
Fra Milan e Inter ha vinto la semplicità di Allegri
Di fronte ai problemi strutturali dell'Inter di Chivu, il Milan di Allegri ha vinto giocando un calcio attento: è davvero questo il meglio del calcio italiano?
Fra Milan e Inter, più di assottigliare o aumentare la differenza punti, questo derby paventava la possibile ricaduta emotiva di un'Inter che, soprattutto dopo l'infortunio di Lautaro Martinez, sta arrancando più a livello di gioco che di risultati. Nessuno prevede il futuro, quindi non possiamo sapere in questo momento quali strascichi può lasciare questo derby. La cosa certa, però, è che questo risultato rilancia le ambizioni del Milan e getta delle ombre sul finale di stagione dei nerazzurri.
È stata una partita che ci ha lasciato spunti, tattici e non, su cui riflettere: domenica si sono sfidate le due squadre che meglio si sono comportate nella Serie A 2025/26; quelle che, tecnicamente, dovrebbero rappresentare il meglio del calcio italiano, e il fatto che questo fosse un derby aumenta il prestigio di questo confronto. Ma siamo sicuri che il modo in cui sia stato giocato è il meglio che il movimento italiano ha da offrire?
Senza addentrarci per il momento in discorsi del genere, meglio tornare alle basi e capire effettivamente come Chivu e Allegri hanno approcciato la partita.
Sponda rossonera, Allegri scende in campo col 3-5-2 con Estupiñán a sostituire un Bartesaghi non al meglio e la coppia d'attacco Leão-Pulisić davanti; dall'altro lato Chivu invece sceglie Mkhitaryan come mezzala sinistra al posto di Sučić ed è costretto a utilizzare Esposito-Bonny in attacco viste le assenze di Lautaro e Thuram.
Un Milan inedito
La partita sin da subito mostra il rovesciamento di alcuni pattern che, arrivati a marzo, avevamo iniziato a riconoscere: il Milan è una delle squadre meno aggressive d'Europa senza palla, una vera anomalia tra le top della classe nei miglior campionati europei; l'Inter invece vanta uno dei pressing più aggressivi del campionato. Ecco, Allegri sceglie di cominciare la partita aggredendo alto i nerazzurri, così come fatto nella sfida d'andata, sfruttando la disabitudine dell'Inter a giocare dal basso dopo il cambio di guida tecnica da Inzaghi a Chivu.
Il primo pressing è uomo su uomo, con l'Inter che abbassa molto gli esterni ma soprattutto i centrocampisti per lanciare subito sulle punte. Questo è un fattore non solo del primo tempo del Milan, ma di tutta la partita: Allegri si è fidato ciecamente dei due difensori che rimanevano dietro isolati con la coppia d'attacco interista. Pavlović e specialmente De Winter hanno fatto una gran partita, limitando il piano partita in prima costruzione di Chivu.

A dimostrazione di un palleggio nella propria metà campo più arrugginito rispetto al passato: pronti-via e Modrić sfiora il gol approfittando di un errore banale di Sommer in costruzione. Quello di Modrić sarà uno dei 5 palloni recuperati nella metà campo avversaria da parte del Diavolo, capace di registrare un dato PPDA di 8.07 durante il primo tempo, in netta controtendenza con le abitudini.
Non solo: i rossoneri hanno concentrato azioni difensive in zone più alte dell'Inter, sfilacciandosi di più.

Una volta che la pressione veniva superata, Modrić e compagni si rifugiavano nel blocco basso. Lì, in quel momento, Allegri cercava di limitare la giocata che più piace a Chivu: il tecnico romeno si è contraddistinto per una manovra più diretta e che passa meno dal centrocampo, prediligendo possessi più perimetrali e passando più spesso direttamente dalle punte. In fase di prima costruzione era più semplice arrivare a questo obiettivo: a destra Barella si sovrapponeva internamente per farsi seguire da Rabiot e liberare la linea di passaggio verso le punte.
Una volta che i nerazzurri avevano più campo, però, non hanno ben sfruttato potenziali combinazioni in catena per attaccare la linea.

La minore dimestichezza nel gioco dal fondo dell'Inter è stata dimostrata anche da come i nerazzurri non siano riusciti a manipolare il pressing avversario: per quanto Allegri avesse un approccio a primo impatto aggressivo, in realtà non c'era gran pressione sul pallone; inoltre, il Milan tendeva ad orientare molto il pressing prediligendo una copertura delle zone centrali, con Pulisić che spesso stringeva molto su Barella, lasciando Bisseck libero.
I rossoneri rimangono una squadra che predilige avere il +1 nell'ultima linea di pressione e non esporre troppo Modrić che spesso e volentieri oscura le linea di passaggio verso le punte. L'Inter non ha giocato su questo fattore, insistendo nel cercare Bonny ed Esposito, allungandosi e rischiando ogni volta che il Milan vinceva il duello sulle punte, provocando pericolose transizioni.
La sterilità dell'Inter
Non è andata meglio quando c'era da attaccare i cugini in blocco basso. L'Inter non attacca quasi più in catena, e questo si vede quando si scontra con squadre che si chiudono negli ultimi 30 mt, specialmente nei big match – giocati contro squadre più organizzate e con giocatori più forti di quelle nella parte destra della classifica.
Questo porta a giocare spesso possessi perimetrali che non portano ad attaccare la linea o a entrare in area in maniera dinamica. Questo succede con più frequenza da quando si è fatto male Lautaro, l'uomo che più si stacca per ricevere tra le linee. Anche in questi casi l'Inter cerca di andare molto velocemente dalle punte con i centrocampisti che o si inseriscono o costruiscono sotto palla, non stratificando la struttura.

Un problema amplificato dai movimenti delle punte: Esposito e Bonny non sono abituati a giocare insieme e si vede, non ci sono connessioni tra i due e, per caratteristiche, hanno bisogno di lavorare in zone di campo differenti e con certi tipi di combinazioni.
Esposito preferisce avere un compagno sotto palla, Bonny si sente a suo agio più ad allargarsi per giocare fronte porta: nessuno tende ad andare in appoggio né a giocare in diagonale, e questo li porta ad avere una disposizione molto piatta che non ha aiutato i compagni a sfondare.

L'Inter si è scontrata con un Milan coriaceo che sapeva perfettamente cosa aspettarsi. L'unico giocatore che cercava di cambiare le carte in tavola era Barella: per quanto tecnicamente impreciso, il centrocampista sardo era l'unico a provare qualche smarcamento estemporaneo quando l'azione si svolgeva a sinistra, andando vicino alla palla partendo da destra, movimenti che il Milan non sempre riusciva a gestire.
Allegri aveva le idee più chiare
Il Milan, dal canto suo, non ha nemmeno brillato così tanto con la palla: esattamente come fatto dall'Inter, i rossoneri si limitavano principalmente a possessi poco pericolosi. Tuttavia, il Milan aveva alcune idee molto chiare sul come attaccare il blocco medio interista.
Nei primi minuti del derby, l'Inter ha concesso un paio di lunghe conduzioni a Pavlović – sul serbo usciva in pressione Bonny, ma i braccetti del Milan partono molto larghi grazie all'ingresso di Maignan sulla linea dei difensori o alla discesa di uno tra Modrić e Rabiot (a volte entrambi). Questo movimento a volte ha portato Bonny, inizialmente a copertura del corridoio centrale, a lasciare campo esterno a Pavlović, che non si faceva pregare due volte e portava palla. Dopo qualche azione, è stato Barella a uscire su di lui: un aspetto che risulterà determinante nel gol del Milan.
È bene segnalare gli smarcamenti dei centrocampisti: Rabiot e, soprattutto, Modrić sul centro sinistra si abbassavano per favorire un'uscita palla migliore, dando modo a Tomori e Pavlović di rimanere larghi; Fofana, invece, poteva sia prendere il corridoio interno o scegliere di smarcarsi in ampiezza, facendo partire interscambi con Saelemaekers e Tomori. Ancora, Fofana poteva smarcarsi sulla stessa verticale della punta – che non era necessariamente Leão – per rendere la rottura della linea di Bastoni più complicata; come sempre, le mezzali di Allegri tendevano a buttarsi dentro se Leão veniva incontro.
Quando i braccetti interisti rompevano la linea – Bastoni su Fofana e Bisseck su Pulisić –, Leão tendeva ad attaccare la profondità proprio in quello spazio creato dall'aggressione dei difensori interisti. Questo succedeva molto più a sinistra: Modrić tendeva a prendere palla soprattutto in quella zona di campo ed era lui il giocatore più indicato a lanciare oltre la linea interista.

Altro dettaglio magari banale: è stato determinante il modo con cui il Milan girava palla verso destra. Modrić tendeva a passarla direttamente a Tomori senza passare da De Winter, come da prassi in un palleggio a medio ritmo. Probabilmente, quella di Modrić è stata una scelta dettata dal fatto che Mkhitaryan aveva il compito di stringere su Fofana quando la palla era a sinistra, per poi scivolare e aggredire Tomori se la palla andava a destra. Un passaggio diretto del croato verso Tomori, dunque, significava allungare l'uscita dell'armeno consegnando al difensore inglese più tempo per giocare.
Proprio da un passaggio di Modrić verso Tomori nasce il gol del Milan. A livello strutturale, l'Inter fatica da un po' di tempo a coprire il campo in ampiezza dietro la prima linea di pressione. Con la palla da un lato del campo, l'Inter fa uscire la mezzala di riferimento sul terzino avversario, in contemporanea con l'altra mezzala sull'altro lato del campo che stringe sul centrocampista avversario: questo comporta una copertura dell'ampiezza deficitaria e tanto tempo di giocata per il ricevente in ampiezza, perché la mezzala dovrà fare un'uscita molto lunga.
Questo è chiaramente un problema se si vuole giocare con un blocco medio e non basso: dietro la linea c'è profondità da attaccare e se non si porta pressione sul pallone si dà tanto tempo all'avversario di fare la giocata e imbucare. È successo con Arsenal, Juventus e Napoli, ma specialmente col Bodø/Glimt.

Il gol del Milan non nasce da una situazione simile, ma la falla che ha trovato nell'azione che porta al gol di Estupiñán è il filo che lega le situazioni che l'Inter soffre quando si piazza in blocco medio.
Entrando nello specifico: 35', Modrić gioca uno dei tanti palloni a centrocampo e va direttamente su Tomori saltando un passaggio.

Non si capiscono le intenzioni dell'Inter: se Mkhitaryan è su Fofana, perché Bastoni rompe la linea? Con una disposizione del genere avrebbe senso che Dimarco, vedendo che Modrić si orienta verso destra, cominci a predisporre l'uscita su Tomori lascando Saelemaekers a Bastoni, con Mkhitaryan che copre il centro. Altrimenti l'armeno potrebbe rimanere più largo lasciando Fofana a Bastoni, per accorciare l'uscita su Tomori.


Tutti e tre i centrocampisti dell'Inter hanno tanto spazio da coprire e quindi si trovano in ritardo su ogni giocata. Al Milan sono bastate poche cose fatte bene per sfondare una volta, per il resto tutte le iniziative nasceranno da recuperi alti: su azione a difesa schierata, neanche la squadra di Allegri ha fatto vedere granché.
Le due facce del Milan
Da qui la partita cambia radicalmente: l'Inter chiude un primo tempo in affanno subendo il contraccolpo psicologico e il Milan comincia a chiudersi. Nel secondo tempo il PPDA dei rossoneri passa da 8.07 a 17.01 e la media delle azioni difensive si abbassa a 25 metri. Di contro, il pressing dell'Inter si intensifica – proprio da una pressione alta di Barella nasce la grande occasione per il pareggio di Dimarco – e lascia tanto spazio per gli attacchi diretti di Leão che però pecca a livello tecnico e di decision making.
Allegri decide di arroccarsi e la strategia funziona: la squadra di Chivu non riesce a creare. Crossa tanto – 31 a fine partita – ma solo da situazioni statiche, perché il gioco in catena non funziona. L'Inter attacca la linea difensiva del Milan con pochi effettivi, non sfonda centralmente perché le punte non danno buoni opzioni di passaggio e giocano solo spalle alla porta.
L'unico frangente in cui sembrava che i nerazzurri facessero qualcosa di diverso è stato quando Barella, Sučić e Zielinski erano in campo contemporaneamente. I tre si sono avvicinati spesso e hanno combinato nello stretto, consentendo all'Inter di avere un controllo della trequarti più efficace e un palleggio più imprevedibile, costringendo Modrić a uscire liberando le linee di passaggio per le punte.

Questa fase dura soltanto 9' e non riesce ad essere fonte di grandi occasioni, con gli ingressi di Frattesi e Carlos Augusto per Barella – cambio sbagliato di Chivu – e Bastoni – sostituzione forzata per la botta presa nell'occasione del suo fallo da giallo. I due subentrati non sono adatti ad attaccare difese già schierate, in particolare Frattesi finirà la partita con 2 (!) tocchi fatti in 22'.
Da qui l'Inter smette di essere anche solo vagamente pericolosa, senza Bastoni e Barella quel poco di gioco laterale che c'era cessa di esistere e Modrić ha la libertà per sporcare le linee di passaggio centrali verso le punte.

C'è giusto il tempo di una polemica finale: da un cross Dumfries fa una sponda che finisce sul braccio di Ricci considerato non punibile dalla squadra arbitrale.
Quali domande apre questa partita?
È lecito fare il punto sulla situazione dell'Inter per quanto riguarda i big match: 4 vittorie (Atalanta, Roma, Como e Juventus), e tanti punti lasciati per strada. I nerazzurri mostrano una fragilità non indifferente contro le squadre di alta classifica, con velleità di un calcio aggressivo senza la struttura per poterlo fare. Chivu si serve di giocatori veloci che in fasi di difesa posizionale peccano, fasi che contro squadre più forti durano di più e li espone a pericoli concreti.
Con la palla, la mancanza di un palleggio di qualità si vede. Basta di sicuro contro squadre di piccola portata, ma se una big si abbassa diventa complicato creare occasioni per vie centrali. Le assenze si sono fatte sentire? Certamente, ma questa squadra manca di più modi e idee per giocare contro squadre più forti.
Dall'altra parte il Milan conferma di avere un buon feeling con le partite di cartello, con il suo modo semplice di eseguire e costringere – abbassandosi – gli avversari a trovare soluzioni che in Italia in questo momento non trova nessuno, riesce a mettere in difficoltà praticamente tutte. Questa vittoria mette un po' di pepe ad un campionato che sembrava chiuso: Chivu dovrà leccarsi le ferite con un calendario che adesso recita Atalanta, Fiorentina, Roma e Como.
Certo, l'Inter avrà una partita a settimana e il +7 consente qualche altro errore come cuscino salvavita, ma ci avviciniamo ad una parte di stagione molto delicata che potrebbe minare le certezze della squadra.
Un derby che, in ogni caso, è la perfetta rappresentazione di un calcio e di un campionato, quello italiano, che va ad una velocità tutta sua, con modi di attaccare tutti uguali e modi di difendere, di riflesso, altrettanto simili. Non è mai giusto generalizzare utilizzando un espediente strategico, però viene da chiedersi se è questo il futuro di un movimento già stanco, senza idee e che non può pubblicizzare partite come questa se vuole fare bella figura.
La Serie A è diventata un agglomerato di doppioni che vive in un contesto tutto suo, e se in generale lo spettacolo nel panorama calcistico europeo non è grandioso, il campionato italiano al momento non rappresenta di certo l'eccezione.
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