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Alcaraz djokovic
, 4 Marzo 2026

Carlos Alcaraz ha messo a posto tutti i tasselli


Scritta la storia agli Australian Open e confermato il dominio a Doha, Alcaraz sembra incontenibile.

Lo aveva dichiarato durante la off-season: l'obiettivo era conquistare l’ultimo Slam che gli mancava, l’Australian Open, e per farlo, aveva detto scherzosamente, avrebbe anche barattato il Roland Garros con Sinner. Carlos Alcaraz, dopo due settimane di dominio e sofferenza, c'è riuscito: ha vinto gli Australian Open completando il career grand slam e diventando, a soli 22 anni, il più giovane di sempre a farlo.

Parlando di off-season, quella dello spagnolo è stata piuttosto turbolenta. Dopo anni di collaborazione si è separato da Juan Carlos Ferrero, l’allenatore che lo ha cresciuto e con cui ha ottenuto incredibili successi. Al suo posto è stato promosso Samuel Lopez, già presente nel team di Alcaraz ed ex coach di Pablo Carreño Busta.

Sulla separazione tra i due si è detto e scritto di tutto: è stato il padre di Alcaraz a prendere la decisione quasi all’insaputa del figlio, il problema era di natura economica, Carlitos ha voluto il fratello Alvaro più coinvolto nelle decisioni di campo. Quel che è certo è che nel post-separazione con Ferrero si è avvertito un certo dispiacere e sorpresa nell’apprendere che non sarebbe più stato l’allenatore del numero 1 del mondo.

I dubbi erano legittimi: come si sarebbe presentato Alcaraz a quello che a tutti gli effetti era il suo primo e più importante obiettivo stagionale? Inoltre il tabellone gli presentava già al 4° turno un giocatore che per caratteristiche lo mette molto in difficoltà e con cui erano venute fuori delle grandi battaglie in passato: Tommy Paul.

Ebbene, Alcaraz ha spazzato via qualsiasi riserva non concedendo neanche un set ai suoi avversari fino alla semifinale, mostrando un livello di gioco simile a quello visto agli US Open, dove aveva toccato dei picchi irraggiungibili per chiunque altro giocatore del circuito presente e forse pure passato.

I più spettacolari punti messi a segno dallo spagnolo agli scorsi US Open.

Vincere uno Slam però, soprattutto quello meno gradito, è un’impresa titanica: lo spagnolo, che fino a quel momento ne aveva vinti 6, lo sa bene. In semifinale ha dovuto superare i limiti del proprio corpo: in vantaggio di due set contro Zverev, ha iniziato ad accusare crampi e problemi di stomaco dovuti al caldo australiano. E così si è ritrovato dopo 4 ore e mezzo a dover iniziare un 5° set in netta difficoltà fisica e contro uno Zverev in fiducia, pronto a tornare in finale agli Australian Open per il secondo anno consecutivo.

Le cose si sono messe molto male per il numero uno del mondo, che si è trovato a soli 3 punti dalla sconfitta sul servizio del tedesco; lì però è successo ciò che spesso accade, magicamente: Alcaraz ha trovato energie nascoste, che sembrava aver congelato da un paio d’ore in attesa di utilizzarle quando ne avrebbe avuto bisogno. Zverev invece, per l’ennesima volta, si è sciolto come neve al sole nel momento decisivo. Il risultato? 4 i game vinti consecutivamente da parte di Alcaraz, che lo portano ad una vittoria che sembrava insperata dopo 5 ore e mezzo di battaglia.

Se quanto successo in questa prima semifinale, seppur in modo pirotecnico, era piuttosto prevedibile, almeno a livello di risultato, la sorpresa è arrivata nella seconda semifinale, dove un Djokovic inaspettato ha mandato indietro di qualche anno la macchina del tempo e ha battuto Jannik Sinner in 5 set, prendendosi una finale che solo due giorni prima, quando si trovava due set sotto contro Musetti, sembrava impossibile.

E invece, in una partita strana, in cui Sinner è sembrato più simile alla sua versione pre-2023 che a quella quasi ingiocabile post-2024, non è riuscito a sfruttare la quantità enorme di occasioni avuta e si è visto sfuggire piano piano, ma inesorabilmente, una vittoria che alla fine del 3° set sembrava certa. Per l’ennesima volta Djokovic è riuscito nel sortilegio, tante volte utilizzato proprio agli Australian Open, il suo giardino di casa, in cui sembra trarre coraggio e forza dalla disperazione, ribaltando situazioni ormai molto più che compromesse e rimanendo, in un modo o nell’altro, attaccato e pronto a ribaltare tutto servendosi dell’unico minuscolo spiraglio a disposizione.

Alcaraz quindi si è trovato a dover compiere l’ultimo passo per vincere tutti e quattro gli Slam contro il giocatore (a livello maschile) con il maggior numero di Slam vinti della storia, e che più volte negli incontri precedenti gli aveva negato traguardi importanti - finale dei Giochi Olimpici 2024, il Master 1000 di Cincinnati e la possibilità di compiere il career Grand Slam già nel 2025. Djokovic e Alcaraz, infatti, si erano incontrati anche lo scorso anno a Melbourne, ai quarti di finale e in quell’occasione il serbo mise in luce tutti i difetti del giovane spagnolo, che sembrò poverissimo dal punto di vista tattico e commise una quantità di errori enorme imbrigliato nelle trame di gioco di Djokovic.

Quella sconfitta aprì un periodo difficile per Alcaraz, fatto di sconfitte premature (una su tutte quella al primo turno del Master 1000 di Miami contro Goffin), chiuso solamente dall’arrivo dell’amata terra battuta, dove tornò alla ribalta vincendo Montecarlo, Roma e il Roland Garros nella finale del decennio contro Jannik Sinner.

Prima che Sinner facesse il definitivo salto di qualità, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, la rivalità più accesa era proprio quella tra Djokovic e Alcaraz: una contesa incredibile e per certi versi ironica, tra un giocatore di 36 anni e uno di 20. Il serbo sembrava l’antitesi perfetta per il ragazzino prodigio spagnolo, con il suo tennis robotico e calcolato al centimetro che si scontrava con quello istintivo ed esuberante del giocane rivale. Djokovic, come successo con Nadal, Federer e anche Sinner poi, riusciva a far emergere le carenze di Alcaraz, ponendogli davanti i suoi limiti, chiedendogli di andare oltre.

E Alcaraz non sempre riusciva a farlo, ingabbiato in una morsa dalla quale neanche i suoi dritti supersonici e il suo atletismo esorbitante riuscivano a liberarlo. In realtà, paradossalmente, era stato il suo rivale, Sinner, a risolvere prima l’enigma Djokovic e a batterlo 6 volte su 7 dalla fine del 2023 in poi, spezzando la rivalità serbo-spagnola, per dare vita a quella italo-spagnola, che segnerà, a meno di sorprese, i prossimi 10 anni di tennis maschile.

La finale a Melbourne quindi non si presentava come scontata, e seppur Djokovic avesse speso tante energie contro Sinner in semifinale, lo stesso si poteva dire di Alcaraz. In più il serbo sembrava una versione totalmente diversa da quella che aveva perso in tre semplici set agli US Open qualche mese prima con lo spagnolo, e anzi appariva molto più simile a quel giocatore che un anno prima lo aveva battuto, come detto, ai quarti di finale, prima di ritirarsi in semifinale con Zverev alla fine del primo set.

La sensazione è stata confermata ad inizio partita: Djokovic ha ripreso esattamente da dove aveva finito con Sinner, grazie al precisissimo servizio con cui vincere punti gratis, al dritto trasformato in punto di forza - a differenza delle ultime sfide, in cui rappresentava il suo punto debole - e al rovescio come sempre infallibile. Alcaraz dopo quaranta minuti già si trovava sotto di un set e, almeno all’apparenza, anche un po’ intorpidito fisicamente. Insomma, la situazione peggiore in cui poteva trovarsi.

Il solito Alcaraz, quello che ormai da 3 anni domina il circuito insieme a Sinner, avrebbe cercato di risolvere la situazione forzando, cercando di colpire la palla più forte possibile, per uscire dalla morsa con potenza e furore. In questi ultimi mesi però, soprattutto dopo la sconfitta in finale di Wimbledon, Alcaraz è cresciuto notevolmente dal punto di vista tattico e della gestione della partita, realizzando che per tornare ad essere dominante anche sul cemento, avrebbe dovuto cambiare il suo modo di giocare almeno in parte, rinunciando alle fiammate, che per quanto ingiocabili lo costringevano ad entrare ed uscire dalla partita.

Giocare a tennis per 4 ore come Alcaraz fa durante quei momenti di onnipotenza è pressoché impossibile, e lo spagnolo ha dunque abbracciato un approccio maggiormente ordinato a livello tattico e mentale, che gli permettesse di essere più costante durante l’arco della partita e massimizzare veramente il vantaggio creato da quelle fiammate.

Nel secondo set quindi, sfruttando un calo di Djokovic, Alcaraz ha rimesso la situazione in parità giocando con ordine, chiedendo aiuto al suo servizio (notevolmente migliorato post-Wimbledon) e spostando il serbo da una parte all’altra del campo, sfiancandolo e resistendo alle sue accelerazioni, per fargli spendere energie anche quando era proprio Djokovic a trovarsi in una situazione di vantaggio e di spinta nello scambio.

Il terzo set è proseguito sulla stessa falsariga del secondo e la situazione ha ricalcato quella di due giorni prima: Djokovic sotto due set a uno con il suo giovane rivale in fiducia - e sicuramente con più energie. Il serbo ha dunque provato a fare quello che gli riesce da una vita, ossia ribaltare le sorti di una partita che sembra essergli decisamente sfuggita di mano. Un incantesimo che è riuscito una quantità di volte innumerabile, ma che è ancora in grado di mietere le vittime più illustri, come appunto Sinner pochi giorni prima.

E così, quando dopo diverse palle break salvate, sul 4-4 Djokovic ha avuto a sua volta la palla break che lo avrebbe portato a servire per il quarto set, c’è stata quella sensazione, irrazionale, che Alcaraz si trovasse improvvisamente nei guai, nonostante il punteggio lo vedesse ancora in vantaggio. Ancora una volta, lo spagnolo ha mostrato una lettura della partita notevole, rinunciando al punto spettacolare per “limitarsi” a forzare l’errore di Djokovic, senza prendersi nessun rischio.

E quando due game più tardi si è sdraiato sul cemento di Melbourne portandosi le mani al volto, davanti allo sguardo compiaciuto di Rafael Nadal, abbiamo capito di aver assistito a un momento storico, in cui lo spagnolo ha riscritto i record e lo ha fatto battendo l’uomo dei record, il tennista più vincente della storia.

Va ammesso che Alcaraz era comunque il favorito della finale e il fatto che ci sia stata comunque partita è da ascrivere alla forza di volontà incredibile del serbo, mai domo e a cui va la più grande delle standing ovation. Quello che sorprende, però, è il modo in cui Alcaraz ha vinto, perché finalmente ha aggiunto, alle sue straordinarie qualità, la capacità di leggere la partita dal punto di vista tattico e mentale, capendo i vari momenti e differenziando il suo gioco in base ad essi, scegliendo quando accelerare e quando invece gestire la situazione.

I passi avanti si sono visti anche nel torneo di Doha, vinto gestendo energie e situazioni fino alla finale, poi dominata contro Fils. Alcaraz adesso può vincere partite e tornei senza aver bisogno di giocare meglio del suo avversario per tutta la partita, e considerando che era già il numero uno del mondo, sarà un anno lungo per tutti i suoi avversari, Sinner compreso.

  • Classe 2000, studia comunicazione e scrivo qua e lá. Tifoso del Milan, di Federer e di LeBron James, non necessariamente in quest'ordine. L'unico Dio in cui crede è Kanye West, da prima che pensasse di esserlo veramente.

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