
Con pazienza, Alessio Lisci sta arrivando
Se l'Osasuna è a ridosso della zona Europa in Liga, un grosso motivo si chiama Alessio Lisci.
Quello che sta accadendo a Pamplona non è facile a credersi: l'Osasuna ha battuto il Real Madrid a El Sadar 15 anni dopo la volta precedente. Una vittoria che i navarros hanno ottenuto con fare operaio, di fronte allo sfacciato lusso merengue del Madrid. Va menzionato il mister madrileno, Arbeloa: la sconfitta è da riportare in primis a lui, così come i meriti del successo avversario sono del suo dirimpettaio. Succede che l'antagonista di turno non è basco o ispanico ma è italiano, di Roma. In conferenza parla in spagnolo con un marcato accento tipico dell'hinterland della capitale. Alessio Lisci viene dal basso, eppure si è imposto sul Real Madrid: solo dirlo dà i brividi.
Come fosse un bracciante dell'Agro Pontino, anche a Pamplona finalmente gli alberi che ha piantato stanno dando i primi frutti. Se i rojillos sono alle porte della qualificazione in Europa, una grossa percentuale delle ragioni risiede nelle visioni di Alberto Lisci.
Lisci ha un trascorso da calciatore che lo ha portato fino alla D col Guidonia Montecelio. Ha smesso presto: ha iniziato a lavorare nello staff dei Pulcini della Lazio, poi l'idea di andare in Spagna grazie a una borsa di studio. Pare che il romano abbia inviato una mail a tutte le 20 squadre della Liga dell’epoca, ricevendo risposta solo da Atletico Madrid e Levante. L'Atléti gli offrì un posto nella squadra di calcio a 8, il Levante gli permise di entrare nello staff tecnico delle giovanili. Lisci non ha dubbi: una volta trasferitosi a Valencia, apre anche un'attività come commerciante di alimentari di origine italiana per mantenersi.
Ciò che succede nei successivi 10 anni è una grande lezione di perseveranza, un inno al fare in modo che le cose accadano. Tutto arriva per chi sa aspettare, si dice. Così Lisci scala tutta la cantera del Levante, contribuendo alla crescita dei talenti della seconda squadra di Valencia – alcuni sono arrivati in prima squadra e da lui fatti esordire, come Marc Pubill. Lavora come primo e come secondo allenatore, vincendo trofei a livello giovanile e arrivando infine a essere l’allenatore della squadra B in 4° divisione spagnola.
Il debutto nel calcio professionistico arriva a fine 2021: il Levante è ultimo in Liga, 7 punti fatti in 15 giornate. Con Lisci in panchina ne farà 28 in 23 partite, eppure non bastano a salvare la categoria. E mentre in Italia, quell’anno, 31 punti sono sufficienti a rimanere in A, una serie di sfortunate coincidenze non permettono al romano di completare il miracolo, nonostante una media punti che gli sarebbe valsa una salvezza tranquillissima se avesse preso l’incarico qualche settimana prima.

Sono serviti dieci anni, c’è voluta tanta pazienza, ma alla fine il merito ha prevalso. Da calciatore, Lisci assicura: «Ebbi troppa fretta, ma sono sicuro che avrei potuto fare più strada e vivere di calcio. Mi sono ritirato troppo presto e appena ho iniziato ad allenare ho capito che avrei dovuto essere più paziente».
Porta pazienza, dunque, e aspetta una stagione per la chiamata giusta. Il suo nome viene accostato alle panchine di Lugo ed Elche, ma Lisci sceglie una piccola realtà nei pressi di Burgos, in Castilla y León, nel pieno dell’España vaciada. Il Mirandés per Alessio Lisci è la squadra giusta: gli può permettere di lavorare senza pressione, con pazienza, per cercare di costruire e realizzare la sua idea di calcio. Se il primo anno è di rodaggio, con l’obiettivo di rimanere in Segunda, è col secondo che si compie l’opera perfetta del tecnico romano, finalmente in grado di lavorare alla sua maniera.
Il 2024/25 inizia però nel peggiore dei modi: «Avevamo solo 6 giocatori di movimento, è toccato sospendere un’amichevole». Poi però i calciatori arrivano in tarda estate e iniziano a conoscersi, a formare una propria chimica in campo. Con sorpresa di tutti, si classificano al 4° posto in Segunda e arrivano fino alla finale dei playoff per la promozione, perdendo con la futura promossa Real Oviedo.
«Quando arriva un giocatore nuovo, cerco sempre di avere una riunione lunga con lui, conoscere bene da dove arriva, come preferisce giocare, che ne è della sua carriera, della sua famiglia e della sua vita». Come tutti gli allenatori in rampa di lancio oggi, anche Lisci presta un’attenzione specifica alla componente umana. Relazionarsi con esseri umani con cui la differenza d’età è bassa significa anche questo.
A testimonianza del grande lavoro svolto da Lisci nel 2024/25 c’è la classifica della seconda serie spagnola del 2025/26: il Mirandés è in grossa difficoltà, in zona retrocessione. Ed è curioso che dopo i rojillos di Miranda de Ebro, per Alessio Lisci ci siano stati i rojillos di Pamplona, l’Osasuna.
La storia di Alessio Lisci dovrebbe farci riflettere. Ad appena 40 anni, Lisci ha già vissuto diverse situazioni spinose nella sua carriera d'allenatore: ha affrontato una retrocessione e sfiorato una promozione con una squadra costruita in tutta fretta per mantenere appena la categoria. Senza entrare poi nel discorso della gavetta con le squadre giovanili, dove sappiamo quanto può essere difficile emergere e creare valore coi giocatori allo stesso tempo.
Lisci è solo l'ultimo di una serie di allenatori italiani che hanno scelto di emigrare per poter emergere. Una volta si parlava di fuga di cervelli, ma quanto questo fenomeno è distante da quello? Oggi un allenatore ricerca uno spazio aperto dove poter sbagliare e capire cosa va e cosa no nella sua proposta di gioco e nel suo modo di interagire coi giocatori. In Italia, è evidente che questo spazio talvolta non viene concesso nemmeno ai giovani calciatori. Se Lisci non fosse emigrato, magari sarebbe ancora impelagato tra i dilettanti o la Serie C, e non certo a causa dei suoi demeriti.
Quando l'Osasuna lo ha chiamato era una squadra di metà classifica, con un recente passato in Europa. L’estate scorsa l'Osasuna ha avuto pochi dubbi, e Lisci pure. «Quando ho saputo dell'Osasuna ho fermato tutte le altre trattative». Del resto, deve essere stata un'estate movimentata la scorsa, dopo aver sfiorato il sogno promozione col Mirandés. Il passo Osasuna era semplicemente naturale, nonché arrivato al momento giusto, in un contesto che, ancora una volta, poteva dargli il tempo di cui necessitava.
La squadra di Pamplona è un habitué della Liga, ma ancor di più è una società dalle forti radici storiche. Il dato più impattante riguarda la sua rosa: solo 3 sono gli stranieri registrati nella squadra. Tra questi, il 5° marcatore più prolifico della sua storia, Ante Budimir, vecchia conoscenza della Serie A italiana, che con Lisci ha già segnato 12 gol – l’ultimo proprio al Real Madrid.
Insieme a lui, Lisci sta valorizzando Victor Muñoz (classe 2003 e fabrica Real Madrid), il numero 10 fatto in casa Aimar Oroz, e in generale tutta una squadra di calciatori ancora alla ricerca della prima grande occasione per brillare tanto in Spagna come in Europa. Chissà che non riescano già il prossimo anno.
Per arrivare a ciò, Lisci sta praticando un calcio in cui cerca di tenere il pallone quanto possibile, ma senza tralasciare l’attenzione difensiva e il pragmatismo tipicamente italiano. I centrali difensivi Catena e Boyomo sono due ossi duri della Liga, così come Moncayola e Torró, tra i migliori mediani che una squadra con le risorse dell’Osasuna possa permettersi. In avanti, i già citati Oroz e Budimir la fanno da padrone e i numeri parlano chiaro: 30 gol fatti e 29 subiti (quinta miglior difesa del campionato).
Le statistiche avanzate di Sofascore parlano di una squadra fisiologicamente più diligente dietro che davanti – quarta per chiusure difensive, nona per intercetti, sesta per falli commessi. Probabilmente manca ancora qualcosa per poter realmente ambire a una posizione europea, ma il campionato è lungo e la vittoria contro i blancos non può che animare ancora di più i ragazzi di Lisci.
Pensare di portare la squadra in Europa alla prima stagione completa in Liga sarebbe l’ennesimo grande traguardo per l’allenatore romano, che non si nasconde: per il futuro non può non immaginarsi anche in Inghilterra o in Italia. Certamente sarebbe interessante vederlo misurarsi col nostro panorama, lui che ad alti livelli non lo ha mai toccato neanche per casualità.
In un Paese in cui ultimamente si sta iniziando a pescare dall’estero anche per la panchina, quanto dobbiamo ancora aspettare prima che una squadra italiana contatti Lisci? Sono ovviamente discorsi per il futuro, dal momento che, per ora, non sembra passarsela così male in Spagna.
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