
Sei Nazioni 2026, 5° Giornata, Considerazioni sparse
La Francia vince il Sei Nazioni dopo una partita folle; l’Irlanda batte la Scozia ma non basta; crolla l’Italrugby in Galles.
Possiamo dirlo: abbiamo assistito all’edizione più spettacolare ed entusiasmante del Sei Nazioni degli ultimi anni. Un torneo che si è deciso all’ultimo secondo dell’ultima partita, con tre squadre che sono arrivare all’ultima giornata a contendersi il titolo e con la classifica virtuale che è rimasta in bilico fino alla fine.
Si arrivava a quest’ultima giornata con Francia e Scozia a pari punti (con i francesi avanti per un’abbondante differenza punti) e l’Irlanda sotto di due lunghezze, ma con lo scontro diretto proprio contro la nazionale del Cardo da giocare in casa. Il match dell’Aviva Stadium ha aperto il turno, facendo vivere un pomeriggio e una serata di speranza a tutti i tifosi irlandesi che hanno sognato quasi fino alla fine.
La partita che ha decretato il titolo, infatti, era quella serale tra Francia e Inghilterra, con i galletti nettamente favoriti e l’Inghilterra chiamata a riscattare un torneo deludente. La squadra di Borthwick ha sfiorato l’impresa fino all’83’, per poi arrendersi alla punizione di Ramos che ha consegnato di nuovo il trofeo alla Francia. In mezzo, la partita di Cardiff, dove un ritrovato Galles ha travolto un’Italia troppo brutta per essere vera soprattutto nel primo tempo: una partita che ai fini della classifica contava relativamente poco ma che ha permesso ai Dragoni di evitare il cucchiaio di legno e che ha riportato con i piedi per terra l’Italrugby dopo l’esaltazione post-Inghilterra.
Cercasi miracolo all’Aviva Stadium di Dublino: Irlanda e Scozia devono vincere con bonus per mettere la massima pressione alla Francia e sperare nell'impresa inglese. Le due squadre lo sanno e i primi 10 minuti di partita lo dimostrano: tre mete (due irlandesi e una scozzese), partita apertissima e duelli ad alta intensità. Trattasi, però, di una sfuriata iniziale: dopo l’avvio di fuoco la partita si fa più statica e col passare dei minuti è l’Irlanda a prendere il controllo. La meta di Baloucoune al 20’ segna il momento di questo cambio di partita: la Scozia perde certezze, l’Irlanda le acquista.
La difesa irlandese è in pressione costante, sempre proiettata in avanti sul filo del fuorigioco ed efficacissima. La Scozia fatica a trovare riferimenti, con Russell ingabbiato e marcato strettissimo. Il primo tempo si chiude sul punteggio di 19-7 e la sensazione che l’Irlanda sia più preparata a questo genere di sfide rispetto agli uomini di Townsend, a cui continua a mancare quella continuità necessaria per fare il salto di qualità. L’inizio di ripresa sembra mettere in discussione quanto visto nel finale della prima frazione, con la meta di Russell arrivata dopo un’ondata offensiva multifase a riaprire la contesa. Gli uomini di Farrell, però, reagiscono subito e trovano un’altra segnatura, questa volta con il debuttante nel torneo Murray.
La contro-reazione scozzese è più di nervi che di tattica: Darge accorcia le distanze e porta la sua squadra sotto break. Ma è l’ultima vera iniziativa scozzese: l’Irlanda è padrona del campo, gestisce le fasi di gioco e trova la meta in altre due occasioni. Il tabellino finale riporta un larghissimo 43-21: l’Irlanda si porta in testa con 19 punti sperando nel miracolo dell’Inghilterra, mentre la Scozia torna a casa col cerino in mano, non riuscendo a conquistare neanche un punto di bonus e vedendo sfumata l’opportunità anche solo di sperare nel titolo.
Forse non sarebbe giusto parlare di delusione per la Squadra del Cardo, eppure la sensazione che lascia la partita è proprio di quell’amaro in bocca che ti lasciano le occasioni perse. Certo, il percorso non era iniziato bene, con la sconfitta a Roma contro l’Italia, ma nelle giornate successive gli uomini di Townsend avevano sfornato prestazioni eccezionali. Una squadra rollercoaster, capace di tutto e del contrario di tutto e proprio per questo ancora senza Sei Nazioni in bacheca.
Dall’altro lato, l’Irlanda ha concluso in crescendo. La pesante sconfitta all’esordio contro la Francia sembrava aver tolto certezze a una nazionale che pareva a fine ciclo, e invece con il passare delle giornate gli uomini di Farrell hanno trovato certezza e concretezza. La vittoria sofferta contro l’Italia è stata forse la partita di svolta, a cui sono seguite altre due vittorie autoritarie e convincenti, prima della grande prestazione di oggi. Una prestazione che fino all’80’ di Francia-Inghilterra aveva anche fatto accarezzare il sogno del trofeo, sfumato proprio nel recupero della partita di Parigi con il calcio di Ramos che ha consegnato il trofeo alla sua Francia;
L’Italia fallisce l’esame di maturità e viene travolta dal Galles in un Principality Stadium tornato a cantare con entusiasmo. Gli uomini di Tandy erano chiamati al riscatto per evitare il cucchiaio di legno, provare riconquistare l’amore del pubblico e interrompere una striscia troppo lunga di sconfitte nel torneo e in particolare contro l’Italia (gli Azzurri avevano vinto l’anno scorso a Roma ed erano stati capaci di imporsi a Cardiff nel 2022 e nel 2024).
L’Italia, invece, arrivava dalla storica vittoria sull’Inghilterra e si giocava la possibilità di chiudere il miglior Sei Nazioni della propria storia: un modo per attestare il proprio status e proseguire il percorso di crescita. Motivazioni diverse, quindi, ma la posta in gioco era alta per entrambe. Quanto visto in campo, però, ha mostrato una sola squadra davvero interessata a raggiungere l’obiettivo: il Galles ha aggredito la partita, mettendo su ogni palla tutto quello che aveva e di fatto ha surclassato un’Italia apparsa invece morbida, deconcentrata e poco lucida.
L’esempio lampante è il calcio di punizione da posizione favorevole sbagliato da Garbisi: un episodio che poteva cambiare l’inerzia della gara, perché dopo i primi 10’ minuti di attacco gallese che la difesa aveva retto, gli azzurri potevano trovare subito punti alla prima occasione e colpire il morale dei padroni di casa. Il Galles, invece, è chirurgico: entra nei 22 italiani per quattro volte nel primo tempo e in tre occasioni trova la meta, tutte le volte trasformate, e chiude il primo tempo sul 21-0.
Ci si aspetterebbe una strigliata negli spogliatoi e un ingresso in campo di tutt’altro genere da parte degli Azzurri eppure la scossa non arriva. Il secondo tempo si apre così come si era concluso il primo: gallesi sempre in anticipo nei punti di incontro, più efficaci nei placcaggi e più precisi nei passaggi. Edwards, dopo le perfette trasformazioni, trova anche la meta personale e al 50’ si concede pure un pezzo di bravura con uno splendido drop. Dopo 50 minuti a Cardiff sta 31-0: è la peggior prestazione dell’Italia di Quesada che evidentemente non è riuscito a toccare le giuste corde nei ragazzi.
A questo punto l’Italia ha un moto di orgoglio, il Galles allarga le maglie e riprende fiato: arrivano così tre mete italiane che diminuiscono lo scarto sul tabellino ma non incidono sul risultato finale né tantomeno sulle considerazioni della gara.
Il 31-17 di Cardiff rischia di macchiare un grande torneo disputato dall’Italia. Non solo le entusiasmanti vittorie contro Scozia e Inghilterra ma anche le grandi prestazioni contro Irlanda e Francia avevano catapultato l’Italia al ruolo di sorpresa del torneo e l’ultima giornata poteva sancire il passaggio da sorpresa a conferma. L’Italrugby ha però fallito il test per diventare grande e con questa consapevolezza dovrà lavorare in vista del Nations Championship e soprattutto dei Mondiali del 2027.
Non sono mancati, infatti, i risvolti positivi: da un Menoncello arrivato a un livello top a una mischia che ha saputo dominare certe partite, fino a un gioco aereo finalmente accettabile e una discreta efficacia nei punti di incontro. L’imperativo deve essere quello di non buttare via il bambino con l’acqua sporca, partendo da quanto di buono e ottimo mostrato per arrivare a eliminare gli errori ed evitare altre giornate come quella di oggi.
Grandi applausi per il Galles, che torna a vincere una partita nel torneo dopo tre anni e sfata il tabù azzurro a Cardiff. Tandy ha saputo mantenere la barra dritta nelle difficoltà e la sua squadra ha meritato una conclusione trionfale dopo la crescita mostrata nel torneo: un inizio difficile, con la sensazione costante di trovarsi a un passo dal disastro, per poi svoltare con orgoglio, organizzazione e tecnica. L’uomo copertina è sicuramente Carre, il pilone scorer che ha segnato una delle più belle mete del torneo contro l’Irlanda e che più di tutti ha tenuto alto il morale della squadra.
Una partita che rimarrà negli annali del rugby: Francia-Inghilterra è un instant classic, una gara già diventata un cult per tutti gli amanti della palla ovale. Una partita folle, quindi meglio analizzarla partendo dalle certezze: la Francia vince per 48-46 e conquista il torneo per la seconda volta consecutiva. Dopodiché bisognerebbe esaminare la partita: dalle 4 mete di Bielle-Biarrey (miglior marcatore del torneo con 9 mete), alla trasformazione in drop di Smith dopo che la palla era caduta dalla piazzola, fino al calcio finale di Ramos che al minuto 83 ha regalato il back-to-back alla Francia.
Tutto questo in mezzo a una partita dai mille volti: la Francia ha dei giocatori meravigliosi che quando entrano in ritmo sono implacabili; l’Inghilterra, leone ferito e vera delusa del torneo, tira fuori l’orgoglio e torna a essere la nazionale che era arrivata al Sei Nazioni con 12 vittorie consecutive e il sogno del trionfo finale. I placcaggi sono intensi, ogni punto di incontro è una battaglia: la Francia ci mette la qualità e l’eleganza di Dupont e Jalibert, l'Inghilterra la leadership di Itoje e la tenacia di Chessum.
La cronistoria della partita riflette anche l’assegnazione del trofeo, in bilico fino all’ultimo secondo. All’intervallo il risultato è di 24-27 (risultato che farebbe diventare campione l’Irlanda) con l’Inghilterra già in bonus offensivo ma appena penalizzata da una meta tecnica e conseguente ammonizione. La Francia capisce il momento e aggredisce il secondo tempo, trovando subito due mete che ribaltano completamente il risultato.
Partita indirizzata? Neanche per sogno. L’Inghilterra, nonostante l’inferiorità numerica, trova immediatamente la meta per ricucire lo strappo e, ristabilitasi in quindici, effettua il controsorpasso con Marcus Smith. Ci vuole un’invenzione di Dupont, che trova spazi che gli altri neanche vedono, per innescare la corsa di Bielle-Biarrey e riportare avanti i galletti: è il minuto 66 e la Francia assapora il bis. A 3’ dalla fine accade l’impensabile: l’orgoglio inglese viene premiato, Freeman segna la meta che Marcus Smith trasforma, e la Francia si trova sotto nel punteggio e sotto di un uomo per l’ammonizione di Bamba.
Quelli che seguono sono due minuti di follia: quella inglese, perché la squadra di Borthwick a due minuti dalla fine decide di calciare e riconsegnare palla agli avversari e, dopo averla recuperata con meno di un giro di orologio sul cronometro, commette un doppio fallo nell’ultima azione della partita che di fatto regala il titolo alla Francia; quella francese, perché la nazionale di Galthié ha rischiato di veder scivolare via un titolo che sembrava già in tasca, specchiandosi un po’ troppo nella sua superiorità e trovando nel calcio di Ramos il momento di massima liberazione e felicità.
Dopo un torneo così risulta difficile andare a fare previsioni per il futuro così come cercare di razionalizzare quanto appena successo. Nei prossimi giorni verranno decretati i premi individuali e verrà riconosciuta anche la meta più bella del torneo. Intanto è già stato assegnato il Rising Player, ovvero il premio al miglior debuttante, e se lo è aggiudicato il non giovanissimo Baloucoune: un riconoscimento assolutamente meritato per un giocatore che ha mostrato una fisicità e una corsa fuori dal comune. Il fatto che abbia debuttato a soli 28 anni nel torneo è anche la dimostrazione della qualità e della profondità della rosa che l’Irlanda ha avuto a disposizione in questi anni.
Decretare l’MVP del torneo sarà un compito ingrato: solo nella Francia ci sono 5/6 giocatori che meriterebbero di vincerlo (da Ramos, sempre perfetto nei piazzati, al top scorer Bielle-Biarrey, passando per l’altra ala Attissogbe e il vero architetto della squadra Dupont), ma anche la Scozia ha dei validi candidati in Steyn e Graham; così come non può passare inosservato il torneo disputato da Menoncello, top assoluto nel suo ruolo. Insomma, il ventaglio dei candidati è profondo, ma la sensazione è che anche questo premio prenderà la via di Parigi.
E la meta del torneo? La storica meta di Marin dopo la fuga di Menoncello per la prima vittoria italiana contro l’Inghilterra è un momento iconico; le fughe di Bielle-Biarrey sono state entusiasmanti ed incontenibili; Steyn e Graham contro la Francia hanno ribaltato il pronostico e si sono resi protagonisti di cavalcate irresistibili. Forse, però, quella che meriterebbe il riconoscimento è la meta di Carre contro l’Irlanda: il pilone gallese ha dato prova di una rapidità di passi impensabile per un atleta della sua stazza e soprattutto del suo ruolo che ha stregato tutti i tifosi e lo ha fatto diventare il nuovo idolo della nazionale.
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