Logo sportellate
netzer
, 16 Marzo 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Günter Netzer


Nel terzo episodio di Diez facciamo la conoscenza di Günter Netzer, il numero 10 che non chiede permesso.

C'è una tradizione profonda nella letteratura tedesca, da Büchner a Brecht, da Hesse a Rilke: si raccontano uomini che piegano le regole del mondo. L’ordinarietà è troppo stretta per loro. Vedono troppo. Sentono troppo. Immaginano troppo. Il sistema li vuole domare ma non ci riesce. Li vuole silenziare e loro rispondono con un'opera, una poesia, un gesto che il sistema non aveva previsto.

Il numero 10 anticonformista appartiene a questa tradizione. Non quello che sfida le regole per vanità o capriccio, ma quello che le sfida perché ha una visione del gioco (e del mondo) così radicata e propria che qualsiasi schema esterno gli va stretto come una giacca sbagliata. È un uomo che gioca in un mondo di sistemi e non appartiene a nessuno di essi.

Come Harry Haller in Il Lupo della Steppa, vive in due dimensioni senza trovare pace in nessuna: troppo libero per il calcio disciplinato, troppo geniale per essere semplicemente irregolare. Come Woyzeck, il sistema prova a piegarlo, a inquadrarlo, a renderlo funzionale. E lui resiste, non con la forza ma con il talento, che è la forma di resistenza più elegante che esista. E poi c'è Brecht. Il teatro epico brechtiano non vuole che lo spettatore si rilassi. Vuole che si svegli. Vuole una reazione, un pensiero, un disagio produttivo.

Il numero 10 anticonformista fa la stessa cosa: il suo calcio non è quiete ma fulmine nella notte Ti obbliga a seguirlo, a chiederti come abbia visto quella giocata, da dove arrivi quella visione, cosa stia pensando mentre tutti gli altri corrono. Rompe la quarta parete del campo. Ti trascina altrove.

Questo tipo di numero 10 non è mai stato facile da gestire. Perché il talento elegante e anarchico difficilmente si allena con la disciplina.  Ancor più raramente i tecnici trovano quel coraggio di fidarsi ed affidarsi a lui. Non sempre i sistemi di gioco permettono questa variabile non calcolata. E allora il numero 10 ribelle finisce in panchina, o ai margini. Portando con sé quella visione del gioco che il suo paese non ha saputo custodire. Così succede che uno come Günter Netzer sia una misera comparsa in un mondiale vinto, nonostante due anni prima abbia regalato la vittoria di un europeo spettacolare.

Il numero 10 anticonformista non vive per chiedere permesso. Non lo ha mai fatto. Qualche volta è il sistema ad inchinarsi e lo fa riconoscendo qualcosa che avrebbe dovuto vedere prima. Che certi geni non si gestiscono. Si lasciano andare. E si guarda dove arrivano.

Günter Netzer è il numero 10 più tedesco e meno tedesco della storia.

È il protagonista della terza puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Netzer e Beckenbauer sono le due facce antitetiche della Germania, calcistica e non solo, degli anni '60-'70.

Günter Netzer: l'iconoclasta

C'è un momento che racconta Günter Netzer meglio di qualsiasi statistica. 23 giugno 1973, finale di Coppa di Lega a Düsseldorf. Borussia Mönchengladbach contro Colonia. Netzer è in panchina. Incredibilmente. È stato punito dal suo allenatore Weisweiler per aver annunciato il trasferimento al Real Madrid. La partita è bloccata sull'1-1, i minuti passano, i supplementari si avvicinano.

A un certo punto Netzer si alza. Si toglie la tuta. Supera il suo allenatore senza chiedere nulla, senza aspettare nulla, e gli dice soltanto: Ich spiel dann jetzt. È il momento di giocare. È un'affermazione. Weisweiler non dice una parola. Tira la sua sigaretta, senza scomporsi.

Tre minuti dopo Netzer segna il gol della vittoria. Un sinistro all'incrocio, di prima intenzione. Il suo modo di dire addio. Nessun altro numero 10 nella storia del calcio si è mai sostituito da solo. È un gesto totalmente folle e dal finale perfetto.

Ma per capire davvero chi fosse Günter Netzer bisogna partire dall'inizio. Dalla Mönchengladbach degli anni Sessanta, città renana con radici profonde e un Borussia di provincia che nessuno considerava. Da un allenatore visionario, Hennes Weisweiler, che aveva radunato un gruppo di ragazzi con un'età media di 23 anni e li aveva chiamati Die Fohlen, i Puledri.

Tutto si muoveva sui lanci del regista biondo: segnare sempre un gol in più dell'avversario. In una Germania che associava il calcio alla disciplina tattica e alla solidità difensiva, i Puledri proponevano qualcosa di completamente diverso. Un furore calcistico che lasciava a bocca aperta.

Al centro di tutto c'era lui. Alto, elegante, con quei capelli dorati fin sulle spalle e le basette da reduce di Woodstock. Netzer leggeva il campo come una mappa. I suoi lanci da sessanta metri sembravano disegnati con il compasso ma nascevano da una visione che non aveva nulla di meccanico.

La palla arrivava sempre al posto giusto, al momento giusto, nella modalità giusta. Per facilitare lo stop del compagno, mai per complicarlo. È un dettaglio tecnico che i non addetti ai lavori sottovalutano e che invece separa i grandi registi dai grandissimi: non basta trovare il compagno, bisogna trovarlo nel modo in cui lui possa fare qualcosa di bello con quel pallone.

Fuori dal campo Netzer sfidava le convenzioni con la stessa naturalezza con cui sfidava le difese avversarie. Gestiva un night club, il Lovers' Lane. Guidava una Ferrari. Frequentava l'alta società e allo stesso tempo diventava l'icona di quella generazione di tedeschi che non si riconoscevano nell'agiata borghesia dell'Olympiastadion di Monaco. I poster di Netzer finivano nelle camere di tutti quei ragazzi che volevano qualcosa di diverso: il calcio come espressione di una ribellione. Netzer il primo divo del calcio tedesco.

Il 1972, con la nazionale, il suo momento più alto. L'Europeo che la Germania Ovest vince giocando un calcio che nessuno aveva mai visto. È la Mannschaft del Ramba-Zamba Fussball, così la chiamò un giornalista della Bild. Un suono onomatopeico senza significato preciso che riassumeva un umore, una vibrazione, qualcosa di difficilmente catalogabile.

Due anni dopo, al Mondiale di casa, quella Germania Ovest non esiste più. Netzer arriva in sovrappeso, reduce da una prima stagione difficile a Madrid. Il commissario tecnico Schön sceglie l'ordine burocratico di Overath al posto del genio caotico di Netzer. La Germania vince ugualmente, ma giocando un altro calcio, quello che Netzer aveva contribuito a cambiare e che in qualche modo lo aveva poi lasciato indietro.

È una contraddizione che dice tutto su cosa significa essere un numero 10 anticonformista: puoi cambiare il modo in cui una nazionale pensa il calcio, puoi vincere un Europeo giocando come nessuno aveva mai osato, puoi diventare il simbolo di una generazione. E poi, al momento decisivo, il sistema sceglie l'affidabile al posto del geniale. Ti lascia in panchina. E tu, da lì, guardi la vittoria di qualcun altro.

"Per me Günter Netzer è uno di quei giocatori che rimpiango non aver mai visto giocare dal vivo. Un giocatore che era moderno cinquant'anni fa e che è moderno adesso. Era moderno in campo, perché era in regista che adesso giocherebbe nel 90% delle squadre e nella nazionale tedesca ha giocato 23 minuti a un Mondiale o poco più, per dirvi quanta abbondanza di talento c'era".

"Ma un giocatore che è stato capace di essere grande anche fuori dal campo: il primo vero divo del calcio tedesco insieme a Franz Beckenbauer. Un giocatore che sapeva stare in campo e fuori sempre nel suo tempo e anche e soprattutto nel suo spazio. Un giocatore differente che ha cambiato il modo di vedere il calcio tedesco".
(Roberto Brambilla).

La storia dell'iconoclasta è la terza puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Ascolta tutte le puntate della serie:

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

pencilcrossmenu