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Milan Fiorentina femminile
, 16 Febbraio 2026

Milan-Fiorentina non è stata un bello spettacolo


Hanno fatto discutere le condizioni del "Pavesi" di Fiorenzuola d'Arda, casa del Milan, per la sfida con la Fiorentina.

Milan-Fiorentina ha chiuso il sabato della 14° di Serie A Femminile (o Women, che dir si voglia) con il risultato finale di 0-1, ma la menzione del punteggio è stata l'ultima cosa sentita nei commenti durante e dopo la partita. Il tema centrale intorno a cui si è articolato il dibattito ha riguardato le condizioni del campo, parse già pessime prima del calcio d'inizio, ma progressivamente peggiorate nel corso della gara a causa della pioggia.

Chi vi racconta questo episodio era presente e ha avuto un'esperienza diretta della tenuta del campo nelle interviste post-gara, durante le quali ha rischiato più volte di rimanere incollato al terreno di gioco. Una permanenza sul rettangolo verde (anzi, marrone) durata non più di 15 minuti, niente a confronto dei quasi 100' di gioco durante le quali si sono sfidate le calciatrici viola e rossonere. Chiedere a Sofie Bredgaard (uscita al 36' per guai fisici) o ad Angelica Soffia, che ha chiuso il match rischiando di lasciarci un ginocchio.

Fonte foto: AC Milan.

Quella che si è prefigurata come una gara combattuta è durata una ventina di minuti, il tempo di permettere a Janogy di insaccare dribblando difesa e portiere, e ha lasciato spazio a una rivisitazione in chiave moderna della lotta greco-romana, con più fango che all'epoca. Se comunque la battaglia psicofisica può facilmente assurgere a una dimensione "epica" da calcio anni '90, dall'altro lato bisogna segnalare come parlare, quasi ossessivamente, di crescita e di dimensione professionistica poco collimi con impianti e terreni di gioco nella sostanza assimilabili a quelli ben noti nel calcio dilettantistico.

Di fatto, nella massima serie femminile solo la Roma (col "Tre Fontane"), la Fiorentina (nell'impianto principale del "Viola Park"), il Genoa (con la disponibilità dell'ottimo "La Sciorba", secondo impianto cittadino per importanza) e la Juventus (grazie alla ristrutturazione del "Pozzo-La Marmora" di Biella) presentano strutture e terreni da gioco di livello quantomeno adeguato.

Di chi è la colpa di tutto questo? Sarebbe fin troppo facile darla al Milan (e nemmeno sarebbe corretto), che ha perso l'agibilità del proprio impianto di riferimento (quello del centro sportivo Vismara, casa delle giovanili rossonere), ed è stato costretto a emigrare a Fiorenzuola proprio perché alle prese con lavori (decisamente prolungati) di adeguamento e riqualificazione. Lo stesso club, in una nota stampa, ha persino specificato che: «Nonostante le ripetute segnalazioni, la decisione arbitrale è stata quella di proseguire regolarmente l’incontro», per quello che era «un terreno di gioco che presentava evidenti condizioni di impraticabilità, tali da compromettere la regolarità della gara e da mettere a rischio l’incolumità delle calciatrici».

Sul caso specifico, resta inspiegabile la scelta del fischietto di giornata, Teghille della sezione di Collegno. In generale, al netto di una società che lascia perplessità sulla sua volontà di investimento nel settore femminile da almeno un lustro (e uscita dall'ultimo mercato più indebolita che rafforzata), ma per quanto concerne il terreno di gioco e il proprio impianto in generale quantomeno sta cercando di adeguare i propri mezzi.

Al tempo stesso, viene da chiedersi come mai in tutta la Lombardia non si sia trovato uno stadio capace di ospitare almeno il 90% delle gare interne, costringendo le rossonere a spostarsi in un'altra regione e quindi a giocare in regime di deroga nell'incriminato "Velodromo Attilio Pavesi". E, ancora, quale sia la prospettiva di lungo termine per la Divisione Femminile Professionistica, se una società delle dimensioni del Milan non riesce a dotarsi di un impianto di gioco adeguato al livello richiesto, e debba trasformare in trasferta ogni partita casalinga.

Sandro Ciotti, anni orsono, aprì un Brescia-Milan nella 1° giornata 1969-70 con testuali parole: «Sembra ormai che per dichiarare un campo impraticabile occorre che il campo stesso si apra facendo fuoriuscire alcuni dinosauri». Si parla tanto di ridurre le dimensioni di campo e porte in nome di una fantomatica maggior spettacolarità del gioco, ma se la qualità dei terreni e degli impianti resta questa, il calcio femminile italiano potrebbe giocare tutte le partite rannicchiato nel cerchio centrale di centrocampo e la qualità non migliorerebbe di un millimetro. Servirebbero, se non norme più rigide, quantomeno una direzione politica più definita in tal senso sia a livello federale, sia a livello di società sportive.

Purtroppo la situazione infrastrutturale del Paese è la stessa per entrambi i sessi, con una percentuale minore per quelli con i terreni di gioco a norma e in grado di resistere alle condizioni più avverse. La soluzione, forse un po' populista, sarebbe quella di spendere meno in lauti stipendi e in acquisti folli sul mercato, e utilizzare quei soldi per modernizzare e sistemare i campi di calcio, sia per quelli di proprietà, sia quelli in concessione dai comuni.

In caso contrario, potendo il femminile contare su un calendario meno fitto, si potrebbe anche riportare in auge il rinvio della partita per impraticabilità del campo, successo in tempi recenti nella massima serie solo per Sampdoria-Pomigliano della 4° giornata 2021/22, interrotta al 30' quando ormai era chiaro che alle calciatrici di entrambe le squadre servivano i braccioli più che i braccetti.

  • Piacentino DOC, nel tempo libero studia Civilità e Lingue Straniere Moderne a Parma, ma principalmente scrive di calcio femminile per diverse testate. Appassionato inoltre di ciclismo, ma quando può segue qualsiasi sport.

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