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, 26 Febbraio 2026

Diez: viaggio nella magia dei numeri 10 - Omar Sivori


Il protagonista della prima puntata è Enrique Omar Sivori, il Cabezon che incantò coi suoi colpi di genio e di... testa.

C'è una domanda che vale la pena farsi prima di tutto il resto. Ha ancora senso nel calcio moderno parlare del numero 10? La tattica moderna ha smontato e rimontato ogni ruolo, tant’è che sappiamo bene che più è corretto parlare di funzioni. Lo spazio è concepito come fluido e la visione novecentesca delle posizioni tradizionali sembra un retaggio da discussioni al Bar Sport. Insomma, questo gioco sembra parlare un’altra lingua, e allora il dieci, con tutta la sua mitologia, non rischia di essere solo nostalgia?

No. E il motivo è più profondo di quanto sembri.

Il numero 10 non è mai stato davvero un ruolo tattico o una posizione. È sempre stato una predisposizione di vivere e guardare al mondo. È un prodotto culturale, più che un prodotto calcistico. Ogni “Diez” porta con sé la terra da cui viene, il quartiere, la lingua, il modo in cui quel paese ha imparato a stare nel mondo. Può rappresentare una finestra su un'epoca, su una contraddizione sociale o come in molti casi è successo su un pezzo di storia che il calcio ha saputo raccontare meglio di molti libri.

Usare il numero 10 per raccontare il mondo significa prendersi un diritto che il calcio ha sempre esercitato: il diritto alla fantasia. Il diritto di immaginare che le cose possano andare diversamente. Che un ragazzo senza nulla possa, almeno per novanta minuti, riscrivere le regole del gioco.

È da questa idea che nascono sia il libro Diez: l'Atlante dei numeri 10 che questo podcast: non solamente una collezione di grandi campioni, ma una mappa di vicende e di epoche. Un atlante storico e geografico nel senso più letterale del termine.

Nel podcast prodotto da Storie Avvolgibili, in ogni puntata, un ospite ci dirà cosa rappresenta per lui il numero 10 e cosa lo lega al protagonista della storia che state per ascoltare.

In questa prima puntata, la voce ospite è quella di Fabrizio Gabrielli, scrittore, giornalista, firma storica dell'Ultimo Uomo, traduttore di Eduardo Galeano e autore, insieme a Federico Buffa, de La Milonga del Futbol. Difficile pensare a qualcuno che conosca meglio il rapporto tra il calcio sudamericano e la letteratura. Tra il campo e la vita. Tra il sogno e la polvere.

Una delle foto più celebri di Omar Sivori, in bianconero tra il 1957 e il 1965.

C'è un momento in cui Enrique Omar Sivori smette di essere un calciatore e diventa un concetto. È quando, durante la presentazione alla Juventus, Gianni Agnelli gli fa notare che usa solo il piede sinistro. Sivori prende il pallone, inizia a palleggiare, solo sinistro, fa diversi giri di campo senza farlo cadere. Poi si ferma davanti all'Avvocato e con quello sguardo da capo indio gli dice: «Secondo lei, cosa ci dovrei fare con il destro?».

Agnelli, che di calcio e di vizi se ne intendeva, capì tutto in quel momento. E lo definì esattamente così: un vizio. Non solamente un fuoriclasse ma un vizio. Un vizio. Sivori era qualcosa a cui non riesci a rinunciare sapendo benissimo che ti costerà caro.

Se un under 30 non sa chi è Omar Sivori, non è colpa sua. È uno di quei giocatori che la storia del calcio tende a tenere un po' in ombra. Forse perché è difficile da catalogare, forse perché i geni scomodi fanno sempre fatica a trovare posto nei musei. Ma se ami il calcio, quello carnale che ti fa alzare dal divano, devi conoscere lui e la sua storia. Perché “El Cabezon” non è solo un grande giocatore del passato. È l'archetipo. Sivori è il punto di origine di qualcosa che esiste ancora oggi ogni volta che un numero 10 si prende il pallone e decide che per i prossimi novanta minuti il campo è suo.

Enrique Omar Sivori nasce in una provincia argentina a 270 km da Buenos Aires, figlio di emigrati italiani, ultimo di sei fratelli. La provincia, in Argentina, non è solo un luogo geografico. Diventa una condizione esistenziale. Ti insegna a volere di più proprio perché hai meno. Ti insegna che l'unico modo per uscirne è essere talmente bravo che nessuno possa ignorarti.

Sivori era esattamente questo: un ragazzo con i calzettoni abbassati e gli occhi che raccontavano storie di fame e di strada, che sul campo diventava qualcosa di inclassificabile. Con il pallone ballava e umiliava gli avversari. Era una sentenza dolce ed amara.

Per tutti in Argentina era uno dei carasucias, quelli che in Italia sono diventati gli "angeli dalla faccia sporca". Perché Sivori era bello da guardare come possono esserlo solo i geni, ma non aveva nulla di angelico nel carattere. Era polemico, incendiario, refrattario a qualsiasi autorità. Si scagliava contro arbitri, allenatori, avversari. Omar Sivori accumulava giornate di squalifica con la stessa disinvoltura con cui accumulava gol. I compagni lo sopportavano più che amarlo. E lui, in fondo, non sembrava curarsene molto, perché il pallone era suo, lo condivideva malvolentieri, e quando decideva di farlo era sempre alle sue condizioni.

Questo è il paradosso di Sivori, e forse il motivo per cui è così difficile da raccontare: era egoista e generoso allo stesso tempo, capace di tenere il pallone per sé e di trasformarlo in un'emozione collettiva nel giro di un secondo. Il suo calcio era una dichiarazione di esistenza. Un modo per dire: vengo da dove non arriva nessuno, e sono qui, e ora vi dimostro che sono il migliore. A modo mio.

Sivori è stato il Diego prima di Diego. Stesso talento diabolico, stessa provincia argentina che ti plasma e ti spezza, stesso rapporto con le regole che esistono per essere infrante. Ma Sivori e Maradona sono anche profondamente diversi, e capire quelle differenze significa capire qualcosa di essenziale su cosa sia davvero un Diez. Un destino. Una forma di ribellione che si esprime con i piedi.

Napoli lo ha amato come solo Napoli sa fare. Anzi, lo ha portato in processione come San Gennaro. La Juventus lo ha reso leggenda pur non capendolo fino in fondo. L'Argentina lo ha generato e forse non ha mai smesso di riconoscersi in lui grazie a quella sfrontatezza e a quell'arte di arrangiarsi che chiamano vivencia criolla.

Alla fine, nel suo ritiro, Sivori ha chiamato le sue due fazende Juventus e Napoli. Perché il calcio era la sua terra. L'unica a cui non aveva mai chiesto permesso di appartenere.

La storia del Cabezon: il piccolo diavolo del Río de la Plata, è la prima puntata di Diez: viaggio nella magia dei numeri 10.

Per ascoltare la serie completa:

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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