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, 20 Marzo 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Michel Platini


La quarta puntata di Diez ci porta alla corte di Michel Platini, Le Roi che ha saputo incantare il mondo intero.

Esiste una domanda che il calcio si pone da sempre senza mai trovare una risposta soddisfacente: perché certi giocatori sembrano avere più tempo degli altri? Non più secondi nel cronometro, non più spazio sul campo. Eppure, quando ricevono il pallone, il mondo rallenta. Gli avversari arrivano sempre un attimo dopo. Le loro giocate sembrano costruite con una calma che nessuna pressione riesce a intaccare.

La risposta, forse, non è tattica. È filosofica.

Il filosofo francese Henri Bergson distingueva tra il tempo misurato, quello degli orologi, delle statistiche, dei secondi che passano, e la durée, il tempo vissuto, soggettivo, qualitativo. Un flusso che non scorre in modo lineare ma si dilata e si contrae secondo la percezione di chi lo abita. Il tempo insomma diventa qualcosa che si vive. E viverlo davvero significa abitarlo in profondità, lasciare che ogni istante contenga in sé il passato e anticipi il futuro.

Il numero 10 vive dentro la durée. Mentre tutti gli altri giocano nel tempo misurato, il pressing che conta i secondi, il modulo che calcola le distanze, lui abita una dimensione diversa. Sente il gioco prima che accada. Anticipa le traiettorie perché il suo rapporto con il tempo è strutturalmente diverso. Precede gli eventi, anzi ne è causa. Il bello diventa utile.

Ed è per questo che per alcuni numeri 10 l'eleganza del gesto supera l’estetismo. Diventa intelligenza temporale applicata al gioco. Per essere pratici e riportando tutto al rettangolo di gioco può essere, per esempio, la capacità di fare la cosa giusta nel momento esatto in cui va fatta, di dosare un passaggio sulla corsa di un compagno, di leggere prima un filtrante avversario. Sempre con la precisione di un orologiaio e la leggerezza di chi non sta lavorando ma sta semplicemente esistendo

Questa è la grazia rara che definisce i più grandi numeri 10 della storia: quel momento preciso in cui un uomo tocca un pallone e il tempo, per un istante, smette di scorrere come dovrebbe. Diventa qualcosa di eterno.

Michel Platini era esattamente questo. Un uomo che abitava il tempo in modo diverso dagli altri. Non a caso era figlio della Francia del paese di Bergson, di Proust, di Camus. Il paese che ha fatto del tempo vissuto una filosofia, della memoria una forma d'arte, del momento presente una categoria dello spirito.

Michel Platini, “Le Roi, Classe e nobiltà” è il protagonista della quarta puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

L'élégance du Roi

Tokyo, 8 dicembre 1985. Finale di Coppa Intercontinentale. Michel Platini riceve il pallone, lo addomestica sul petto con una tenerezza quasi paterna, poi disegna un arco con il destro. Si tratta di un sombrero gentile e letale sopra il difensore che resta immobile, statua di sale. Carica il sinistro. Pennellata finale. La rete si gonfia.

Il gol viene annullato.

Platini non protesta. Non si agita. Si sdraia sul prato, di fianco, le mani dietro la nuca. Il ritratto vivente della Paolina Borghese di Canova. Una posa che dice tutto quello che le parole non potrebbero dire. Lui ha già vinto, anche senza il gol, perché ha fatto qualcosa che nessun arbitro può togliergli. Ha trasformato un momento di calcio in un'opera d'arte.

Due istantanee, una sequenza di pochi secondi: il gol impossibile e la posa sul prato. Bastano per raccontare Michel Platini meglio di qualsiasi statistica.

Eppure, Platini non nasce come predestinato. Nasce a Jœuf, in Lorena, terra di frontiera e di lavoratori, figlio di Aldo, italiano di Agrate Conturbia emigrato in Francia, e di Anna, anch'essa di origini italiane. La Lorena non è Parigi, non è la Francia glamour. È sudore e confine. Da bambino lo chiamano le nain, il nano, per via della bassa statura. I medici gli dicono che non ha capacità polmonare sufficiente per fare il calciatore. Lo bocciano per i fianchi larghi, per i piedi piatti, per come corre. Nei primi provini lo rifiutano tutti.

Ma Platini, come abbiamo già detto, ha qualcosa che non si allena e non si misura: la visione.

Non aveva lo scatto di Maradona, né il fisico di Rummenigge, né la corsa di Tardelli. Lo dirà lui stesso, senza falsa modestia. Aveva altro: la capacità di intuire in anticipo le mosse degli avversari. Di centellinare le energie per restare più lucido di tutti quando gli altri erano già affaticati. Di trasformare ogni giocata in qualcosa di utile e bello allo stesso tempo. Non l'uno o l'altro, ma entrambi insieme, inseparabili.

Alla Juventus degli anni Ottanta questo si trasforma in dominio. Tre volte capocannoniere di fila. Tre Palloni d'Oro consecutivi. Scudetti, Coppe, la Coppa dei Campioni. Un Re sabaudo che alimenta la vecchia massima di casa Agnelli: la Francia è una regione del Piemonte e che Boniperti consacra con una frase: se l'Avvocato fosse stato un calciatore, avrebbe voluto giocare come Platini.

Ma il momento che definisce Platini più di qualsiasi titolo è il 1984. L'Europeo in casa, il carré magique: Giresse, Tigana, Fernández e lui. Nove gol in cinque partite. La Francia campione d'Europa per la prima volta nella storia. Un calcio che pensa e incanta. Quello che in Francia chiamano calcio champagne e che non è solo uno stile di gioco ma un'identità nazionale che stava nascendo in quei mesi, in quelle notti calde di giugno, attorno a quella squadra e a quel numero 10 figlio di immigrati italiani diventato orgoglio dei Bleus.

Poi arriva il 1985. Arriva Bruxelles. Arriva l'Heysel. Trentanove persone muoiono prima della finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Platini segna su rigore il gol che porta la Coppa a Torino. È il gol più triste della sua carriera. Anni dopo confesserà che sul campo non aveva capito cosa stava accadendo, che era tornato il giorno dopo a visitare i feriti, che certe cose pesano in un modo che non si smette mai di portare. Da quella notte qualcosa si spezza. Una crepa interiore. Il calcio perde luce.

Due anni dopo, a 32 anni, si ritira. A chi gli chiede perché, risponde con la sintesi perfetta di una carriera: "ho giocato nel Nancy perché era la mia città, nel Saint-Étienne perché era la migliore in Francia, e nella Juventus perché è la migliore al mondo".

Michel Platini è stato tutto questo. Un uomo che non giocava al tempo degli altri. Un artista del gioco che non cercava la bellezza, perché era la bellezza che trovava lui.

La storia di Le Roi è la quarta puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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