
Inter-Atalanta 1-1, Considerazioni Sparse
Gli errori dell'Inter, i cambi di Palladino, la Marotta League in vacanza: l'Atalanta pareggia e riapre definitivamente la corsa scudetto.
Al Meazza piove, ma solo per metà del popolo meneghino il clima è davvero pessimo. In un pomeriggio dai colori tipicamente marzolini, l’Atalanta rompe una maledizione lunga quasi quattro anni e strappa un pareggio all’Inter capolista, ma sempre meno certa di meritare questo appellativo. I nerazzurri sembrano anzi sempre più desiderosi di cedere lo scettro del primato ai cugini dell’Milan, che non possono fare altro che accogliere l’invito e prendere sempre più abbrivio in vista della sfida, ormai decisiva, contro la Lazio di domenica. I rossoneri assistono con interesse al secondo atto di un suicidio sportivo che l’Inter non sembra in grado di arrestare. La squadra appare vittima degli infortuni di alcuni giocatori chiave, del declino di altri — perché, nel caso di Marcus Thuram, non si può più parlare di semplice calo di forma — e di quei limiti caratteriali e mentali a cui il gruppo nerazzurro ci ha ormai abituato e rispetto ai quali, ogni volta, si rimane inspiegabilmente sorpresi.
Il gol di Francesco Pio Esposito a metà primo tempo sembra scacciare i fantasmi evocati dalla sconfitta nel Derby e maschera, per una buona mezz’ora, i problemi offensivi di una squadra orfana di Lautaro Martínez e dunque del suo miglior attaccante e giocatore. L’Inter disputa un buon primo tempo, gestisce con ordine il vantaggio e i tentativi dell’Atalanta di colmarlo, ma lascia intravedere grandi difficoltà nella gestione del possesso, che la pioggia milanese giustifica solo in parte. La squadra di Cristian Chivu fatica a impostare il gioco da dietro e a rifinire l’azione sulla trequarti avversaria, mantenendo a galla un’Atalanta inizialmente un po’ spuntata, forse ancora stordita dall'1-6 di Champions. Nel secondo tempo, invece, a mancare è la precisione sotto porta: l’Inter spreca almeno un paio di occasioni colossali e finisce per pagare la propria hybris con il più classico dei pareggi allo scadere, che peraltro premia una Dea in crescita nella ripresa. Per lunghi tratti della gara è sembrato di rivedere in campo l’ultimissima Inter di Simone Inzaghi: una squadra confusa, impaurita, sull’orlo di una crisi di nervi, che Chivu ha cercato di curare nella prima metà della stagione. La verità è che, a parità di capitale umano, questo gruppo nerazzurro continua a conservare le stesse tare mentali, a prescindere dalla stagione o dalla guida tecnica. Perché è il gruppo stesso, prima di tutto da questo punto di vista, ad apparire esaurito — indipendentemente da quale sarà l’esito finale della stagione.
Ed è qui che si innesta il discorso, prima appena accennato, su Marcus Thuram. Il Tikus, grande protagonista dello scudetto della seconda stella appena due anni fa, sembra essersi sostanzialmente fermato al 2024 per concedersi una lunga, lunghissima vacanza, come del resto lasciavano intendere anche alcune parole pronunciate a inizio stagione da Alessandro Bastoni. Non si tratta soltanto della colpa di aver sprecato la palla del due a zero, a tu per tu con Marco Carnesecchi, o di aver sbagliato in più di un’occasione l’appoggio decisivo per il compagno lanciato verso la porta. E non si tratta nemmeno, almeno in senso semplicistico, di un problema di atteggiamento o di mentalità, visto che neppure il resto della squadra appare particolarmente grintoso o concentrato — e perché certi discorsi finiscono spesso per scivolare in cliché razzisti, ormai solo ridicoli. In una squadra che attraversa una fase di difficoltà mentale, fisica e tecnica, Thuram è comunque quello che appare più in affanno, senza aver avuto nei mesi scorsi quei picchi che invece hanno caratterizzato altri giocatori appannati, come Petar Sučić o Manuel Akanji. Il francese è impreciso, costantemente in ritardo sulle seconde palle e sui raddoppi, oltre a confermarsi un giocatore spesso poco lucido nelle scelte e nella visione di gioco. Spiace contraddire Andrea Stramaccioni, ma quello di Thuram non sembra soltanto un momento di crisi passeggera.
A fare da contraltare alla pessima gestione della partita da parte dell’Inter — e di Chivu — è la capacità di leggere le dinamiche della gara mostrata da Palladino. L’Atalanta approfitta del calo interista e rientra in partita grazie agli innesti di Ederson e Krstović, che regalano intensità al centrocampo, sollevano il baricentro e aumentano i giri del pressing bergamasco, mandando in panne i fragili padroni di casa. Gli ospiti dimostrano una presenza mentale tutt’altro che scontata dopo il collasso europeo di qualche giorno prima e confermano di essere ancora pienamente in corsa per un posto nelle competizioni continentali, dall’Europa League alla Conference League. Sugli scudi, un ottimo Davide Zappacosta che, sotto gli occhi del commissario tecnico Gennaro Gattuso, corre e spinge con l’argento vivo addosso, dimostrando di meritare una convocazione per gli imminenti play-off. Bene anche Nicola Zalewski, sempre pericoloso nel muoversi alle spalle della mediana interista e nel dialogare rapidamente con le mezzali. Meno positiva, invece, la prova di Gianluca Scamacca, precipitoso e impreciso nelle scelte, e quella di Marco Carnesecchi, colpevole di aver concesso il vantaggio iniziale a una squadra che, fino a quel momento, sembrava ostaggio dei propri problemi offensivi.
Nel finale di partita, gli episodi che conducono prima al pareggio dell’Atalanta e poi al mancato rigore su Davide Frattesi fanno quasi pensare che, forse impegnata a monitorare gli avvenimenti mediorientali o le intenzioni di voto sul referendum, la “Marotta League” si sia concessa una giornata di vacanza. L’Inter, come prevedibile, si dirà penalizzata dalle decisioni arbitrali — a torto o a ragione — così come si discuterà di episodi dubbi nei quali è stata giustamente determinante la valutazione dell’arbitro. Non si parlerà però di complotti, manovre nell’ombra o indirizzi occulti delle decisioni arbitrali, perché questa volta la squadra più forte non ha goduto dei benefici derivanti da scelte difficili operate da una classe arbitrale spesso inadeguata e contraddittoria. E, visto che l’Inter non ha vinto e il campionato è stato riaperto, quello della Marotta League si confermerà per ciò che realmente è: un alibi, anche per l'Inter stessa. Un espediente utile per svalutare il merito tecnico degli avversari, o per attribuirsi una presunta superiorità morale che torna comoda solo, appunto, quando le cose non vanno per il verso sperato. È la trappola in cui è incappata l'opinione pubblica italiana, interisti compresi, negli anni del dominio juventino. Si ripete di nuovo, pur avendo a che fare con una squadra decisamente meno forte e vincente.
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