
L’apoteosi italiana nella notte di Houston
Battendo gli Stati Uniti 8-6, la nazionale ha scritto una pagina storica del baseball italiano.
L’Italia ha battuto gli Stati Uniti 8-6 nella fase a gironi del World Baseball Classic, il più importante torneo di baseball per nazionali al mondo. Si tratta senza dubbio del più grande successo nella storia del baseball italiano, avvenuto peraltro in casa degli statunitensi, nello stadio degli Houston Astros della MLB, e apre agli azzurri prospettive anche più interessanti. Con una sola partita da giocare nel girone, quella tra Italia e Messico di questa notte, l’Italia sa di avere in mano il pass per la qualifica al secondo turno con la possibilità anche di eliminare la squadra statunitense: se l’Italia, qualora non riuscisse a vincere, perdesse contro i messicani anche solo con un margine inferiore alle cinque run, allora sarebbe ufficiale il passaggio del turno.
Quella contro gli Stati Uniti non è stata una semplice vittoria, o comunque non banalmente la performance di una squadra sfavorita che rimane aggrappata alla partita e vince sulla base di pochi, fortunati episodi. Michael Lorenzen, trentaquattrenne pitcher appena passato ai Colorado Rockies dai Kansas City Royals, ha lanciato una partita stratosferica fino al limite dei sessantacinque lanci istituito dal World Baseball Classic per la fase a gironi del torneo, dopo il quale è stato sostituito. In quella che è fondamentalmente metà partita – 4.2 innings sul monte di lancio – Lorenzen ha lanciato 39 strike, concesso solamente due hit, una walk e soprattutto costringendo gli Stati Uniti a zero punti sul tabellone proprio mentre gli azzurri volavano sul 5-0.
Il racconto di Italia-USA
Il solco si è iniziato a scavare nel secondo inning quando due fuoricampo, rispettivamente di Kyle Teel e di Sam Antonacci hanno portato il risultato sul 3-0 anche grazie a Jac Caglianone, mandato in base dopo essere stato colpito da un lancio dello starter statunitense Nolan McLean e rientrato a casa dopo la bomba di Antonacci, classe 2003 di Springfield, Illinois, parte dell’organizzazione dei Chicago White Sox nella squadra di Doppio A dei Birmingham Barons. Nel quarto inning neanche un cambio di pitcher, con Ryan Yarbrough dei New York Yankees al posto di McLean, ha cambiato la musica per Team USA, anzi. Dopo un conteggio di 4 ball e 2 strike, Yarbrough ha lasciato camminare Kyle Teel in prima base, a cui è seguito un altro home run, questa volta di Jac Caglianone, right fielder dei Kansas City Royals, per portare il punteggio sul 5-0.
Di fatto, il margine così apparentemente sottile che ha deciso la partita è solo frutto di un tentativo di rimonta statunitense improbabile, ma comunque andato fin troppo vicino a realizzarsi per dei tifosi deboli di cuore, con i padroni di casa che hanno iniziato a segnare solamente quando l’Italia aveva raggiunto la vetta di otto runs che non avrebbe più toccato fino alla fine della partita. Nel sesto inning, con l’Italia in battuta per prima, gli azzurri si avvantaggiano di un clamoroso errore del lanciatore statunitense Brad Keller. Se la battuta di Antonacci, infatti, finisce tranquillamente tra le mani del pitcher, questo sbaglia completamente il facile appoggio in seconda base, che avrebbe potuto tranquillamente eliminare, con una double play, Caglianone e Antonacci, di fatto chiudendo la finestra offensiva per gli azzurri.
Invece il suo passaggio colpisce il terreno, rimbalza sulla seconda base e scappa via, permettendo ai due azzurri di arrivare in sicurezza in base, addirittura avanzando in terza e seconda base, ma soprattutto a JJ D’Orazio, appena entrato in seguito all’infortunio di Kyle Teel causato dalla sua scivolata in seconda base, di segnare il sesto punto azzurro. Il battitore successivo, il 2004 originario di Toronto, Dante Nori, si sacrifica venendo eliminato con una battuta lunga che finisce nelle mani del fenomenale Aaron Judge, permettendo però a Caglianone di segnare il settimo punto. L’ottavo punto è invece frutto di un altro errore di Keller, il cui lancio viene colpito da Mike Mastrobuoni ma rimane nei pressi della casa base, costringendo il catcher statunitense ad inseguirlo, il pitcher ad una corsa disperata verso la base per eliminare Antonacci, che appena notato l’errore si lancia disperatamente alla ricerca della sicurezza, riuscendoci.
Avanti 8-0 l’Italia alza il piede dall’acceleratore, o sono gli Stati Uniti ad iniziare a spingere: Gunnar Henderson dei Baltimore Orioles batte il pitcher azzurro Dan Altavilla per un fuoricampo. Nel settimo inning Alek Jacob dei San Diego Padres concede un altro fuori campo, nel suo caso al mancino Pete Crow-Armstrong, ma in questo caso fa più male visto che sul diamante ci sono anche Brice Turang in terza base e Paul Goldschmidt in seconda, e il vantaggio è dimezzato. L’esterno centro mancino dei Chicago Cubs si ripete con il suo secondo fuoricampo della partita nel nono inning, ma questa volta non ci sono giocatori in base e il risultato va sul 6-8 dopo che nell’ottavo Kyle Schwarber aveva approfittato di una singola di Roman Anthony per segnare.
In seguito al terzo fuoricampo statunitense, il manager degli italiani, Francisco Cervelli, ex catcher MLB venezuelano di origini italiane, cambia Ron Marinaccio con Greg Weissert. Il trentunenne, lanciatore di mano destra dei Boston Red Sox concede sì una singola al fortissimo Bobby Witt Jr. ma ottiene la seconda eliminazione dell’inning rifilando tre strike a Gunnar Henderson. In battuta si presenta Aaron Judge, uno dei più grandi giocatori della contemporaneità. La stella dei New York Yankees è una macchina da fuoricampo. La scorsa stagione ha terminato al secondo posto per home runs nell’American League dietro solo al fenomeno di culto Cal “Big Dumper” Raleigh, e l’anno prima aveva dominato la lega con cinquantotto fuoricampo, e fuori campo a parte è senza grossi dubbi uno dei più grandi battitori di sempre. Concedergli un giro di campo vorrebbe dire pareggio, vista la presenza in prima base di Bobby Witt Jr, e magari anche la possibilità di perdere senza neanche gli extra inning, visto che ci sarebbe ancora da eliminare uno statunitense.

Come primo pitch Weissert va con una sinker, ovvero una palla veloce con un forte effetto discendente nel finale. Secondo i dati di Baseball Savant, la sinker è stato nel 2025 in assoluto il lancio che Weissert ha preferito lanciare contro battitori destri come Judge, utilizzandola il 38% delle volte – ma solo il 14% delle volte contro battitori mancini – ed è strike uno. Al secondo e terzo lancio prova una slider, un lancio più lento, che si “rompe” e cambia notevolmente traiettoria mentre approccia il piatto. Con la prima fa un secondo strike, ma la terza viene chiamata una ball. Serve quindi almeno un altro lancio per chiudere la partita. Weissert lancia una changeup, o cambio, ovvero una palla che parte come una normale palla veloce ma che rallenta la sua traiettoria mentre arriva al piatto, con l’obiettivo di confondere la mozione del battitore.
Sempre Baseball Savant ci mostra come la changeup sia un lancio particolarmente raro per Weissert contro i battitori di mano destra, mentre è il suo secondo pitch più usato contro i battitori mancini. Weissert la usa appena il 2% delle volte contro battitori dello stesso tipo di Aaron Judge. Ma il principio per cui un lancio del genere viene tentato funziona: Judge è ingannato e va con lo swing per mandare il pallone al secondo anello. Non fa contatto con la sfera. È strike tre. L’Italia batte gli Stati Uniti non per la prima volta – nel 2007, per esempio, ai mondiali di Taiwan, gli azzurri vinsero 6-2 contro i futuri campioni del mondo – ma per quella che è certamente la più importante e visibile nella storia del baseball italiano.

Come funziona il sistema baseball?
E qui è giusto fare una precisazione, e aggiustare il contesto intorno a questa vittoria e, più in generale, a questa competizione. Ufficialmente il mondiale di baseball non esiste, o meglio, non esiste più. Nel 1938 la Gran Bretagna vinse la prima edizione delle Amateur World Series, in una sfida al meglio delle cinque contro gli Stati Uniti svoltesi in varie città del Regno Unito. Quel torneo, negli anni, sarebbe diventato il massimo titolo per nazionali del pianeta, abbandonando la definizione originale – in chiara contrapposizione alle World Series del professionismo statunitense – nel 1988, prima edizione sotto il nome di Baseball World Cup. I tornei si sono sempre svolti in estate o in autunno, con cadenza biennale, mentre i professionisti della MLB erano impegnati nella loro stagione, e almeno fino al 1998 la partecipazione era ristretta esclusivamente ad atleti dilettanti, venendo poi aperta quell’anno anche ai professionisti delle Minor Leagues statunitensi.
Il mondiale, però, ha smesso di esistere dopo l’edizione del 2011, a Panama, vinta dai Paesi Bassi in finale su Cuba – che con 24 vittorie domina senza mezzi termini il medagliere della competizione. Ad oggi, la massima competizione per nazionali organizzata direttamente dalla federazione che governa il baseball – e il softball – mondiale, la WBSC è la Premier12, una competizione per le dodici migliori nazionali del mondo, con attualmente tre edizioni alle spalle nel 2015, 2019, 2024 e la prossima prevista nel 2027. Guardando i roster delle squadre partecipanti, possiamo notare una presenza di giocatori da campionati professionistici organizzati e seguiti con passione nei loro paesi, come la NPB giapponese, la LMB messicana, i campionati di Venezuela, Taiwan, le Minor Leagues statunitensi, e anche tornei europei come la Honkbal Hoofdklasse dei Paesi Bassi e la nostra Serie A.
Chi vince questo torneo, però, non può fregiarsi del titolo di campione del mondo. Chi può farlo, invece, ufficialmente – e mettiamo da parte l’eccezionalismo statunitense di chiamare campioni del mondo dei campioni nazionali – sono i giocatori vincitori del World Baseball Classic, appunto, il primo torneo per nazionali a cui possono partecipare anche i giocatori della Major League Baseball – che non ha mai mandato i suoi atleti alle Olimpiadi, ma potrebbe farlo per Los Angeles 2028. Il World Baseball Classic è un torneo che è sì sanzionato dalla WBSC, ma che viene organizzato e gestito dalla World Baseball Classic Incorporated, una partnership dell’organo governativo del baseball mondiale con la MLB e la sua associazione giocatori. Dopo due prime edizioni nel 2006 e nel 2009, organizzate su spinta della MLB, nel 2013 la WBSC è entrata a far parte della partnership, nominando ufficialmente il World Baseball Classic come il torneo che assegna il titolo di “campioni del mondo” a patto che il Classic accettasse di organizzare qualificazioni anziché organizzare un torneo ad inviti e che si sottoponesse alle regole mondiali sull’anti-doping.
La cadenza del torneo non è puntuale, essendosi svolta a distanze di tre o quattro anni – l’ultima edizione prima di questa era del 2023 – e i termini del suo svolgimento vengono determinati dalla MLB e dalla MLBPA – il sindacato dei giocatori – come parte delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo. Un’altra particolarità del World Baseball Classic è che le regole per l’eleggibilità dei giocatori sono certamente più lasche e permissive rispetto a qualsiasi altra competizione per nazionali. Non è necessario infatti possedere la cittadinanza o il passaporto del paese che si vuole rappresentare, ma, ad esempio, basta essere potenzialmente eleggibile per una nazione senza aver completato le pratiche della cittadinanza per poter scendere in campo con essa. Inoltre, si può rappresentare una nazione se vi si è nati, se vi si ha la residenza legale, se si hanno dei genitori che sono o erano cittadini o anche solo nati in quella nazione.
Questo, ovviamente, ha un impatto enorme sulla composizione delle squadre nazionali. Il successo sempre maggiore che una competizione come il World Baseball Classic sta avendo è anche e soprattutto dovuto al fatto che per la prima volta si possono vedere veramente i migliori al mondo sfidarsi con la maglia della loro nazionale. In primis perché la MLB è una lega sempre più internazionale, le cui stelle non sono solo statunitensi ma anche giapponesi – Shohei Ohtani – dominicane – Vladimir Guerrero Jr. – dei Paesi Bassi per via di Aruba e Curaçao – Xander Bogaerts – addirittura anche della Gran Bretagna, qui per via delle Bahamas come nel caso di Jazz Chisholm Jr.
Ma ciò che contribuisce ad alzare significativamente il livello del torneo è anche, appunto, la possibilità per le nazionali di convocare giocatori che, con criteri più stringenti, semplicemente non potrebbero rappresentare quella nazione. L’Italia è, insieme alla nazionale israeliana, forse l’esempio più lampante di come queste regole possano essere sfruttate per migliorare il livello della propria squadra. In questo momento, l’Italia conta su solo un giocatore capace di giocare in MLB, il pitcher veronese Samuel Aldegheri, parte della squadra azzurra in questo World Baseball Classic. Eppure, tra i trenta convocati nella squadra italiana capace di battere Team USA, diciannove hanno esperienza in Major League Baseball, diciassette sono attualmente sotto contratto, otto giocano al livello di Minor League – in cui gioca anche il pitcher sammarinese Alessandro Ercolani, parte del Team Italy al WBC 2023 – e tre nella nostra Serie A, uno dei quali, Renzo Martini, è nato in Venezuela.
In tutto il roster azzurro, solo tre giocatori sono nati e cresciuti in Italia, Gabriele Quattrini, Claudio Scotti e il già citato Aldegheri, due sono di origine venezuelana – oltre a Martini, JJ D’Orazio, nel farm system dei Los Angeles Angels – uno, l’esterno Dante Nori, è canadese, mentre gli altri sono tutti giocatori di nascita e formazione statunitense. Questo si riflette anche nel modo in cui questa squadra si trasforma in un gruppo, nei rituali che i giocatori hanno sviluppato nel tempo, nei loro modi di creare legami sul campo. Dopo ogni fuoricampo, i giocatori esultano bevendosi – o facendo finta di bere, non ho capito – un espresso, mentre per celebrare una bella giocata non è raro che si salutino esibendosi nel classico gesto italiano con le mani – non ho bisogno di dirvi che gesto, sapete tutti di cosa sto parlando.
Quali sono i prossimi passi dell'Italia nel baseball?
La realtà è che c’è ancora tutto da giocare. Nel 2023, l’Italia riuscì a passare il turno e a qualificarsi ai quarti di finale del World Baseball Classic finendo seconda per il differenziale delle run in un girone in cui tutte e cinque le squadre terminarono con due vittorie e due sconfitte. Quest’anno, le aspettative erano più basse, visto un girone più duro con potenze come Stati Uniti e Messico, ma ora, una volta battuta la prima delle due avversarie, ha senso pensare che quel traguardo possa essere ripetuto. Allora, dunque, la squadra non può accontentarsi dell’impresa fatta, e semmai esserne galvanizzata. L’Italia ancora non è qualificata alla fase ad eliminazione diretta, e dipenderà tutto dalla partita con il Messico. L’Italia è prima, con tre vittorie, gli USA secondi, con tre vittorie, una sconfitta e nessun incontro più da giocare, il Messico terzo con due vittorie e una sconfitta.
L’Italia per passare ha solamente due strade: vincere o perdere con uno svantaggio massimo di quattro run. Il Messico ha l’obbligo di vincere, altrimenti rimarrà fuori dal prossimo turno, mentre gli USA possono solo stare a guardare, e dovranno fare il tifo per l’Italia o, nel caso la partita prenda la direzione del Messico, tifare perché questi ultimi vincano di almeno cinque run o più, così da eliminare gli azzurri. Per una delle nazionali favorite, vincitrice dell’edizione 2017 e finalista di quella 2023, sarebbe una beffa assoluta, resa ancora più clamorosa dalla gaffe del suo manager Mark DeRosa, ex giocatore con nessuna esperienza da allenatore ma commentatore televisivo per MLB Network, che in un’intervista di ieri presso il canale per cui lavora ha sostenuto che gli Stati Uniti fossero già qualificati ai quarti al di là di quello che sarebbe stato il loro risultato contro l’Italia.
Avendo il Messico una differenza runs migliore dell’Italia – +20 contro il +13 azzurro – una vittoria garantirebbe il primo posto nel girone, mentre una sconfitta, anche se sufficiente per qualificarsi, certificherebbe la seconda posizione. In qualsiasi caso di passaggio, comunque, l’Italia affronterà una squadra del Gruppo A, in cui Porto Rico è già qualificata dopo aver concluso le sue quattro partite e in cui la vincente tra Canada e Cuba si aggiungerà alla lista delle qualificate, ma in cui è ancora possibile per tutte e tre qualificarsi o al primo o al secondo posto. In ogni caso, dunque, sarà evitato il Giappone, la squadra campione in carica che ci ha eliminato dal torneo nel 2023, proprio ai quarti di finale. L’impresa della vittoria contro gli Stati Uniti rimarrà comunque per sempre, anche per la prestazione dominante con cui gli azzurri si sono messi in controllo della partita. Alla squadra di Francisco Cervelli è richiesta almeno un’altra impresa contro i messicani, e poi magari un’altra ancora, contro squadre meno forti sulla carta degli Stati Uniti ma contro cui noi, comunque, non partiamo favoriti. Per andare laddove il baseball italiano – al di fuori di un quarto posto al mondiale di casa del 1998, ma era un altro mondo – non è mai arrivato.
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