantomeno si leva di dosso le paure e si ricorda di essere la squadra più forte.
I primi 45 minuti dell'Italia si sintetizzano in breve: tanto possesso, sempre contraddistinto dai ritmi bassi; poca ricerca delle combinazioni per scoprire la palla e pochi guizzi personali; sviluppi preferibilmente dirottati sulla destra, complice la maggior semplicità per Locatelli di aprire su quel lato (e la maggior propositività di Mancini rispetto ai colleghi di reparto), ma sempre, in maniera prevedibile, con Politano e la mezzala di parte irrimediabilmente destinati a crossare dalla trequarti verso il secondo palo. Perimetrale è la parola-chiave della Nazionale nella prima metà di gioco: le sue lunghe fasi di palleggio rimangono infatti sempre ai margini del blocco basso nordrlandese, che toglie profondità da attaccare a Kean, e rispetto al quale sembrano persino mancare le velleità di lavorare su spunti e combinazioni dentro.
Il 3-5-2 "della tradizione" con il quale Gattuso disegna l'Italia, finisce involontariamente per appiattire ancor di più l'Italia, levandole anche per semplice disposizione in campo la possibilità di creare quantomeno lavorando sulle catene laterali. La spaccatura tra Locatelli in cabina di regia e le mezzali, sempre chiamate a catapultarsi in avanti già nelle prime fasi dell'azione, schiaccia gli azzurri contro il muro biancoverde. Manca anche l'apporto del vertice spalle alla porta, ruolo naturalmente delegato a Retegui nella coppia offensiva, ma l'italo-argentino nella non banalissima sfida contro i mastodontici McNari e McConville si fa notare solo per la nuova acconciatura e un discreto ritardo di condizione (e un gol divorato poco prima dell'1-0).
In qualche modo è indicativo che il gol sblocca-partita (e scaccia-paure) di Tonali arrivi nel momento in cui l'Irlanda del Nord, diventata fin troppo ottimista rispetto ai suoi mezzi dopo una prima metà di gioco passata in effettivo controllo, vada ad alzarsi e a perdere distanze tra reparti. Kean al 54' è la prima vera grande occasione degli azzurri (bravo il portiere Charles); neanche due minuti dopo è il centrocampista del Newcastle a raccogliere una palla liberata al limite dell'area e a scaricare di prima intenzione in fondo al sacco. Qui l'Italia si scioglie, mettendo quasi senza volerlo a nudo i limiti della compagine nordirlandese (formata per buona parte da giocatori di Championship inglese) soprattutto per quanto riguarda la gestione del possesso. Con le distanze dilatate in campo, a divertirsi più di tutti è proprio Kean, che al terzo tentativo nella sua sfida personale con Charles riesce a batterlo con una conclusione propiziata da un pregevole controllo in area, chiudendo la partita.

Mentre scriviamo Galles e Bosnia sono ancora ai supplementari, quindi ancora non sappiamo se la strada per la Coppa del Mondo passa da Cardiff o da Zenica. Poco cambia. Al netto dei valori degli avversari, è - anche con questa partita - sempre più evidente che l'Italia soffre di mali e paure tutte sue, proprie del suo calcio e della sua cultura sportiva nel senso più ampio del termine. La cura dichiarata di Gattuso è stata "gruppo e continuità", a partire dalle convocazioni fino all'impostazione della squadra in campo, passando al physique du rôle tipico dell'ex campione del mondo: incitamenti al pubblico, giacche volate via, visceralità nella guida della partita. Il risultato gli ha dato ragione, ma resta in sottofondo la sensazione che la cura praticata sia proprio la malattia che si vorrebbe andare a guarire.
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