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vergara napoli
, 18 Febbraio 2026

Antonio Vergara non merita la nostra retorica


Dopo una prima parte di stagione da comprimario, Vergara si è preso la scena superando alcuni luoghi comuni.

Al minuto 57 Napoli e Roma sono imbottigliate in un pareggio che non accontenta nessuno, la partita comincia a salire di giri. E quando il gioco si fa “duro”?

Antonio Vergara attutisce col petto una rimessa laterale complicata da gestire. Non ha il tempo per fiatare o mettere giù la palla che Gianluca Mancini preme per riconquistarla, mettendogli fretta. A quel punto, come i migliori creativi dinanzi alla difficoltà, il trequartista prende la strada più controintuitiva.

Potrebbe difendere palla col bacino, facendo leva anche sulla potenza nelle gambe che ha sviluppato nell’ultimo anno, eppure no. Con un colpetto di esterno sinistro, Vergara fa impennare la sfera. Mancini, già ammonito, aveva cominciato a trattenerlo ma deve mollare la presa per non essere espulso. Dopo aver superato anche Cristante in conduzione, i muscoli di Vergara cedono pochi metri più in là. Casca a terra da solo come un imbranato. Lo stadio, però, applaude lo stesso.

È una scena significativa dell’amore venuto a crearsi, quasi istantaneamente, tra il pubblico di Napoli e Vergara. Non è stato tanto il gol – meraviglioso – al Chelsea o quello alla Fiorentina, ma questo rendez-vous del tutto casuale, e quindi ancora più bello.

Nel momento più complicato, dove la rosa del Napoli veniva decimata di settimana in settimana, i tifosi hanno cominciato a guardare con continuità le partite di questo giovane uomo e ne sono rimasti estasiati. A inizio stagione il club aveva deciso di trattenerlo, Conte aveva detto pubblicamente di stimarlo, ma fino al 14 gennaio Vergara aveva collezionato 5 minuti in Serie A e 10 in Champions League.

La sua permanenza, si diceva, equivaleva a quella di Ambrosino: una cinica questione di liste. Oggi sappiamo che non è così: la storia accidentale di Vergara ci spiega quanto sono forzati i luoghi comuni che vengono raccontati sui giovani calciatori italiani. Come la crescita può non essere lineare. Vergara ha segnato 4 gol e servito 2 assist nell’ultimo mese e mezzo, sbucando così, all’improvviso, come se fosse sempre stato nascosto in piena vista.

La prima presenza da titolare con il Napoli arriva in Coppa Italia, contro il Cagliari. È il 3 dicembre e Conte ha finito i giocatori da mettere a centrocampo, così Vergara, trequartista di nascita, deve accontentarsi di giocare interno nel 3-4-3.

Sebbene sia abituato a ricevere la palla una trentina di metri più avanti, il piede mancino di Vergara è efficiente in fase di trasmissione. Anche quando deve giocare dentro la pressione del Cagliari, con l’uomo attaccato alle spalle e pronto a sfruttare una sua incertezza, il #26 ha la forza e la reattività per uscirne.

È una bella prestazione, condita anche da un superbo assist per Lucca: al 28’, Vergara scambia con Politano sulla destra, poi lascia andare la palla con una parte strana del piede, al confine tra l’interno e la punta. Si capisce subito che la parabola è perfetta, serve solo spingerla in porta. «Era una cosa provata» ha minimizzato Vergara, «una giocata vista in allenamento».

Le sue parole ai media sono sempre un po’ vaghe, ma di una vaghezza intrisa di personalità. Il Napoli passa il turno di Coppa Italia ai rigori e Vergara, alla prima da titolare, ha già qualcosa da rimproverare: «Secondo me potevamo lavorare meglio negli ultimi 20 metri, vicino all’area, potevamo fare scelte migliori ed essere più qualitativi».

Passa un altro mese in naftalina, anche per via di un Neres in forma smagliante, e viene impiegato nel suo vero ruolo solo da metà gennaio. Vergara parte trequartista di destra, con Elmas dall’altro lato, e come ogni mezzapunta di Conte, il suo obiettivo è dialogare con il centravanti, Rasmus Højlund.

Lo schema è semplice: la palla dalla difesa arriva diretta su Højlund, che deve vincere il duello con il marcatore, fermare la palla e lasciarla per la corsa di un compagno. È strano che a beneficiare di questa tradizione contiana sia proprio Vergara, e cioè l’esatto opposto di una mezzala d’inserimento. «Ho fatto tanti ruoli» ha spiegato lui, «mezzala, playmaker, quinto a tutta fascia, ma credo che la posizione in cui mi esprimo meglio sia la trequarti».

Così, dopo una settimana di adattamento ai ritmi della Serie A e della Champions League – tre partite sufficienti ma non memorabili contro Sassuolo, Copenaghen e Juventus – Vergara alza il livello delle sue prestazioni. Si fa trovare libero nello spazio tra il centrale e il terzino, combatte e resta in piedi, dribbla con leggerezza. Approfitta lui, più di Elmas, della combinazione centrale con Højlund: va così in gol contro Fiorentina e Como. Arrivato sottoporta, in entrambe le occasioni, Vergara non sceglie la potenza, piuttosto mira a un angolo e calcia con precisione chirurgica. Fa apparire tutto naturale, e invece non lo è affatto.

Per certi versi, il talento di Vergara sembra rarefatto, troppo leggero per il calcio contemporaneo. Con i calzettoni abbassati, la stanchezza che subentra a metà del secondo tempo, i capelli ondulati che si muovono sulle tempie: potrebbe essere un trequartista degli anni 80 e non ce ne accorgeremmo.

Alla Reggiana, in Serie B, nel 2024/25 Vergara si era già messo in luce con 5 gol e 5 assist. Il tocco di palla morbido come la seta aveva estimatori sparsi in tutto il paese: non a caso, pochi giorni fa è stato Carlalberto Ludi, DS del Como, a svelare: «Abbiamo chiesto Vergara al Napoli, volevamo acquistarlo a titolo definitivo perché noi lavoriamo così. Ma Giovanni Manna è stato molto onesto: voleva farlo crescere all’interno del club».

Il 28 gennaio, contro il Chelsea, Vergara dipinge la sua tela più bella. Dopo il recupero difensivo di Mathias Olivera, il pallone gli giunge sulla trequarti offensiva. Evita in conduzione Enzo Fernandez e con una ruleta manda al bar – o al manicomio, insomma da qualche parte sperduta sul globo – Wesley Fofana. Nel farlo, come gli succede a volte, perde l’equilibrio, ma con il sinistro calcia forte quel tanto che basta per segnare. È un gol che ci parla profondamente di Vergara: ci fa capire con quanta leggerezza sa giocare a calcio.

Vergara è un giocatore spensierato, innanzitutto: e questo è il complimento più bello che potremmo fare a un numero dieci come lui.

Antonio Vergara segna contro il Chelsea nella Champions League con il Napoli
Pochi attimi dopo aver superato Fofana e tirato verso la porta del Chelsea.

Questa spontaneità può trasformarsi in frivolezza, però, ed è stato lo stesso Vergara a raccontare come lavorare con Conte lo abbia aiutato. «A inizio anno mi ha detto: “Antò, sei bravo, ma devi restare con la testa sempre attaccata, perché ogni tanto la stacchi”. Da questo punto di vista lui mi aiuta molto».

Il gioco meccanico – a tratti automatizzato – di Conte gli ha costruito intorno più sicurezze che noie. Sarebbe molto facile collegare questa fioritura imprevista di Vergara alla crisi del calcio italiano: eccolo, è stato detto, Vergara è il simbolo dei nostri problemi, a 23 anni ci sembra giovane ma non lo è, Lamine Yamal a 17 anni ti ricordi cosa faceva eccetera. Ecco, se c’è un intento che ha questo pezzo è smontare questa teoria.

Al contrario, il calciatore nato a Frattaminore si è trovato nel posto giusto al momento giusto. A 22 anni, con un crociato alle spalle che gli ha fatto saltare quasi tutta la sua prima stagione in B, ha trovato un ambiente in cui salire di livello senza pretese. Certo, ha beneficiato degli infortuni di De Bruyne e Neres, in teoria i titolari nel ruolo che sta occupando in squadra, ma chi avrebbe potuto scalzarli?

La narrazione secondo cui i giovani debbano giocare perché giovani è, per dirla con Stanis La Rochelle, molto italiana. Parte da un presupposto particolarmente fallace: e cioè che il talento possa evolvere in maniera lineare, consequenziale, logica. Proprio le prestazioni di Vergara ci dicono invece l’opposto: che si può migliorare in allenamento, facendo le cose giuste e apprendendo da giocatori più forti.

In ritiro si parlava molto bene di lui, ma si sollevavano dubbi sulla sua tenuta atletica: anche sotto questo aspetto – ormai predominante nel calcio di alto livello – Vergara si è sensibilmente trasformato. Ha imparato a non sciogliersi all’interno dei 90', a fare corse all’indietro. Insomma: è un centrocampista più maturo rispetto a 9 mesi fa.

Giovanni Vergara, padre di Antonio, a luglio 2025 aveva dichiarato: «Lavorare al fianco di un campione come De Bruyne può fargli bene perché potrebbe crescere moltissimo. Per la prossima stagione mi auguro il meglio per lui». Sono parole semplici ma veritiere, che vanno in controtendenza rispetto ai discorsi citati sopra. Prendersela con i club e gli allenatori che non mettono in campo i giovani italiani è, ancora una volta, la strada più immediata, ma perché non iniziamo a dirci che è un problema politico, relativo alla formazione, e non professionistico?

La storia di Antonio Vergara ha un significato solo per Antonio Vergara: almeno su di lui evitiamo la retorica. D’altronde è lui stesso a smontare alcuni luoghi comuni. Nato a Frattaminore, prima di arrivare nelle giovanili del Napoli ha girato diverse scuole calcio dell’hinterland. Avrebbe tutti gli elementi per parlare di rivincita, fame, e tutti gli altri topoi in voga tra i calciatori. Quando gli chiedono com’è indossare la maglia del Napoli, invece, lui è sereno, ai limiti del contemplativo: «Non credo sia difficile giocare nel Napoli essendo napoletano. Giocare al Maradona con la gente che ti supporta rende tutto più facile».

Quando ha segnato il suo primo gol in Serie A, contro la Fiorentina, Vergara è corso sotto la curva, come per prendersi l’abbraccio dei suoi tifosi. Era uno di loro fino a pochi anni fa, e a pensarci in questo momento fa strano. In una stagione complicata, per gli infortuni e una progettualità fragile sul mercato, il Napoli ha trovato una boccata d’aria fresca spalancando le finestre e lasciando entrare nella stanza il talento abbacinante, ma essenziale, del classe 2003.

La sua tranquillità lascia ben sperare in chiave futura. Si parla di una possibile convocazione in Nazionale per gli spareggi di marzo, e se chiamato in causa, Vergara dovrà continuare a non sentire la pressione.

Di questo, però, possiamo non preoccuparci. D’altronde, quando gli hanno chiesto cosa direbbe al sé stesso di due anni fa, quello che si era appena rotto il crociato a Reggio Emilia, ha risposto con una maturità disarmante: «Di stare tranquillo, perché con il tempo si risolve tutto».

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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