
Atalanta-Napoli 2-1, Considerazioni Sparse
Una buona Atalanta rilancia le ambizioni in ottica Champions, battendo un Napoli le cui gambe sono durate poco.
Pronti via e da subito, in questa sfida tra Atalanta e Napoli, si è visto che il pomeriggio della New Balance Arena sarebbe stato di quelli non adatti a fisici deboli: sin dalle prime battute il pressing dei padroni di casa ha mandato in confusione la squadra di Conte, costretta a giocare su ritmi elevatissimi che non riusciva a raffreddare neppure con la solita, lucida regia di Lobotka in mezzo al campo. L'arma a sorpresa di Palladino, il ghanese Kamaldeen Sulemana scelto contro i pronostici per comporre il tridente con Zalewski e Krstovic, ha avuto il merito di stressare, con le sue accelerazioni, il diretto marcatore, creando più volte le condizioni giuste per mandarlo fuori posizione e trovare così la conclusione vincente, mancata solo per la grande opposizione portata da Milinkovic-Savic;
Dall'altro lato però il Napoli regge l'urto, prende le adeguate contromisure e per un'ora abbondante mantiene le gara sui binari del complessivo equilibrio: Conte trova uno sfogo importante sulla catena di sinistra, dove Gutierrez non fa rimpiangere Spinazzola e riesce, trovandosi a giocare sulla sua corsia naturale, a velocizzare il gioco mostrando un piede mancino di discreta qualità dal quale nasce il gol del momentaneo vantaggio azzurro. Il resto lo fa il solito lavoro oscuro di Højlund, che ormai non fa più notizia (per quanto finisca forse per penalizzarlo sul piano personale) e la buona intesa mostrata tra Vergara e Alisson Santos tra le linee. Quest'ultimo in particolare si è ben distinto quando ha avuto tanto campo da attaccare in velocità, faticando però non poco quando c'era da lavorare nel traffico, dove Scalvini prima e Djimsiti poi gli tolgono tempi preziosi nella giocata.
È un Napoli bello, quasi come un sogno che però, a differenza di quello del medico di De André, durò troppo poco: la tenuta atletica degli azzurri, e non è una novità, è apparsa ancora una volta pericolosamente deficitaria: a parte i km percorsi da Lobotka infatti, sono pochi i calciatori in grado di offrire corse di intensità adeguata per tutti i 90', in grado di contenere un'Atalanta che dalla metà del secondo tempo in poi è sembrata andare ad andatura doppia. In questo senso, la prova di Elmas, storica bestia nera dei bergamaschi, si segnala come particolarmente insufficiente.
Quanto più calava il Napoli, tanto più cresceva invece l'Atalanta, che nel secondo tempo trova la chiave per svoltare la partita: nonostante siano risultati i più pericolosi tra i nerazzurri nel primo tempo, Palladino richiama in panchina Sulemana e Krstovic mandando in campo Samardzic e Scamacca. La classe e le geometrie del primo, unite alla fisicità del secondo, hanno fatto il bello e il cattivo tempo nella ripresa, trovando nella retroguardia stanca e priva di leader del Napoli una preda troppo facile per le loro zampate. Il resto lo hanno fatto Zalewski, le cui corse sono apparse incontenibili, e Pasalic, che esce nettamente vincitore insieme a De Roon dal duello in mezzo al campo coi dirimpetta.
Con queste semplici mosse l'Atalanta spezza il tabù Napoli, che veniva da quattro vittorie nelle ultime quattro stagioni al Gewiss Stadium, ma soprattutto aggancia il Como a 45 punti, uno in meno della Juventus, chiamandosi fortemente in causa per la corsa Champions: un dato di certo non scontato, vista la partenza a rilento in questa stagione sotto la gestione Juric. Al Napoli, che complice la sconfitta bianconera mantiene una posizione utile per il piazzamento europeo, non resta che leccarsi le ferite e domandarsi come sia possibile un calo atletico così determinante dopo soli tre quarti di partita giocata: certo, l'ecatombe di infortuni ha giocato e continuerà a giocare un ruolo chiave, ma è altrettanto vero che è imperativo trovare soluzioni perché, in questa corsa Champions, chi si ferma è perduto: e se c'è qualcosa che ha remato sempre contro al Napoli, questa è proprio la mancanza di continuità nei risultati.
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