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Ilaria Galbusera
, 26 Marzo 2026

Traiettorie Ep. 1 - Ilaria Galbusera


Lo sport come crescita e salvezza, per la già capitana della Nazionale Pallavolo Sorde.

"Traiettorie" è un progetto editoriale prodotto da Sportellate e il Festival della Cultura Sportiva. Troverete sui nostri canali una serie di contenuti e di interviste che vogliono mostrare lo sport come scelta di vita, percorso personale, opportunità di crescita e in alcuni casi vera e propria àncora di salvezza. In questo primo episodio, abbiamo avuto il piacere di intervistare Ilaria Galbusera, pallavolista con una sordità congenita bilaterale e già capitana della Nazionale Pallavolo Sorde. Buona lettura.

Ciao Ilaria, benvenuta a "Traiettorie", nuovo format di interviste che ci accompagnerà fino alla quinta edizione del nostro Festival della Cultura Sportiva, che si svolgerà a Rimini dal 3 al 6 Settembre 2026.

Vogliamo raccontare storie di sport, in cui la carriera e la vita dell’intervistato hanno preso una “traiettoria” - e quindi una direzione ben precisa - grazie alla pratica sportiva e nel tuo caso grazie alla pallavolo. Siamo in uno dei tuoi luoghi del cuore, il Centro Asteria, dove è nato il tuo percorso vincente con la Nazionale. Partiamo quindi proprio dalla pallavolo, sport che sicuramente sta vivendo un momento irripetibile a livello di trionfi in campo femminile in Italia. Se dovessi descrivere la pallavolo con un’immagine - non una parola, proprio un’immagine - cosa vedi?

Ci sono due immagini che mi vengono in mente. Una più tecnica e una più emozionale. Quella più tecnica riguarda il campo, magari con la palla e la rete. Quella più sentimentale invece è l'immagine di un gruppo di atlete: ho quasi sempre avuto la fortuna di giocare in gruppi dalla grande coesione e sorellanza. Ho sempre vissuto il "gruppo squadra" come una famiglia capace di darmi tanta energia e solidarietà. Mi rendo conto sia un'immagine un po' astratta, ma per me è proprio essenziale.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la pallavolo non era solo uno sport, ma qualcosa di più grande ed importante per la tua vita?

La prima volta che sono entrata in un campo da pallavolo avevo 11/12 anni, ero preadolescente ed a scuola ero vittima di bullismo per la mia sordità. Spesso mi ritrovavo isolata: nessuno si rapportava con me e per questo ho avuto ai tempi tante difficoltà relazionali. Fino a quel momento avevo sempre fatto sport individuali, ma mio fratello Roberto giocava a pallavolo e vedevo che grazie allo sport riusciva a socializzare velocemente ed in modo naturale. Questa cosa a me mancava molto, quindi ho voluto provare con la pallavolo anche io e, come avrete capito, più per un bisogno di socializzazione che per lo sport in sé.

Il punto di svolta è stato quando ero giovane, avevo ancora i capelli lunghi con la riga in mezzo e la coda bassa in modo da nascondere le protesi di cui mi vergognavo. Avevo 14-15 anni, quando ho incontrato le atlete sorde che mi hanno fatto capire che non c'era nulla da nascondere: non dovevo vergognarmi della mia sordità e in un campo da pallavolo potevo esprimere la mia identità, la mia personalità.

Così ho pure iniziato a farmi lo chignon ed a mostrare senza problemi le mie protesi. Ero una bambina insicura e molto silenziosa: oggi posso dire di essere una donna realizzata, che usa apertamente la lingua dei segni, consapevole dei suoi limiti e delle sue potenzialità.

Hai toccato il tema e mi rendo conto che può tornare utile per altre persone che magari in età giovanile si ritrovano nella tua stessa situazione: come si verificavano questa situazioni di bullismo? Al fianco a circostanze più eclatanti, ho sempre la paura che possano esserci altre situazioni più subdole e più nascoste che se vengono poi sottovalutate dalla vittima possono creare dei grossi disagi. Se ti va di parlarcene...

Ormai parliamo di quasi 20 anni fa, ma la situazione credo oggi sia ancora simile perché so che ci sono ragazzi - soprattutto con disabilità - ancora vittime di bullismo. La cosa importante è fare sensibilizzazione e formazione dentro le scuole, a maggior ragione quando ci sono classi con alunni o alunne con disabilità. Serve collaborazione tra la famiglia, la scuola, i logopedisti e le figure professionali che seguono queste persone. Creare un team capace di collaborare, aiuta a risolvere questi problemi. Una volta risolto il problema, diventa più facile e gustosa anche la parte dell'istruzione.

«Siamo nati per vivere insieme, non separati l’uno dall’altro. Si è gratificati personalmente se si combatte per superare le difficoltà e sconfiggere i pregiudizi». Per affrontare il tema della sordità, mi piace partire dalle parole di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, che l’ha insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità». Immagino che la cosa ti abbia riempita di orgoglio: che cosa significa per l’Ilaria di oggi essere sorda e cosa significava per l’Ilaria di 20 anni fa?

Oggi, come ti dicevo, posso dire di essere una donna realizzata, consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità, mentre 20 anni fa ero una bambina insicura, indecisa e silenziosa. Crescendo c'è stata una evoluzione e oggi mi sento di dire che la sordità non è più un qualcosa di negativo per me. E' anzi un valore aggiunto, un modo di vivere ed ascoltare il mondo diverso. La persona non vale meno perché sorda.

Come pensi sia più giusto descrivere lo sport sordo? Come ti piacerebbe che media, giornalisti ma anche il sottoscritto e qualsiasi persona con cui hai a che fare nella quotidianità parlassero dello sport sordo? 

Lo sport sordo oggi non è molto conosciuto. Nei giornali ed in televisione se ne parla poco. E' vero, si stanno svolgendo in questi giorni le Paralimpiadi e stanno riscuotendo un buon riscontro in termini audiovisivi, ma comunque la visibilità rimane nettamente inferiore rispetto alle Olimpiadi. Ecco, pensa che le Olimpiadi per i sordi (le Deaflympics, tra poco ci arriviamo nda), sono ancora meno conosciute.

Quando io dico che ci sono squadre di pallavolo sorde, le persone mi dicono "ah non lo sapevo", "ma non fanno parte delle Paralimipiadi le squadre sorde di pallavolo?". Insomma, c'è tanta confusione da questo punto di vista. Di conseguenza mi farebbe molto piacerebbe se ci fosse attenzione alla disabilità uditiva...

Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista, le Paralimpiadi di Milano & Cortina stanno riscuotendo ottimi numeri. Leggevo recentemente dell’hockey sul ghiaccio che ha fatto il record di presenze in un palazzetto per un evento paralimpico, quindi è oggettivo che qualcosa di buono sia stato fatto, ma hai ragione: la visibilità resta poca e di conseguenza anche la conoscenza della materia rimane bassa. Quando racconti quello che fai a qualcuno che non sa nulla della tua professione, qual è la reazione più frequente? E quella che ti sorprende di più? Sia chiaro: fosse pure una domanda che ti ho fatto io, tranquilla che non mi offendo...

Una premessa: ero presente al palazzetto dell'hockey e ho quindi fatto parte di questo record. E' stato bellissimo, con un'atmosfera dentro al palazzo caldissima ed avvolgente. Ammetto di aver pensato finito l'incontro che forse veramente si possa cambiare il punto di vista delle persone sullo sport paralimpico.

Detto questo, quando io racconto di far parte della Nazionale Sordi vedo che c'è una mancanza di informazione nelle persone. Tante non conoscono le peculiarità dei sordi, non sanno che hanno le proprie Olimpiadi e che fanno sport anche a livelli professionistici. Anche queste storie meritano di essere raccontate. E' proprio per questo che è raro mi sorprenda di fronte ad una qualche domanda ignorante sulla nostra realtà, anzi ben vengano tutte le domande: eventuali uscite sbagliate, spesso derivano da una mancanza di informazioni, informazioni che non vedo l'ora di poter dare.

Mi piace pensare che una squadra, un'ecosistema dagli equilibri delicatissimi in qualsiasi campo, sia costretta a costruire e sviluppare al suo interno delle relazioni di fiducia belle salde se vuole essere competitiva in qualsiasi sport. A tal proposito ho provato ad immaginarmi prima dell'intervista, come una squadra di atlete sorde sia in grado di instaurare questo alto grado di fiducia. Mi confermi che all'interno di una squadra di sole atlete sorde si creano delle alchimie speciali o comunque diverse rispetto ad altri contesti?

Intanto per avere un match di sole atlete o atleti sordi, il regolamento internazionale prevede che in campo tutte le persone devono giocare senza protesi o senza impianto, in modo da essere tutte sorde alla pari. Ovviamente non sentendoci, per chiamarci la palla, gioca un ruolo fondamentale la vista; lo sguardo. Rispetto ad una squadra udenti, in una squadra sordi c'è bisogno continuo di feedback visivi.

Ci vuole grande capacità di adattamento e un'ottima strategia per riuscire a compensare la mancanza dell'udito. Sul chiamare la palla ci si accorda sempre prima e la fiducia diventa un pilastro fondamentale tra chi fa parte del team. Fiducia che si costruisce spesso con tanti anni d'esperienza: per farti un esempio, con la Nazionale Italiana Sordi abbiamo lavorato tantissimo insieme e ci siamo unite sempre di più nel percorso, fino ad arrivare a dei traguardi straordinari.

So che è così perché abbiamo avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere prima dell'intervista, ma per togliere ogni dubbio anche a chi leggerà l’intervista: hai mai giocato o ti sei mai allenata con atlete udenti? Cosa cambia? Cosa rimane uguale?

Sì, ogni giocatrice sorda gioca anche in una squadra di udenti nel campionato FIPAV, dall'A2 alle categorie inferiori. Quindi una ragazza sorda si allena per tutto il campionato con la sua squadra udenti, disputando le sue partite del campionato. Poi più o meno a fine campionato udenti, inizia il campionato per gli atleti sordi della Federazione Sportiva Sordi Italia. Quindi noi ragazze sorde che facciamo del professionismo siamo tesserate per due squadre e facciamo due campionati. Ed è solo facendo parte dei due campionati che si può essere poi eleggibili per la Nazionale di Pallavolo Italiana Sorde. Le 14 selezionate che rappresentano la nazionale possono poi giocare le competizioni internazionali, gli europei e le Deaflympics...

Li hai già nominati due volte quindi direi che è arrivato il momento di parlarci delle Deaflympics, i giochi riservati agli atleti sordi che se non erro sono nati addirittura prima delle Paralimipiadi...

Le Deaflympics nascono nel 1925 a Parigi e hanno un percorso diverso rispetto le Paralimpiadi. Le ultime sono state a Tokyo in Giappone nel mese di novembre, c'erano oltre 3000 atleti sordi e 80 paesi del mondo partecipanti. Hanno cadenza biennale - ogni 4 anni l'edizione estiva e quella invernale, sfalsate di due anni esattamente come avviene per i Giochi olimpici - ed è un peccato che siano meno visibili rispetto alle Paralimpiadi, perché sono delle Olimpiadi a tutti gli effetti. La particolarità risiede nel fatto che sono giochi dedicati esclusivamente a persone sorde o con perdita uditiva (almeno 55 decibel nell'orecchio migliore nda).

Cosa significa per te essere stata capitana della Nazionale? È stata più una responsabilità tecnica o emotiva… o qualcos’altro ancora? Cosa provi ora che hai da poco lasciato questo ruolo?

Partiamo dalla fine, da novembre, da quando ho lasciato la fascia da capitano. Ho provato un misto di emozioni. Ovviamente orgoglio e gratitudine, ma anche un po' di nostalgia. Sono stata capitana della nazionale per 10 anni e grazie a questo percorso ho ricevuto tanto. Il percorso mi ha fatto crescere sia come donna sia come persona, ma anche come sportiva e professionista. Un percorso bellissimo che mi ha permesso di viaggiare tanto e mi ha lasciato alcune delle amicizie più care che son riuscita a creare grazie alla pallavolo. Sono sicura che la fascia da capitano, l'ho lasciata in buone mani e non ho dubbi che le giovani continueranno a fare grandi cose, quindi sono molto orgogliosa!

Restando sul tema Nazionale: personalmente mi immagino la Nazionale come un gruppo sportivo in cui la quotidianità non esiste. A differenza di un club, non ci si vede e non ci si allena tutti i giorni insieme. Come si costruisce quel rapporto di fiducia di cui abbiamo parlato? Ancora più difficile?

Eh, non è semplice. Bisogna che ognuno abbia grande forza di volontà e sia in grado di dare il proprio contributo all'interno della squadra. Non allenandoci tutti i giorni diventa a volte difficile creare il gruppo spogliatoio e quindi dobbiamo essere ancora più brave nel creare la fiducia tra atlete. La cosa bella è che in Nazionale ognuna riesce comunque ad esprimere le proprie qualità sapendo delle difficoltà a cui andiamo incontro.

La Nazionale Pallavolo Sorde ha uno spogliatoio super coeso, dove c'è grande collaborazione e posso dire grande sorellanza. Le persone sorde è come se, avendo la stessa disabilità, anche se non si conoscono, sono in grado di accogliere in maniera speciale i nuovi ed è facile che si crei un bel rapporto. Sappiamo che abbiamo poco tempo e quindi lo sfruttiamo al massimo.

Domanda un po' provocatoria: c’é qualcosa che lo sport mainstream potrebbe imparare dallo sport sordo? E viceversa?

La capacità di adattamento. Le persone sorde nelle difficoltà trovano sempre delle strategie per superare questi momenti. Spesso nello sport tra udenti ci sono squadre e "sistemi" che si intoppano per una mancanza di comunicazione. Sembra un controsenso, ma questo non succede nelle squadre sorde, quantomeno in tutte quelle dove ho giocato: le persone sorde sono in grado di creare da subito fiducia l'una nell'altra e quindi di riuscire ad affrontare le difficoltà di squadra in maniera naturale, senza contrasti. Viceversa, onestamente non credo che noi atleti sordi abbiamo qualcosa da imparare dallo sport mainstream.

Se potesse parlare alla Ilaria di 15 anni — quella che forse stava ancora cercando il suo posto — cosa le direbbe?

Di dare tempo al tempo. Di fare ogni passo con calma perché ogni scelta la porterà dove vuole arrivare. Quindi sì, le direi di stare tranquilla che prima o poi la strada giusta la troverà.

Il nostro format si chiama "Traiettorie" perché ci piace raccontare delle traiettorie di vita migliorate o comunque stravolte dallo sport. Dove sta andando la sua di traiettoria? Qual è il traguardo che le manca ancora? Non necessariamente sportivo...

Oggi ce ne sono tante di traiettorie aperte... (ride nda). Nel mio percorso di vita la pallavolo mi ha dato veramente tanto e devo solo ringraziarla. Oggi quindi, il mio vero obiettivo sarebbe di ridare alla pallavolo quello che lei ha dato a me. Restituire tutto quello che ha regalato a me.

Traiettorie è un progetto editoriale del Festival della Cultura Sportiva e di Sportellate.it. Per non perderti i prossimi episodi, segui la pagina IG del Festival

Ultima domanda: c'è qualcosa che non ti ho chiesto e che invece avresti voluto dire?

Quando mi hai chiesto di scegliere una location a cui sono affezionata dove poter realizzare l'intervista, ti ho proposto subito il Centro Asteria ma non ti ho spiegato il perché. Colgo l'occasione intanto per ringraziare le persone che lavorano qua, perché questo è uno dei miei luoghi del cuore. Lo è perché è qua, nel 2014, che è partito il percorso che ha trasformato la Nazionale Sordi in una realtà prima amatoriale e poi professionistica. In questa palestra abbiamo alzato tutti il livello degli allenamenti e se oggi siamo la Nazionale Italiana Sordi più vincente della storia è anche grazie al Centro Asteria, dove non ci hanno mai fatto mancare nulla.


  • Nato a Rimini l’11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.

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