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Serie A Allegri e Fabregas
, 11 Febbraio 2026

Il terrorismo tattico sta distruggendo la Serie A


Davvero le squadre di Serie A sono schiave del risultato e della paura di non perdere?

Atalanta, Cagliari, Cremonese, Genoa, Inter, Milan, Napoli, Pisa, Roma, Torino, Verona, Udinese. 12 squadre su 20 in Serie A (il 60%, maggioranza netta) si schierano prevalentemente con la difesa a 3, che per molte si trasforma in fase di non possesso una linea a 5, riportando in auge una moda che sembrava passata da un pezzo. Sembrano finiti i tempi del fu coraggioso Allegri che ridisegnò per due volte (2014/15 e 2016/17) la sua Juventus con la difesa a 4 partendo da una base a 3 (la BBC), compiendo in entrambe le annate i migliori percorsi europei - comunque centellinando la presenza di un terzino con propensioni offensive, vedasi la gestione di Dani Alves e Barzagli nello slot a destra.

Prendendo la Premier League come riferimento, le squadre che giocano stabilmente col 3-5-2 sono solo due: il Wolverhampton ultimissimo e il Manchester United (anche se Carrick, da quando è subentrato ad Amorim, ha rispolverato rapidamente il 4-2-3-1). Quelle che utilizzano di base o in situazioni replicate nel lungo periodo la difesa a 3? Crystal Palace, Newcastle, Burnley, Sunderland e Brentford. Di certo non l'avanguardia tattica del torneo dal più alto livello medio del mondo.

Eppure, fino a pochi anni fa, difendere a 3 non era sinonimo di terrorismo tattico: Gasperini, Conte e Inzaghi erano stati a loro modo precursori di un’idea di calcio che, seppur diversa in alcuni dettagli, era comunemente basata sull’intensità e sulla coralità generale, plasmando squadre aggressive in fase di non possesso, organizzate con la palla e in grado di farla viaggiare da un lato all’altro del campo (con la ciliegina sulla torta del gol da quinto a quinto).

Inoltre, Inzaghi aveva fatto un lavoro importante anche coi braccetti, dandogli responsabilità e compiti importanti in fase di possesso (basti pensare a Bastoni), proponendo un calcio che, seppur su un campione limitato di contesti (e lo si è visto soprattutto nella finale di Monaco di Baviera contro il PSG) e non perfettamente moderno (l’assenza di giocatori di qualità che saltano l’uomo è una lacuna troppo importante) era interpretato con coraggio, col fine ultimo di arrivare al risultato controllando la partita e facendo la prestazione.

Non è un paese per rischi

Pensando al 2026, sicuramente dev’esserci sicuramente qualcosa che, in questo processo, non è andato come ci si aspettava: escludendo Roma, Napoli, Inter e parzialmente Atalanta, le altre compagini che si schierano con una difesa a 3 seguono tutt’altri principi (a dimostrazione che il problema non è di posizioni ma di idee e personalità): blocco bassissimo, grande passività senza palla, riaggressione quasi assente e pochissime idee in fase di possesso, se non il pallone picchiato sul 9 di un metro e 90, spesso grezzo tecnicamente, che deve lavorarlo e difenderlo per fare salire la squadra (Djuric, Moreo, Kean, Pellegrino, Davis alcuni esempi lampanti).

La questione tecnica è un tema strettamente legato a questo tipo di riflessione: quante volte abbiamo sentito dagli addetti ai lavori valanghe di lamentele riguardanti la povertà di talento della Serie A e della Nazionale italiana? Troppe volte, e quasi mai a questa domanda è seguita la più banale e logica delle risposte: se le richieste degli staff tecnici, dal neoarrivato Cuesta a un allenatore con più di vent’anni di carriera come Allegri, sono queste, è evidente che per la qualità, in questo Paese non c’è spazio.

Non è vero che non nascono più i Pirlo, Baggio, Totti e Del Piero: le selezioni giovanili azzurre negli ultimi anni hanno ottenuto risultati importanti. Invece è vero che la Serie A, a differenza di dove sta andando il mondo del calcio, ha intrapreso una strada, tranne rare eccezioni, secondo la quale l’aspetto tattico e la carta di identità vengono prima di quello tecnico (infatti non è un caso che siamo uno dei campionati più lenti d’Europa: essendo quello con l’età media più alta, combinato a questi principi tecnico-tattici, si arriva presto a questa conseguenza).

Un tristemente profetico Sarri, intervistato lo scorso giugno da Alfredo Pedullà, ammonì: “In Italia si sta sventolando che il calcio vincente è il calcio diretto, bisogna andare subito con un passaggio sul dischetto a costo di tirare una pallonata. Poi vado a vedere i top d’Europa a livello nazionale: Portogallo e Spagna, due squadre di palleggio. Vado a vedere il vincitore della Champions: PSG, squadra di palleggio. Che stanno guardando questi commentatori?".

La mentalità è sempre più difensiva e conservatrice nel senso stretto del termine, e si riflette anche sui giovani: nella stragrande maggioranza dei casi, ci si affida all’usato sicuro, alla garanzia, alla scelta più facile piuttosto che a quella più rischiosa ma anche più coraggiosa. Perché piuttosto che lanciare Miretti, Allegri snaturò Danilo a centrocampo nel 2022? Perché la Fiorentina in estate ha fatto un investimento importante su Edin Dzeko, 40 anni a marzo? Come non si vuole più osare a livello tattico, di pari passo non si osa più anche sui singoli giocatori, che vengono soffocati nei sistemi tattici in nome dell’equilibrio.

Non ci sono più i 10 di fantasia, gli 11 e i 7 che saltano l’uomo, ma i quinti che arano la fascia 90 minuti, i centrocampisti devono essere innanzitutto strutturati fisicamente per vincere prima le palle contese e i contrasti: cosa fanno poi col pallone tra i piedi non è di primaria importanza. Il calcio italiano è cambiato, ma è migliorato in qualcosa? Qualche aspetto positivo degno di nota? Presidente? Presidente?

(Mala)comunicazione interna

Lo stesso Sarri, inoltre, ha evidenziato un passaggio chiave per descrivere le problematiche di mentalità del nostro calcio: l'aspetto comunicativo; da anni ormai, sembra esista un solo modo per ottenere il risultato finale e, contro ogni logica, non è quello nel quale una squadra crea più occasioni e tiene di più il pallone (se ho la palla non posso subire gol: questa è una verità assoluta che nessuno può interpretare o ribaltare), ma è quello nel quale la partita viene interpretata nel modo più piatto, remissivo ed episodico.

Una credenza assurda, che non trova riscontro in nessuna realtà se non in sporadiche e casuali gare singole di una stagione che ne conta almeno 38 e che ha frazionato il mondo del calcio in Italia in due partiti: risultatisti, ovvero coloro che puntano solo al risultato e che sono quelli che ci riescono, e giochisti, coloro che, secondo questa assurda narrazione, metterebbero il gioco davanti a tutto e alla fine non raccolgono nulla (praticamente questi allenatori lavorano per perdere, incredibile ma vero).

Questa volgare e anche piuttosto patetica divisione del mondo è stata disintegrata poche settimane fa da Luciano Spalletti, tecnico della Juventus al quale è stata assegnata una missione quasi impossibile: non tanto arrivare nelle prime 4, quanto cambiare mentalità e approccio ad un ambiente e ad un gruppo squadra che, a causa di allenatori e leader incompatibili, sembra abbia rimosso completamente gli anni migliori della sua storia, quelli di Lippi, del dominio incontrastato sul suolo nazionale e internazionale (che, guarda caso, proponeva un calcio avanguardistico per l’epoca, feroce, organizzato e offensivo, ma soprattutto vincente).

Ma al giochista non piace fare risultato? Vuole solo divertirsi? - ha esclamato Spalletti ,interrogato sulla gara tra Milan e Como terminata 3-1 in favore dei rossoneri - C'è quello che ti piace di più, che ami fare perché ti dà soddisfazione. Ma senza risultato è difficile e il Como pensa che questo atteggiamento ci sia più possibilità di vincere.

"Per quanto visto in campo fino a un certo punto pensava in maniera corretta - ha proseguito il tecnico - Poi però quando giochi contro squadre con il blocco squadra basso diventa rischioso, perché hanno le potenzialità di ribaltare il tavolino in poco tempo. Bisogna essere bravi, perché si può vincere in più modi, fa un po' parte del discorso del calcio moderno. Io ho una mia identità e la so cambiare, perché mi dà la possibilità di essere differente”.

Il Mister di Certaldo espone la sua idea di calcio secondo quattro filoni che dovrebbero essere lo scheletro per qualsiasi allenatore: divertimento, identità, capacità di rischiare ed elasticità mentale. Caratteristiche che sembrano mancare in tante squadre della Serie A, specialmente in quelle che schierano un 5-3-2 con il baricentro nella loro area: ci si esalta sempre e solo per il risultato finale e mai si esegue una valutazione approfondita sulla prestazione delle squadre.

Anche le interviste post partita degli allenatori sono diverse nei modi ma uguali nei contenuti: piatte, come d’altronde le loro squadre, senza esaltare mai i singoli (se non i portieri, che la dice lunga) e le idee della squadra in fase di possesso (anche perché non ci sono, difficile esaltarle) e ripetendo tanto, troppo spesso, la fatidica frase che, insieme a per lo spettacolo si va al circo”, ha ucciso l’Italia del calcio: non abbiamo rischiato niente”.

Ma come fa ad essere positiva una frase che sottintende che in un gioco e in uno sport che ha lo scopo, per chi lo guarda, di intrattenere, di divertire e anche di far sognare gli appassionati, ci si possa ritenere soddisfatti se non si sono presi rischi, se non si ha avuto la personalità di fare una giocata coraggiosa, diversa, geniale o fuori dagli schemi? Perdere fa così tanta paura (eppure è fisiologica parte del percorso: non esistono squadre, allenatori e giocatori invincibili) che l’unico metodo che può funzionare, o meglio, che viene fatto passare per funzionale, è quello che mette al primo posto il risultato nel breve periodo, che fa accontentare del compitino?

Ci vuole tempo per costruire qualcosa di importante e significativo, ma se ci si accontenta di vivere alla giornata, di non avere l’umiltà di mettersi in discussione e prendere consapevolezza che si può essere più elastici mentalmente, più aperti a nuovi orizzonti e nuovi metodi e più inclini a prendersi responsabilità e rischi, allora questo tempo è inutile.

Perché non funzioni?

Jonathan David, Lois Openda, Douglas Luiz, Santiago Gimenez, Noa Lang, Christopher Nkunku. Ma anche Vedat Muriqi e Mehdi Taremi. Andando ancora più indietro, Arthur. Per certi versi, Thiago Motta, Eusebio di Francesco, Paulo Fonseca e Fabio Pecchia. A primo avviso, sembra solo un’accozzaglia di nomi di giocatori e allenatori messi lì un po’ a caso. In realtà, sono tutti legati da uno stesso filo conduttore.

La prima lista è di giocatori che hanno fatto bene, alcuni benissimo, in campionati diversi dal nostro e che una volta arrivati in Serie A sembra abbiano smesso di essere capaci di giocare a calcio, sembra, come accade in Space Jam, che abbiano perso i poteri.

Analogamente, la seconda è di allenatori che per principi di gioco e per metodologie di lavoro sono considerabili “moderni”, “europei” e che invece nel nostro Paese sono stati investiti da feroci critiche e generalmente mal visti perché semplicemente alternativi rispetto agli standard a cui si è abituati (e da questo punto ci sono passati anche Fabregas, Sarri e chissà quanti altri).

Il loro approccio, secondo chi critica, è il motivo, per cui, ad esempio, Di Francesco non ha salvato l’impresentabile Venezia 2024/25, Motta non ha vinto la Champions League con la Juventus (che da quando l’ha mandato via è sempre quarta, com’era quarta con lui: forse, non era solo in panchina il problema) e Pecchia non ha salvato il Verona nel lontano 2017-18 (squadra con problemi societari e mercato bloccato, però ben vengano gli attacchi gratis a questi maledetti giochisti!).

Per quanto riguarda l’aspetto relativo ai singoli giocatori, nel mondo reale non esistono gli alieni che rubano il talento; quindi, se un Jonathan David passa da 77 gol in 3 stagioni a soli 7 nelle prime 31 presenze, dire semplicemente è scarsooltre a non essere vero, non restituisce nemmeno un’analisi seria e approfondita di queste difficoltà. Quando un calciatore cambia squadra, spesso si sente dire che “avrà bisogno di tempo per adattarsi ai nuovi compagni”; in questo terzo mondo del calcio che è l’Italia, però, la frase subisce una leggera modifica, che però è fondamentale per capire l’intero discorso: “avrà bisogno di adattarsi alla Serie A”.

Siamo, e anche per nostra stessa ammissione, così lontani, così retrogradi rispetto al resto del mondo che pretendiamo che chiunque venga da noi debba adeguarsi al nostro modo di fare e non possa permettersi di portare qualcosa di nuovo. Tra i giocatori sopracitati, tutti o quasi tutti sono giocatori offensivi che tanto hanno fatto bene con ampio spazio a disposizione, lavorando tra le linee oppure sull’esterno: questi sono i ruoli più colpiti dal terrorismo tutto italico del 5-3-2, perché un blocco basso che fa tantissima densità nelle zone centrali del campo porta l’attaccante avversario ad essere letteralmente circondato e avere pochissimo margine di errore nella gestione del pallone.

La grande densità anche tra le linee rende molto difficile ricevere il pallone pulito e imbucare, e spesso, per gli esterni, il compito principale non è quello di puntare e saltare l’uomo ma il lavoro fatto in fase di copertura: per questo esatto motivo, siamo il Paese dei Politano e non quello degli Kvaratshkelia. È ormai chiaro che, nella maggioranza dei casi, soprattutto nelle medio–piccole squadre, l’allenatore non ragioni più nell’ottica di mettere la squadra e i giocatori nelle migliori condizioni possibili per esprimersi, ma ragiona per metterli nelle condizioni di minore rischio possibile, pensando sempre e solo al risultato.

C’è un motivo se tante, troppe partite finiscono 0-0 e sembrano tutte uguali. C’è un motivo se ci si affida sempre di più ai calci da fermo piuttosto che alle azioni manovrate. C’è un motivo se siamo il campionato dei frame, degli step on foot e non del calcio giocato. Abbiamo deciso, chissà come, perché e quando, che lo sport e il calcio non sono spettacolo e divertimento ma puro numero e risultato, senza considerare le migliaia di variabili esistenti in una sola azione.

Abbiamo soprattutto deciso che noi siamo meglio degli altri, che solo noi siamo in grado di essere vincenti (eppure, non andiamo al Mondiale dal 2014 e una squadra italiana non vince la Champions League da 16 anni: risultatismo solo quando conviene) e siamo talmente spocchiosi da rigettare qualsiasi idea di diverso ci venga proposta, purché non sia questa ad adattarsi a noi. Una forma spaventosa e preoccupante di dissociazione dalla realtà.

Domani?

Il partito del risultatismo italiano ha sempre lavorato per l’oggi e mai per il domani, per il futuro. Ha sempre detto “sì, lo faremo dopo”, “non siamo ancora pronti per questo”. Nel mentre, tutta Europa si evolveva, studiava, capiva, rischiava. In Italia ci siamo fermati all’epoca d’oro delle Sette Sorelle, all’era pre-Calciopoli. Ci siamo adagiati su quegli allori e oggi ne paghiamo le conseguenze.

Ciò che serve oggi, oltre ad un bel bagno di umiltà a tutti in questo Paese, soprattutto da parte di chi prende le decisioni, è una riflessione generale e una presa di coscienza collettiva: queste sono le conseguenze di anni di cambiamenti rigettati, che si riflettono sulla competitività delle squadre italiane in Europa. Solo l’Atalanta ha vinto nel passato recente un trofeo europeo di spessore contro squadre altrettanto grandi come Sporting, Liverpool e Bayer Leverkusen. L’allenatore era Gian Piero Gasperini che, casualmente, è stato sempre schernito e sbeffeggiato perché “non ha vinto niente”; effettivamente ha preso una Dea che prima di lui era tredicesima e che in 8 anni ha sempre fatto l’Europa e spesso la Champions.

Vietato parlare dell'importanza del percorso, temuto e sconosciuto nell’Italia del pallone, perché il calcio è un’altra cosa, e della Nazionale Maggiore (esclusa la bella parentesi Mancini, un disastro continuo praticamente da 20 anni e occhio che a marzo può arrivare un altro dramma). Se si vuole cambiare, è necessaria una rivoluzione culturale (siamo stati la culla del Rinascimento, quindi non è impossibile) e comunicativa che metta al centro non il risultato, non la tattica, non la paura di perdere, ma le idee, le prestazioni e il coraggio, la personalità e anche la sfrontatezza che avevano, tra le altre, il Milan di Sacchi e la Juve di Lippi, armandosi però di una buona dose di pazienza.

Viceversa, si continui a vivere alla giornata, con il rischio tangibile di avere meno appeal dei campionati turco, portoghese e olandese. Il mondo del calcio non è più italocentrico, bisogna prenderne atto, ma nessuno impedisce che possa tornare a esserlo ancora una volta. Si tratta di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, con il vantaggio enorme di conoscere gli effetti di entrambe le soluzioni.

  • Studente universitario, grande appassionato di sport, in particolare calcio, basket e Formula 1.

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