
Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Ferenc Puskás
Il nostro secondo appuntamento ci porta nel mondo di Puskás, cannoniere implacabile della Grande Ungheria.
C'è qualcosa che i regimi non hanno mai capito del calcio. Possono cambiare i nomi delle strade, riscrivere i libri di storia, cancellare i volti dalle fotografie. Possono confiscare case, bloccare passaporti, silenziare voci. Imporre lingue e cambiare dialetti. Una cosa però non potrà mai essere confiscata: il talento.
Come è possibile confiscare un sinistro? Come si può mettere ai domiciliari un colpo di tacco? Come si può esiliare un modo di stare sul campo che appartiene a un uomo prima ancora che a una nazione?
Il talento del numero 10 non conosce frontiere: è per definizione libero. È un inno a libertà. È nato in un campetto di periferia, in un cortile, in una strada sterrata dove le regole le decideva chi sapeva fare cose che gli altri non sapevano fare. Non ha bisogno di un passaporto perché non ha mai chiesto il permesso di esistere. Parla direttamente la lingua del calcio e arriva prima al cuore e poi agli occhi. Occhi che ovunque nel mondo, sanno riconoscere la bellezza quando la vedono. Un controllo perfetto è un controllo perfetto a Budapest come a Madrid, a Buenos Aires come a Napoli. Un sinistro nel sette non ha bisogno di traduzione.
È per questo che il numero 10 sopravvive a tutto. Sopravvive ai regimi, che possono togliergli la maglia ma non il gesto. Sopravvive all'esilio, perché porta con sé l'unica cosa che nessuno può requisire: il modo in cui sente il pallone sotto il piede. Sopravvive persino al tempo, perché il talento vero non invecchia. Si trasforma e trova nuove forme.
Il numero 10 è un'anomalia del sistema, non un prodotto del sistema. È un prodotto della sua terra, di una scuola, di una strada, di un padre che ti insegna a calciare prima ancora che tu sappia leggere. Ma una volta che quella terra lo ha formato, diventa qualcosa di inconfiscabile. Qualcosa che sopravvive a tutto e tutti, persino all’esilio.
Ferenc Puskás, il protagonista della seconda puntata del podcast Diez: viaggio nella magia dei numeri 10, lo dimostra nel modo più radicale possibile. Quando lascia l'Ungheria nel 1956 - o meglio, quando l'Ungheria che conosceva smette di esistere sotto i cingoli dei carri armati sovietici -, perde quasi tutto. La patria, i compagni, la squadra più forte del mondo. Perde persino il diritto di giocare, squalificato dalla FIFA. Ingrassa. Il calcio diventa un ricordo fastidioso.
Una cosa però non può cambiare mai: il suo sinistro. Resta ancora lì. Sempre lì, in attesa di qualcosa che forse nemmeno aspetta più. E quando Madrid lo chiama, quando qualcuno ha ancora il coraggio di scommettere su quell'uomo pesante e senza patria, il numero 10 torna a essere esattamente quello che era sempre stato.

C'è una domanda che accompagna tutta la storia di Ferenc Puskás, a cui nessuno ha mai saputo rispondere. Se l'Ungheria avesse vinto la finale dei Mondiali 1954, i carrarmati sovietici sarebbero comunque arrivati nelle strade di Budapest due anni più tardi? Se non ci fosse stato il Miracolo di Berna, ci sarebbe stata la rivoluzione del 1956? Se non ci fosse stata quella rivoluzione, Puskás avrebbe mai indossato la maglia del Madrid?
Sono domande sospese nel vuoto, come certi palloni che calciava col sinistro. Traiettorie impossibili che finivano sempre dove dovevano finire. Sentenze scritte con forza e precisione. Ma è proprio nel vuoto di quella domanda che si capisce cos'era davvero quest'uomo: un pezzo del Novecento europeo che si è mosso su un campo di calcio.
Puskás è l'unico numero 10 della storia che ha vissuto due vite complete. Due carriere, due nazionali, due identità. Con l'Ungheria è stato il cuore pulsante dell'Aranycsapat, la Squadra d'Oro, formazione che ha rivoluzionato il calcio mondiale prima ancora che qualcuno pensasse al calcio totale di Cruyff e soci. In Spagna, invece è diventato uno dei più grandi stranieri nella storia del Madrid, il Grande Real di Di Stéfano e Gento. 243 gol in 262 partite. 4 reti in una finale di Coppa dei Campioni: record ancora imbattuto, all'apparenza imbattibile.
Ma prima di tutto questo, c'è un uomo basso e tarchiato. Niente di statuario che faccia pensare immediatamente al campione. A 16 anni esordisce con il Kispest: gli addetti dello stadio non vogliono far entrare perché non credono che quel bambino sia davvero un calciatore. È da lì che comincia tutto. Dalla periferia operaia di Budapest, dal padre allenatore che gli cambia il cognome da Purczeld a Puskás per cancellare l'eco tedesco del nome di famiglia, intuendo i tempi bui che si avvicinano. Già in questi dettagli c'è tutto: la storia grande che piomba sulla storia piccola, il contesto che plasma il destino prima ancora che il talento possa farlo.
Perché Puskás è un prodotto culturale nel senso più letterale del termine. È figlio di un'Ungheria che contiene moltitudini, slavi, asiatici, tedeschi, ebrei, e di una scuola calcistica danubiana che ha saputo trasformare quella mescolanza in un sistema di gioco rivoluzionario. Il calcio posizionale, il falso 9, la difesa a zona: erano già tutti lì, nel calcio dell'Aranycsapat, decenni prima che qualcuno li codificasse con un nome. E lui era il centro di tutto questo. Non per il ruolo, la sua libertà di movimento era inclassificabile, ma per quella capacità di fermare il tempo con uno stop e poi ripartire con un sinistro che suonava diverso dagli altri. Più definitivo.
Poi arriva il 1954. Arriva Berna. Arriva la sconfitta che non sarebbe mai dovuta arrivare, contro una Germania che secondo molti non avrebbe mai dovuto vincere. E con quella sconfitta arriva il crollo non solo sportivo, ma politico e storico. Il popolo che si era esaltato per anni sulle ali di quella squadra si sveglia di soprassalto. Puskás da eroe diventa capro espiatorio. Poi arriva il 1956, i carri armati, l'esilio. Senza patria, senza squadra, senza più sogni.
Ma il genio, come abbiamo visto, non si spegne. E qui sta la cosa che rende Puskás unico tra tutti i numeri 10 della storia: la capacità di ricominciare. Di ricominciare davvero. Di tornare ad essere il migliore, in un paese e con una maglia diversa. Quando arriva a Madrid lo danno per finito. E invece.
Alfredo Di Stéfano, che non era uomo di complimenti facili, disse di lui una cosa semplice e devastante: "Chi non lo ha visto giocare non sa cosa si è perso".
Riccardo Cucchi, l'ospite di questa seconda puntata, lo ha descritto così:
"Il calcio si fa leggenda nel tempo. Quando scorre sotto i tuoi occhi di bambino è solo il gioco più bello del mondo. Il gioco giocato da Puskás, con la velocità dei suoi colpi e quel sinistro che rivedi per potenza e precisione solo nel piede di Maradona (...) Puskas era soprattutto l'irraggiungibile bellezza del calcio o il calcio irraggiungibile, per chi lo viveva come me nelle parole e nelle descrizioni di Carosio e di Ameri. Non l'ho mai visto dal vivo ma è vivo nei miei ricordi di bambino".
Ferenc Puskás è la prova che il talento, quando è davvero talento, non ha limiti, né confini.
Ascolta qui tutte le puntate:
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